28 Luglio @ 21:00 – 29 Luglio @ 21:00 CEST
Quella della drammaturga inglese Zinnie Harris è un’opera intensa e onirica che esplora il confine sottile tra l’amore e il dolore. Ispirandosi al mito di Orfeo ed Euridice, la Harris ribalta la prospettiva classica in chiave moderna e intimista, scrivendo un testo duro, pur mantenendo un’atmosfera sospesa e magica.
Protagoniste sono due donne – interpretate dalle straordinarie Anna Della Rosa e Linda Gennari – che, dopo un terribile incidente in barca, naufragano su una costa misteriosa e apparentemente deserta. Mentre cercano di orientarsi e di elaborare lo shock dell’accaduto, la realtà inizia a farsi strana: il paesaggio sembra mutare, gli oggetti compaiono dal nulla e la percezione del tempo si distorce. Quello che inizia come un tentativo di sopravvivenza fisica si trasforma rapidamente in un viaggio emotivo e metafisico. Helen e Robyn, questi i loro nomi, sono costrette così a confrontarsi con verità sommerse della loro relazione e, soprattutto, con la natura del trauma che hanno appena vissuto.
La regia di Davide Livermore scava nel subconscio: la mente umana costruisce realtà alternative pur di non accettare la fine di un amore, il dolore manipola il passato facendo emergere piccole crepe, bugie e risentimenti tipici di ogni lunga convivenza. L’ambientazione della scena, metafora di isolamento e naufragio senza spazio e senza tempo, rappresenta uno spazio psicologico sospeso tra il prima e il dopo la catastrofe. La parola viene accompagnata e sottolineata, in una drammaturgia che va di pari passo con il racconto, dalle musiche originali di Roberta Di Mario, che si muovono tra emozioni e suoni della natura, portando lo spettatore a provare un senso di malinconica bellezza sulla necessità di “lasciar andare”.
Note di regia
Ci vediamo all’alba è un testo che sembra cominciare dopo una fine. Due donne arrivano su una riva. Sono vive, forse. Sono salve, forse. Hanno attraversato l’acqua, l’urto, la paura, e cercano una strada per tornare a casa. Ma il teatro, quando è necessario, non ci riporta mai davvero “a casa”: ci conduce nel punto esatto in cui la realtà smette di obbedire alle sue regole e comincia a rivelare ciò che normalmente teniamo nascosto.
Zinnie Harris scrive una variazione contemporanea, intima, feroce e delicatissima del mito di Orfeo ed Euridice. Ma qui il mito non è un ornamento colto. È una ferita antica che torna a pulsare nel presente. Orfeo non è più soltanto colui che canta per riportare indietro l’amata. Euridice non è più soltanto colei che viene perduta. Il mito si sposta, si rovescia, diventa corpo femminile, relazione, memoria, desiderio, impossibilità di accettare che l’amore non basti a trattenere chi amiamo.
Ci vediamo all’alba parla dell’amore nel suo punto più estremo: quando non può più agire sulla realtà, ma continua ad agire dentro di noi. Parla del bisogno impossibile di rifare l’ultimo gesto, di riscrivere l’ultima frase, di tornare un minuto prima dell’irreparabile. Tutti conosciamo questa tentazione. Tutti, davanti a una perdita, vorremmo scendere agli inferi. Vorremmo negoziare con gli dèi. Vorremmo che la morte, almeno una volta, facesse un’eccezione. Il teatro nasce esattamente da questo desiderio impossibile.
Il dolore vero non è mai uniforme. È contraddittorio, quasi indecente nella sua capacità di cambiare temperatura da un istante all’altro. Può farci ridere nel momento sbagliato. Può renderci crudeli con chi amiamo. Può farci credere a ciò a cui non avremmo mai creduto.
La regia cerca di ascoltare questa instabilità senza addomesticarla. Ho chiesto alla scena, alla luce, al suono e ai corpi di restare in una zona di sospensione: non spiegare troppo, non chiudere, non illustrare. Lasciare che lo spettatore entri progressivamente in un territorio dove ogni certezza vacilla. Perché il testo di Harris non va risolto: va abitato.
E forse è proprio questo il cuore del lavoro: abitare l’umana fragilità. Non correggerla. Non nasconderla. Non trasformarla in una morale. Abitarla. Entrare in quella stanza segreta dove siamo tutti meno forti di quanto fingiamo, dove la perdita ci trova impreparati, dove l’amore mostra la sua natura più luminosa e più inerme. [Davide Livermore]
Borgio Verezzi
Borgio Verezzi, IT 17022 Italia
