Tra Ulisse e Telemaco, “Quando si incendiano le ombre” trasforma il conflitto tra padri e figli in una riflessione sul senso del teatro, sull’eredità e sulla necessità di abitare la domanda senza risolverla.
Alla fine. Che incombano e schiaccino, che latitino, che siano l’assenza per eccellenza della moderna epoca di tutti figli non figli. E’ sempre questione di padri. Per non essere inghiottiti dall’abisso madre, per dare senso al nulla indifferenziato.

E così è nella densità del testo proposto da Donato Di Stasi, Quando si incendiano le ombre, di recente in scena al Petrolini di Roma, nella dolente interpretazione di Mimmo Surace (l’attore esperto, Ulisse), in controcanto all’irruente dolore del giovane Marco Bertes (l’attor giovane, Telemaco).
Ha ancora senso fare teatro, si chiede l’autore, e si chiedono di riflesso gli attori in scena, il vecchio e il giovane, la cui disputa si incarna nel loro farsi teatro nelle figure di Ulisse e Telemaco. Una disputa che diventa allo stesso tempo contatto con la memoria e la tradizione, e strappo insofferente e contestatario. La verità del vecchio attore è la perpetuazione necessaria della tradizione, il cui senso è (nel ripetersi) il mostrare le crepe del vecchio mondo, aprire domande. Il teatro vive se non fai teatro, ma ti fai teatro, se incarni la domanda.
Il giovane scalpita. Vede nel vecchio l’ombra stinta e cocciuta di tutte le sbiadite rivoluzioni. Il portatore di un linguaggio vecchio e pesante. Parla di una necroteca, di una salma culturale. Il teatro non deve essere un parcheggio di mammuth, ma interagire con il mondo di oggi … “Là fuori c’è un mattatoio elettronico aperto ventiquattr’ore su ventiquattro. Immagini che divorano immagini”.
Ma il vecchio non si arrende. Per far capire al giovane cosa significhi incarnare la domanda, farsi teatro, propone che continuino incarnandosi nelle figure di Ulisse e Telemaco. La cosa funzione, e ovviamente vince lui. Tutto si capovolge. E’ ora l’attor giovane, fattosi simbolicamente figlio, a non rifiutare più il padre, ma a cercarne disperatamente il senso, polemizzando aspramente e dolorosamente con un Ulisse che non vuole ricordare, e che lo lascia solo con una memoria tutta immaginaria, senza voler o saper raccontare se stesso ed il senso del proprio viaggio a divenir del mondo esperto. O a smarrirsi, che è poi lo stesso.
“Non ho paura di essere tuo padre, ma sento il peso insopportabile di ciò che questa parola pretende da me […] Ti lascio le mie due facce, la mia ambiguità. Non riesco ad amarti. Passerà la tua giovinezza, Telemaco. Non sarai figlio per sempre. Anche il rancore invecchierà. Combatti per te stesso, Telemaco, non per me. Combatti il mio nome, non averne pietà.
E’ ora il padre ad allontanare dunque il figlio, a dichiararsi senza eredità da dargli.
O meglio. Una eredità sì, ma che è proprio l’orfanitudine, ed il destino dell’eterna domanda. E’ questo essere nel teatro della crudeltà, vivere la solitudine dell’eterno presente, senza fare teatro (rappresentare l’irrapresentabile), ma facendosi teatro, teatro di se stessi, e dunque del mondo.
Telemaco tenta l’ultima carta. Stiamo qui, ciascuno coi propri fantasmi, ma Ulisse gli fa capire che forse non vuole. Non nega non afferma. Perché il suo lascito è la tolleranza della frustrazione della domanda aperta, la separazione.
Il due è un numero primo. E’ l’archetipo della separazione. Separazione padre figlio, domanda risposta, enigma verità. E’ qualcosa che ci taglia in due, ci strappa al ventre materno. E forse fare teatro, teatro della crudeltà, è un eterno separarsi. Tollerare l’ambiguità.
E così, se Ulisse agli inizi dice, … “Forse per questo sono tornato. Non per ritrovare Itaca, ma per capire se esiste ancora qualcuno capace di guardare entrambe le mie facce, senza costringermi a sceglierne una.
Alla fine Telemaco – tornato attore – parlando all’attore vecchio, gli fa eco, cedendo …«Non è stata una semplice prova. Qualcosa mi ha attraversato profondamente, e ha tagliato la mia anima in due». Il vecchio gli fa eco, tenendo una sedia sopra la testa, e parla di un attore che tiene seduto sopra un altro attore, e così all’infinito, fino a che non c’è più nulla a sostenerti, e personaggio e attore sono soli a resistere.
Un testo nudo, difficile, che dalla teoria riesce a farsi dinamicamente tragico e incarnato nella lotta amorosa padre-figlio. Ma sempre nella nudità situazionale astratta, qui sottolineata da una scena minimale: un red carpet simbolico al centro, e due sedie. E loro a muoversi lenti, ruotarsi attorno, parlarsi, talora in affrontamento frontale ravvicinato, occhi negli occhi, ma più spesso senza guardarsi, e spesso con uno di spalle che subisce in silenzioso stop motion, talora faccia al muro, il diluvio verbale dell’altro.
Surace sempre in piedi, sbalordito fragile cantilenante, con superlativi pausati.Bertes che si agita, si siede, si accascia, si accoccola, ad un certo punto, in piedi, si arrovescia quasi a ponte, come ucciso dalle parole del vecchio alle sue spalle.
Comincia alternando ironia casual della parlata ed irruenza beffarda, per slittare poi sempre più sul pedale tragico, talora forse un po’ gridato, ma di massima tenuto nel registro di uno sgomento e sconforto che lo frammentano. E così conclude, isolato dalla luce in avanscena, snocciolando dubbi, mentre dietro immobile Surace lo guarda, come un fantasma, con la sua sedia sopra la testa. La sedia vuota di un teatro a venire.

Una scommessa ardua ma riuscita di teatro di parola, che vive di nuda eco. Pochi i controluce. Prevale la luce piena. Piatta e implacabile. E poco aiuto musicale, se non alcune sottolineature musicali, dove esplodono tormentati brani degli Area. Poteva naufragare nella staticità. Invece cresce lentamente in elegia. E vincono gli attori. Si fanno teatro. E il pubblico risponde caloroso.
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Quando si incendiano le ombre – Regia e testo, Donato Di Stasi – con Mimmo Surace e Marco Bertes – Suoni e luci, Rosmary Valentino – Costumi, Marco Nateri – Teatro Petrolini – 18-20 settembre 2026
Foto: ©Stelvio Peti





