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Cinquant’anni di “Febbre da cavallo”: la febbre che non è mai passata

Cinquant’anni dopo la febbre è ancora lì. Scommesse, amicizia, disastri e battute memorabili: Febbre da cavallo resta un cult della commedia italiana.

Ci sono film che il tempo consegna alla memoria quasi senza fare rumore. Non diventano subito dei classici, non arrivano nelle sale accompagnati dalla sensazione che, da quel momento in poi, nulla sarà più come prima. Semplicemente, restano. Passano dalla sala alla televisione, dalla televisione alle videocassette, dalle videocassette alle piattaforme e, nel frattempo, entrano nelle case, nelle conversazioni, nelle battute tra amici, fino a quando ci si accorge che non sono più soltanto film: sono diventati pezzi della nostra vita. Febbre da cavallo appartiene esattamente a questa categoria.

«Whisky maschio senza rischio!» una delle gag più memorabili di Febbre da cavallo, interpretata da un Gigi Proietti in stato di grazia

Cinquant’anni dopo la sua uscita nelle sale, il 29 ottobre 1976, la commedia di Steno conserva una familiarità che pochi altri film italiani possono vantare. Basta nominare Mandrake o Er Pomata, ricordare una battuta, perfino accennare a una certa situazione, perché riaffiori immediatamente un intero mondo: Gigi Proietti ed Enrico Montesano, gli ippodromi, le corse, le scommesse, le amicizie complicate e quella Roma un po’ sgangherata nella quale ogni problema sembra poter essere risolto con un espediente, purché se ne trovi uno abbastanza ingegnoso. È proprio questa la prima sorpresa che offre una visione del film a mezzo secolo di distanza: Febbre da cavallo è profondamente figlio del suo tempo, ma non sembra invecchiato nella stessa misura dei suoi riferimenti.

La trama è semplice e, proprio per questo, perfetta. Bruno Fioretti, detto Mandrake, è un accanito scommettitore che insegue da sempre la giocata capace di sistemargli la vita. Al suo fianco c’è Armando Pellicci, Er Pomata, altrettanto preso dalle corse e altrettanto incapace di stare lontano dal gioco. Con loro c’è Felice, compagno di avventure e vittima designata di molti dei loro pasticci. Il problema è sempre lo stesso: per giocare servono soldi e i soldi, quasi sempre, non ci sono. Così comincia la girandola di debiti, bugie, trucchi, prestiti e piani elaborati con la sicurezza di chi ha finalmente trovato la soluzione, salvo scoprire puntualmente che la soluzione non funziona. Il bello è che lo spettatore lo sa prima ancora dei protagonisti. Sa che quel piano finirà male, che quella scommessa porterà altri guai, che la strada scelta per rimettere a posto le cose finirà per complicarle ulteriormente. E proprio per questo si diverte.

Il ruolo di Gigi Proietti è decisivo. Il suo Bruno Fioretti non è soltanto un personaggio comico: è una presenza scenica, un uomo che sembra vivere ogni conversazione come se fosse un piccolo spettacolo. Parla, gesticola, persuade, improvvisa, cambia registro nel giro di pochi secondi. Ha sempre una soluzione pronta, anche quando è evidente che non ha la minima idea di come uscire dai guai. Proietti possiede quella particolare qualità degli attori capaci di far sembrare spontanea una battuta costruita al millimetro, e qui la sua esperienza teatrale diventa parte integrante del film. La comicità non nasce soltanto da ciò che dice, ma dal modo in cui lo dice, dal ritmo, dalle pause, dagli sguardi, dalla capacità di trasformare una situazione ordinaria in qualcosa di memorabile.

Enrico Montesano, dall’altra parte, gli costruisce intorno un contrappunto perfetto. Er Pomata ha un’altra energia: è il teorico, quello che conosce i sistemi, che ragiona sulle possibilità, che sembra avere sempre un piano. Il problema, naturalmente, è che tra teoria e pratica c’è un abisso. I due amici condividono soprattutto una convinzione: che la prossima volta sarà quella buona. La prossima corsa, il prossimo cavallo, il prossimo pronostico. È un meccanismo che si ripete continuamente e che finisce per diventare il vero motore narrativo del film. Non importa quante volte sia andata male: la possibilità di una svolta resta sempre lì, a portata di mano.

