Dall’anteprima romana, un labirinto psicologico ed erotico in cui le identità delle due protagoniste finiscono per confondersi.
Ieri sera 30 settembre, al cinema teatro Adriano che affaccia su Piazza Cavour a Roma, l’atmosfera era carica di attesa per l’anteprima stampa di Verity, l’attesissimo adattamento cinematografico dell’omonimo best seller di Colleen Hoover, distribuito nelle sale italiane da Eagle Pictures. L’autrice, dopo aver firmato 16 romanzi rosa di grande successo come It Ends With Us (Siamo noi a dire basta) cambia totalmente genere nel 2018 per cimentarsi con un thriller psicologico che decide persino di auto-pubblicare, ottenendo un nuovo trionfo letterario. È un’opera forse ancora più personale e intima per lei, dato che le due protagoniste femminili sono entrambe scrittrici dello stesso genere di libri che la Hoover padroneggia con maestria.

Anne Hathaway
Quando entro in sala per vedere Verity mi aspetto la solita ricetta del mistero psicologico e infatti gli ingredienti tradizionali ci sono tutti e quasi da manuale è presente la villa maestosa imboscata e un po’ spettrale e isolata e nel verde c’è la presenza immancabile del lago e quell’atmosfera soffocante dove ogni stanza sembra nascondere un segreto. Ma la vera trovata di questa storia è tratta dal famoso exploit editoriale di Colleen Hoover e consiste nel mettere al centro un gioco di specchi tutto al femminile e mette due scrittrici a confronto che risulta un dettaglio che durante la visione mi fa venire un dubbio riguardante la connessione tra le due scrittrici e se Lowen non fosse altro che la proiezione o l’alter ego della stessa Verity? È una chiave di lettura che stuzzica parecchio e dà un sapore diverso a tutto il film.
La trama parte con un incastro quasi assurdo nel quale Lowen (una bravissima Dakota Johnson) assiste a un incidente sanguinoso per strada e si ritrova letteralmente imbrattata di sangue. In suo soccorso arriva uno sconosciuto affascinante, Jeremy (Josh Hartnett), che le cede la propria camicia. Il bello è che pochi minuti dopo i due si incrociano di nuovo nello studio dell’editore e Jeremy è infatti il marito di Verity Crawford (Anne Hathaway), autrice di enorme successo finita in uno stato quasi vegetativo dopo un terribile sinistro stradale. A Lowen viene offerto l’incarico di proseguire i libri della Crawford.
Da lì in poi la vicenda si sposta nella tenuta dei Crawford in Vermont ed è proprio qui che il film comincia a introdurre una componente erotica importante. Lowen scova nel computer un’autobiografia mai pubblicata. Anne Hathaway nel ruolo di Verity porta nella storia una sensualità inquietante e quasi disturbante. Verity non ha bisogno di parlare per esercitare una forma di seduzione e di controllo ed è una presenza che domina la stanza e proprio questa dimensione che rende il thriller sorprendentemente erotico già nella prima parte. Mentre nel presente Verity giace immobile nel suo letto e con una Anne Hathaway inquietantissima che lavora quasi solo di presenza e sguardi, senza dire una parola. Pagina dopo pagina, affiorano confessioni agghiaccianti sulla vita di coppia e sul rapporto morboso con i figli e sulla tragica fine della piccola Harper. Più Lowen legge e più ha allucinazioni e incubi e più inizia a provare una complicata attrazione per Jeremy che mantiene il thriller in una forma erotica.
Dietro la macchina da presa c’è l’occhio maschile di Michael Showalter che alla guida di una storia marcatamente femminile e riesce a gestire la tensione con grande mestiere. La prima parte si prende i suoi tempi e lavora molto di atmosfera e si concentra sulle letture di Lowen e sui flashback, conditi anche da qualche comparsata di volti tv americani nei panni di sé stessi. Ma è negli ultimi quaranta minuti che la pellicola decide di accelerare davvero e le carte si scoprono e le certezze crollano e la suspense sale alle stelle.
A livello visivo la casa è pazzesca e molto suggestiva, mentre le musiche di Volker Bertelmann spingono forte sui nervi e ricordando un po’ quelle atmosfere sonore classiche alla Bernard Herrmann. Ci sono un paio di balzi sulla poltrona davvero ben riusciti, di quelli che fanno sobbalzare mezza sala e strappano più di un urlo.
C’è anche una fotografia che merita di essere sottolineata, firmata da Jim Frohna che costruisce un’immagine estremamente levigata ed elegante e patinata soprattutto quando il film introduce il mondo delle due scrittrici e la figura di Verity. Nei primi minuti e anche con la presenza di Anne Hathaway ho avuto quasi la sensazione di rivivere per un attimo la fotografia del Il diavolo veste Prada e non perché i due film abbiano realmente la stessa impostazione visiva, ma per quella particolare pulizia dell’immagine, ma anche per la luce luminosa e controllata e per il modo in cui volti gli abiti e gli ambienti sembrano appartenere a un universo sofisticato e quasi patinato. È un’associazione inevitabile anche per la stessa Hathaway, che in quel film era stata al centro di una trasformazione estetica diventata iconica.

Anne Hathaway
In definitiva, anche se certi meccanismi del genere sono ben noti, il film funziona. Si regge soprattutto sulle spalle di Dakota Johnson, che dà grande sostanza al suo personaggio, e sull’aura enigmatica della Hathaway.
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Verity – Regia di Michael Showalter – Sceneggiatura: Nick Antosca basato sull’omonimo libro di Coleen Hoover – Con: Anne Hathaway, Dakota Johnson, Josh Hartnett, Ismael Cruz Córdova, Brady Wagner – Musica: Volker Bertelmann – Direttore della fotografia: Jim Frohna – Prodotto da: Amazon MGM Studios, Eat the Cat, Semi-Formal Productions, Shiny Penny, Somewhere Pictures, Heartbones Entertainment – Nei cinema dal 1 ottobre 2026
Foto: ©Sony Pictures





