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De Nittis Mon Amour: un Vaudeville di arte e sentimento

Intervista a Solena Nocentini protagonista a Cappella Orsini di “Leontine e Giuseppe De Nittis, storia di un grande amore”.

Venerdì 2 ottobre 2026, alle ore 20, la Cappella Orsini di Roma ospita Leontine e Giuseppe De Nittis, storia di un grande amore, spettacolo teatrale scritto e interpretato da Solena Nocentini, con Roberto Carrubba, musiche originali di Concetta Anastasi, compositrice e direttrice d’orchestra, e regia di Nathan Stefanovitch. Lo spettacolo torna in scena a Roma nell’anno del 180° anniversario della nascita di Giuseppe De Nittis nato a Barletta nel 1846 e morto a Saint Germain en Laye 2026, dopo l’anteprima presentata nel gennaio 2026 a Saint-Germain-en-Laye, la cittadina francese dove il pittore visse e morì, accolta da un teatro gremito e da un pubblico entusiasta. Ne parliamo con l’autrice e interprete Solena Nocentini

Perché hai scelto di narrare proprio De Nittis?

In realtà non è stata propriamente una mia scelta. Mi è stato chiesto di scrivere questo spettacolo da Paola Gagliano, presidente di Italyamo, un’associazione di Saint-Germain-en-Laye impegnata nella diffusione della lingua e della cultura italiana. Una bella sfida scrivere in una lingua che non è la mia !

Il legame con De Nittis, però, è particolarmente interessante proprio per il rapporto che l’artista ebbe con questa città. Italyamo, tra l’altro, si era già occupata di ritrovare la casa in cui De Nittis aveva vissuto a Saint-Germain-en-Laye, dove è stata poi apposta una targhetta commemorativa.

Quindi, quando mi è stato proposto di raccontare la sua storia, ho trovato molto stimolante partire proprio da questo legame con il luogo: un artista italiano che ha vissuto profondamente il rapporto con la Francia e con Parigi, e che in qualche modo ha lasciato una traccia anche qui, a Saint-Germain-en-Laye, città dove vivo. In particolar modo, mi ha affascinato la figura di Léontine De Nittis, che è stata sicuramente la musa ispiratrice e la compagna di vita di De Nittis, ma che è stata anche una donna straordinaria, con una personalità e una storia proprie.

Quello che mi ha colpito moltissimo è stato scoprire che Leontine era una scrittrice. Addirittura Antonio Petito, il grande Pulcinella della tradizione napoletana, le chiese di scrivere una commedia per lui, Pulcinella diventato signore, che fu poi rappresentata per un anno a Napoli.  Questa cosa mi ha davvero sorpreso, perché racconta un lato di Leontine che spesso rimane in secondo piano rispetto alla figura del marito.

E, in realtà, è soprattutto grazie a Léontine che oggi possiamo ricostruire così bene la vita di De Nittis. Dopo la morte di Peppino, si trovò ad affrontare una situazione economica difficile, ma lo fece con grande dignità, cercando soprattutto di garantire un futuro al figlio Jacques e, allo stesso tempo, di preservare e tramandare la memoria del marito. Riscoprì così la sua antica vocazione di scrittrice: pubblicò tre romanzi che ebbero un discreto successo e, soprattutto, ci lasciò un documento per me preziosissimo, Notes et souvenirs du peintre Joseph de Nittis. È stato proprio uno dei testi fondamentali per il mio lavoro, perché attraverso quelle pagine emerge un’immagine molto intima e affettuosa del pittore e della loro vita insieme. Quindi, più approfondivo la storia di De Nittis, più mi rendevo conto che accanto a lui c’era una figura altrettanto interessante, quella di Léontine. E per me è stata una scoperta bellissima.

Chi è la tua Leontine?

Ovviamente, nel costruire lo spettacolo, ho cercato anche di caratterizzare la figura di Léontine, di darle una personalità. Ci sono naturalmente degli aspetti di lei che non conosciamo fino in fondo, e quindi, partendo dagli studi e dalle testimonianze che ho trovato, mi sono concessa anche un po’ di libertà, cercando di immaginare quali potessero essere alcuni lati del suo carattere.

In qualche modo, quindi, me la sono anche un po’ costruita. E forse c’è anche qualcosa di me nella mia Léontine. Mi sono chiesta anche io: chi è la mia Léontine ? Come posso restituire questa donna straordinaria al pubblico, non soltanto attraverso quello che sappiamo di lei, ma anche attraverso la mia sensibilità?

E la mia Léontine si scopre anche attraverso la musica, che in questo spettacolo ha un ruolo molto importante. Concetta Anastasi, la compositrice che ha scritto le musiche dello spettacolo, ha composto per lei un brano bellissimo, Il valzer di Leontine. È una musica che, secondo me, riesce a raccontare qualcosa di questo personaggio che forse le parole da sole non riuscirebbero a dire. E quindi invito davvero il pubblico ad ascoltarlo dal vivo durante lo spettacolo, perché credo che sia uno dei momenti in cui si può incontrare, più che semplicemente conoscere, la mia Leontine.

Quanto pesa la storia e quanto l’invenzione nella tua drammaturgia?