Ed è proprio questo aspetto a rendere Febbre da cavallo più interessante di una semplice commedia sugli scommettitori. Sotto la superficie delle gag c’è una storia di dipendenza, di autoinganno e di ostinazione. Il soggetto di Massimo Patrizi, del resto, nasceva con un’impostazione più drammatica, legata al problema del gioco, prima di trasformarsi nella commedia diretta da Steno. Il risultato conserva qualcosa di quella premessa: i protagonisti non giocano soltanto perché amano i cavalli, ma perché sono incapaci di rinunciare all’idea che una nuova scommessa possa cancellare le conseguenze di quella precedente. È un circolo vizioso che il film racconta senza moralismi. Steno non li giudica e non cerca di trasformarli in vittime; preferisce osservarli mentre si arrampicano sugli specchi, inventando ogni volta un modo nuovo per rimandare il momento in cui dovranno fare i conti con la realtà.

In questo senso, la loro è una versione tutta italiana dell’arte di arrangiarsi. Non hanno grandi mezzi, ma hanno fantasia. Non hanno denaro, ma hanno conoscenze. Non hanno un piano davvero efficace, ma sono capaci di costruirne uno in pochi minuti. È un’umanità che la commedia italiana ha raccontato spesso, ma che in Febbre da cavallo trova una declinazione particolarmente riuscita perché il fallimento non cancella mai la voglia di riprovarci.

Anche Roma, naturalmente, fa la sua parte. Non è la città monumentale delle cartoline, ma quella quotidiana, fatta di strade, bar, appartamenti, ippodromi e personaggi che sembrano vivere in una dimensione tutta loro. Una città rumorosa, popolare, ironica, nella quale tutti sembrano conoscere qualcuno e ogni favore può diventare l’inizio di un nuovo problema. Steno la racconta senza compiacimento e senza trasformarla in una cartolina nostalgica. È semplicemente il luogo nel quale questi personaggi possono esistere, con le loro ambizioni minuscole e le loro grandi illusioni.

E poi c’è il linguaggio, forse l’eredità più evidente del film. Alcune battute hanno smesso da tempo di appartenere esclusivamente alla pellicola e sono entrate nel repertorio collettivo. Il caso più evidente è “mandrakata”, parola che ormai può essere utilizzata anche da chi non ha mai visto il film. È una di quelle rare volte in cui il cinema non si limita a rappresentare la lingua parlata, ma riesce a modificarla, lasciandole qualcosa che continua a circolare molto tempo dopo.

Lo stesso discorso vale per i personaggi secondari. Mario Carotenuto, Francesco De Rosa, Adolfo Celi, Ennio Antonelli, una giovane Catherine Spaak nei panni di Gabriella e gli altri interpreti non sono semplicemente figure di contorno: contribuiscono a costruire un piccolo universo nel quale ogni ingresso in scena sembra portare con sé una storia precedente. È una delle qualità della commedia italiana di quegli anni, quella capacità di creare personaggi riconoscibili anche quando hanno a disposizione poche battute. Nel caso di Febbre da cavallo, questa coralità rende ancora più credibile il mondo nel quale si muovono i protagonisti.

Il destino del film è poi uno degli aspetti più curiosi della sua storia. Alla sua uscita non aveva ancora l’aura del cult movie che avrebbe conquistato negli anni successivi. La vera consacrazione è arrivata soprattutto attraverso la televisione, le repliche e il passaparola. È stato uno di quei film che si incontravano quasi per caso facendo zapping e che, nonostante fossero già stati visti chissà quante volte, riuscivano a trattenere davanti allo schermo fino alla fine.

