Intervista al protagonista in scena al Teatro De’ Servi di Roma con “Tutto è bene quel che finisce”, monologo apocalittico tra satira, crisi ambientale, solitudine e fragilità del presente.
Tutto è bene quel che finisce è il monologo apocalittico che Serafino Iorli porterà in scena sabato 26 e domenica 27 settembre al Teatro De’ Servi di Roma, con la regia di Laura De Marchi. Una satira feroce, poetica e sorprendentemente attuale, in cui il poliedrico attore intreccia comicità, inquietudine e disperazione ecologica. Tra video, musica e paradossi esistenziali, lo spettacolo accompagna il pubblico in un viaggio visionario attraverso le contraddizioni del nostro tempo.
La tecnologia consola, la natura si ribella e l’uomo, sempre più smarrito nella propria solitudine digitale, continua ostinatamente a cercare un senso alla propria esistenza. Un racconto ironico e amaro sul presente, capace di far sorridere mentre mette in scena le paure, le fragilità e gli interrogativi di un’umanità sospesa sull’orlo del futuro.
Tutto è bene quel che finisce racconta, attraverso la satira, molte delle contraddizioni del nostro presente. Da dove nasce l’esigenza di portare in scena proprio questo tempo?
Ho sentito il bisogno di raccontare l’indifferenza con cui spesso affrontiamo temi cruciali per il futuro del pianeta, come il riscaldamento globale, la perdita di biodiversità e lo sfruttamento delle risorse naturali.
C’è un aspetto del nostro tempo che ti tocca più profondamente e che senti il bisogno di raccontare a teatro?
Non riesco a tollerare le ingiustizie sociali.
L’arte può davvero avere una funzione di salvezza, aiutarci a recuperare uno spirito critico e una dimensione più autenticamente umana, oppure parlare di “arte che salva” rischia di essere soltanto una frase fatta?
Attraverso il teatro porto avanti le mie battaglie, anche se comunicarle non è sempre facile. Ho trovato una forma di scrittura che affronta queste tematiche attraverso l’ironia e lascia spazio a molteplici riflessioni. In Tutto è bene quel che finisce, per esempio, interpreto un personaggio che tenta il suicidio ma finisce sempre sul cofano di una macchina senza farsi neanche un graffio. La solitudine emerge anche attraverso la storia di un feto che non vuole nascere, perché sa che nel 2050 non esisteranno più molte delle cose che oggi fanno parte dell’immaginario e della felicità dei bambini.
L’anno scorso hai portato questo spettacolo all’Off Off Theatre, c’è stata una reazione del pubblico che ti ha sorpreso o che ti ha fatto guardare lo spettacolo in modo diverso?
Non nascondo che ho provato una grande soddisfazione. Il commento più bello? «Non ho mai riso così tanto e a un certo punto mi sono anche commosso, grazie!”.
Dopo il debutto al Teatro De’ Servi, quali saranno i prossimi appuntamenti della tua stagione 2026/2027?
Debutterò nuovamente questo inverno all’Off/Off Theatre di Roma con il nuovo spettacolo, Il mio nome è Lucy. Porto in scena l’Italia del XX secolo attraverso i ricordi di una persona transessuale deportata nel campo di sterminio di Dachau e sopravvissuta.