Direi che sono abbastanza ben equiparate. La mia drammaturgia parte innanzitutto da fatti storici, da episodi realmente accaduti e documentati. Per me era molto importante che tutto avesse una base storica solida.

Parto, per esempio, dalla guerra in Prussia, dall’eruzione del Vesuvio, dal soggiorno di De Nittis a Londra e poi da tutti i suoi spostamenti in Francia Bougival Rueil-Malmaison e soprattutto la zona di Louveciennes, vicino a quella che era conosciuta come la collina degli impressionisti. E poi Marly-le-Roi, un territorio che in quegli anni era frequentato da molti artisti e intellettuali e dove vivevano anche figure importanti come Alexandre Dumas. Quindi c’è tutta una parte che è rigorosamente legata alla realtà storica e ai luoghi che De Nittis ha realmente attraversato e vissuto.

Poi, naturalmente, c’è l’invenzione teatrale. Perché quando si porta una vita sul palcoscenico non si può semplicemente raccontare una biografia: bisogna dare voce ai personaggi, immaginare i dialoghi, entrare nei loro pensieri, creare delle situazioni. Ed è proprio lì che mi sono concessa la libertà della drammaturgia, per creare divertimento, malinconia è riflessione.

Però ho cercato sempre di fare in modo che l’invenzione fosse coerente con quello che sappiamo dei personaggi e con il contesto storico in cui sono vissuti. Insomma, la storia è il punto di partenza, mentre l’immaginazione mi ha permesso di trasformare quella storia in teatro.

Per l’edizione italiana, come hai lavorato con gli altri interpreti e con la regia?

Per l’edizione italiana sono in scena con Roberto Carrubba,che è anche un carissimo amico. Devo dire che abbiamo lavorato molto bene insieme: avevamo già avuto modo di fare delle piccole collaborazioni, con la regia di Max Nardari e quindi c’era già una bella intesa. Mi sono trovata benissimo con lui e credo che questa sintonia si percepisca anche nel rapporto tra i due personaggi in scena.

Con Nathan Stefanovitch abbiamo già collaborato in altri spettacoli, come Il Mago di Oz e Voci di donne, un lungo racconto dedicato a Giacomo Puccini. Quindi conoscevo già il suo modo di lavorare e la sua sensibilità, l’attenzione al dettaglio.

In questo spettacolo il suo contributo è stato molto importante, non soltanto nella costruzione dei personaggi e nella regia, ma anche dal punto di vista linguistico. La prima rappresentazione, infatti, è avvenuta a Saint-Germain-en-Laye il 31 gennaio 2026, in francese. E quindi Nathan mi ha aiutata moltissimo anche nell’affinare la lingua, nel trovare le parole giuste, nel limare alcune parti del testo e, soprattutto, nel dare maggiore movimento alla scena.

Il suo lavoro è stato proprio quello di aiutarmi a far vivere questi due personaggi, a renderli più dinamici, più veri, a trovare i tempi e i ritmi giusti. E credo che anche questo confronto, sia con Roberto sia con Nathan Stefanovitch abbia contribuito molto alla forma che lo spettacolo ha oggi.

È un grande piacere tornare alla Cappella Orsini, dove avevamo già rappresentato “Voci di donne”, un lungo racconto di Giacomo Puccini, scritto da Ilenia Amelia, sempre con la regia di Nathan Stefanovitch Elisabetta Sepe al pianoforte.

Ringrazio quindi in particolar modo il presidente Roberto Lucifero per averci dato nuovamente questa opportunità. E visto che siamo già sold out, sono molto felice di poter dire che ci sarà sicuramente modo di fare un’altra replica dello spettacolo in Italia. E per chi invece volesse vederlo in francese, ci sarà l’occasione a maggio, durante il Festival del Cinema organizzato da Vincenzo Cirillo, che già l’anno scorso ci aveva ospitati con Voci di donne, un lungo racconto di Giacomo Puccini, nella versione francese. Intanto vi aspettiamo il 2 ottobre alle ore 20 alla Cappella Orsini. Vi aspettiamo!

Che differenza c’è, secondo te, tra fare teatro in Francia e fare teatro in Italia?

Sicuramente in Francia c’è una grande passione per il teatro e, secondo me, una valorizzazione molto forte di questa forma d’arte. Il teatro viene avvicinato molto presto, già dall’infanzia, e viene studiato anche in maniera approfondita durante il percorso scolastico. Al liceo, per esempio, può diventare una materia opzionale e può anche contribuire alla valutazione del baccalauréat.

Quindi il teatro, in Francia, ha sicuramente una presenza molto importante nella formazione e nella cultura. Ci sono tantissimi spettacoli, anche di grandissimi professionisti, che vengono rappresentati in piccoli teatri parigini, e ci sono moltissimi festival. C’è quindi un’offerta molto ampia e, soprattutto, una grande attenzione nei confronti del teatro.

Questo naturalmente esiste anche in Italia. Io però vivo fuori dall’Italia ormai da circa dieci anni e quindi non mi sento di fare un vero e proprio parallelismo, perché non posso parlare della situazione italiana attuale con la stessa conoscenza diretta che ho di quella francese. Quando vivevo in Italia, comunque, c’era una realtà teatrale molto vivace: anche nei piccoli teatri si potevano vedere spettacoli molto belli, con artisti di grande calibro.

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