È una forma particolare di popolarità, diversa da quella ottenuta da un grande successo cinematografico al momento dell’uscita. Un film così non viene semplicemente ricordato: viene frequentato. Lo si rivede, lo si cita, lo si guarda insieme agli amici. Si conoscono le battute in anticipo e proprio per questo si aspetta il momento in cui arriveranno. La familiarità diventa parte del divertimento, un po’ come accade con una canzone ascoltata centinaia di volte: non sorprende più, ma continua a piacere.

Nel 2002 Carlo Vanzina, figlio di Steno, ha riportato quei personaggi sul grande schermo con Febbre da cavallo – La mandrakata. Ma il tempo non si può riavvolgere e il primo film resta irrimediabilmente legato al 1976, a quella Roma e a quegli interpreti. Oggi, riguardandolo, c’è anche una componente inevitabilmente malinconica. Gigi Proietti non c’è più e rivederlo nel pieno della sua energia significa confrontarsi con il tempo trascorso. Sullo schermo, però, tutto è rimasto intatto: la voce, la gestualità, il ritmo, quell’istinto teatrale che gli permetteva di dominare una scena senza mai sembrare sopra le righe.

Cinquant’anni dopo, insomma, il film può essere guardato in molti modi. Come una commedia romana, come un documento di un certo cinema italiano, come un concentrato di battute diventate proverbiali o semplicemente come una storia di amicizia e di ostinazione. Probabilmente è proprio questa capacità di sopportare letture diverse ad avergli permesso di attraversare così bene il tempo.

È uno dei piccoli miracoli del cinema. Gli attori invecchiano, le città cambiano, le mode passano, ma i personaggi restano fermi nel momento in cui li abbiamo conosciuti. E forse è anche per questo che Febbre da cavallo continua a funzionare. Non perché sia rimasto uguale il mondo che racconta, ma perché alcune dinamiche sono rimaste sorprendentemente familiari: l’idea della svolta improvvisa, la speranza di recuperare una perdita, la convinzione che la prossima occasione sarà diversa, il bisogno di avere accanto qualcuno con cui condividere anche il più improbabile dei disastri.

Alla fine resta quella sensazione familiare: la corsa deve ancora cominciare, il cavallo giusto sembra essere finalmente a portata di mano e, nonostante tutto quello che è successo prima, c’è ancora qualcuno disposto a scommettere. Sappiamo già che le cose non andranno secondo i piani. Ma continuiamo a guardare. E continuiamo a ridere.

Perché forse la vera febbre di Febbre da cavallo non è soltanto quella per i cavalli. È la febbre, molto più umana, per l’idea che la prossima volta possa essere quella buona.

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Febbre da cavallo – Regia: Steno (Stefano Vanzina) – Soggetto: Massimo Patrizi – Sceneggiatura: Alfredo Giannetti, Enrico Vanzina, Steno – Interpreti: Gigi Proietti (Bruno Fioretti, “Mandrake”); Enrico Montesano (Armando Pellicci, “Er Pomata”); Catherine Spaak (Gabriella); Mario Carotenuto (avv. De Marchis); Francesco De Rosa (Felice Roversi); Maria Teresa Albani (Mafalda); Gigi Ballista (conte Dell’Ara); Adolfo Celi (presidente del tribunale); Niki Gentile (sorella di Armandino); Ennio Antonelli (Otello Rinaldi, “Manzotin”); Luciano Bonanni (ladro di medicine); Marina Confalone (Giuliana); Nerina Montagnani (nonna di Armandino); Renzo Ozzano (Jean-Louis Rossini); Giuseppe Castellano (stalliere/Stelvio Mazza); Fernando Cerulli (regista di spot pubblicitari); Franca Scagnetti (passeggera sul treno). Produzione: Roberto Infascelli per Primex – Distribuzione: Euro International Films – Fotografia: Emilio Loffredo – Montaggio: Raimondo Crociani – Scenografia: – Franco Bottari – Costumi: Bruna Parmesan – Musiche: Franco Bixio, Fabio Frizzi, Vince Tempera – Italia, 1976 – Commedia – 94 min. – Uscita nelle sale 29 ottobre 1976

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