Roberta Calandra racconta “La Maledizione di Venezia”: esoterismo, libertà identitaria e il coraggio di trasformare il destino
di Elisa Fantinel
È appena uscito La Maledizione di Venezia, il nuovo romanzo di Roberta Calandra, pubblicato da Orelli Edizioni. Ambientato in una Venezia cupa e misteriosa, il libro intreccia musica, arte ed esoterismo attraverso la storia di Michel, popstar ribelle ed erede di una dinastia segnata da una maledizione, e di Adam, giovane archeologo inglese alla ricerca di un antico tesoro templare nascosto tra i segreti della laguna.
Tra leggende secolari, passioni travolgenti e un passato che torna a reclamare il suo prezzo, La Maledizione di Venezia accompagna il lettore in un viaggio sospeso tra amore e dannazione, alla scoperta della Venezia più segreta. Un romanzo intenso e visionario che fa da perfetta premessa alla conversazione con la sua autrice.
“La Maledizione di Venezia” (The Orphan) una commistione di suggestioni da “Il Codice Da Vinci” a “Cagliostro”, da antiche leggende sui Templari alle carte dei tarocchi e molto altro ancora. Sappiamo che sei una fervida lettrice… quali letture ti hanno suggestionata nella scrittura di questo tuo nuovo romanzo?
Sicuramente “Il Codice da Vinci”. All’inizio non volevo nemmeno leggerlo, per pura chiusura intellettuale, poi ci sono letteralmente sprofondata dentro. In effetti io leggo talmente tanto che rielaboro le suggestioni anche incoscientemente, ma mi diverte il guanto che mi lanci, dunque provo a rifletterci: le spiegazioni tarologiche di Jodorowsky, i vangeli gnostici, in particolare quelli riferiti a Maria Maddalena, le storie e le leggende sui templari e i loro possibili segreti, saggi sulla geometria sacra così come sull’alchimia in generale, soprattutto se riferita ai processi psichici, come ” La Divina Commedia” riletta da Giorgia Sitta, e poi, ovviamente, nello specifico ho dovuto fare tante ricerche su Venezia e sul palazzo in cui è ambientata la storia, Ca’ Dario, dove spicca un saggio di Sgarbi che mette anche in guardia sulla maledizione in questione.
La casa editrice Orelli ha coraggiosamente inserito il tuo romanzo nella sezione New Adult rivolta ad un pubblico giovane Over 18… è pensato per questo tipo di pubblico o lo consiglieresti anche ad un pubblico più grande?
In realtà io lo avevo pensato proprio per un pubblico adulto, sono stati loro a persuadermi che anche questa complessità di temi avrebbe potuto appassionare i più giovani, che sono effettivamente i grandi protagonisti del romanzo. Quando scrivo non parto mai da una destinazione dichiaratamente commerciale, anche se indubbiamente mi piacerebbe attingervi, è la storia stessa a disegnare i suoi protagonisti. Ho pensato i dieci capitoli del libro anche come potenziali soggetti di serie, a ben guardare in fondo in fondo possiamo scorgere anche, come in una lettura di fondi del caffè, tracce di Eco tra “Il nome della rosa” e “Il pendolo di Foucault”… come serie tv, mi è stato detto da più parti, che sarebbe davvero appassionante. Io personalmente me la sparerei in due tre giorni di pioggia come faccio a volte e ho 57 anni quasi 58. Ho scelto questa casa editrice per il valore che dà alle traduzioni, sperando di inviare nell’universo “a message in a bottle”; pare che per esempio in Brasile storie di questo tipo vadano per la maggiore, non vedo l’ora di sfogliarne la versione portoghese! Se posso andare off topic consiglio la lettura de “Il nome della rosa” disegnato da Milo Manara, un capolavoro! Le commistioni mi appassionano da sempre e più sono complicate più ne godo.
In effetti la tematica della fluidità di genere è molto evidente tra le pagine de “La Maledizione di Venezia” e raccoglie il consenso dei giovani lettori… Questo desiderio di vivere la propria sessualità senza costrizioni ed etichette è evidentemente lo specchio di un desiderio di libertà assoluta che cresce sempre di più proprio tra chi comincia a sperimentare l’amore e la sessualità. Che tipo di approccio dovrebbero avere gli adulti verso questa ritrovata libertà senza giudicarli?
È un tema molto complicato, perché non lo ritengo affatto un invito tout court a vivere qualsiasi cosa. Da un lato questa generazione gode di una libertà invidiabile nello sperimentare i propri desideri senza negarsi un’autenticità, rispetto alla mia che ancora paga pesanti scotti anche personali, per dissidi familiari o omosessualità interiorizzata a boicottare, dall’altro esistono perfino correnti di pensiero che quasi incoraggiano un bambino sotto i cinque anni a cambiare sesso e questo mi appare pericolosissimo. Non credo valido nessuno di questi estremi: né il pensiero Woke e l’ideologia gender costi quel che costi, ma ovviamente nemmeno la repressione tout court in nome di una presupposta sanità indiscussa delle famiglie tradizionali. Conosco famiglie con due genitori omologhi assolutamente realizzate, altre che affrontano già problemi di separazioni, divorzi e affidamenti congiunti, come le famiglie eterosessuali.
Il segreto credo sempre sia nella peculiarità di ogni desiderio, di ogni persona, di ogni circostanza, penso dunque che un genitore può rapportarsi a questo tema con la sensibilità e l’ascolto che dedicherebbe alla scelta di una facoltà universitaria o di un lavoro. L’emozione è per me sempre sacra e rispettabile, le mode sono qualcosa da monitorare, la spersonalizzazione della sessualità e dell’intimità un rischio serio per ogni orientamento sessuale e declinazione identitaria. Anche qui sento di ribadire che la scelta è nata dalla storia: per ribaltare la maledizione che vedeva uccidere anziani omosessuali da amanti mercenari mi serviva un amore, complicato ma insieme puro, tra due ragazzi e credo di averlo scritto in modo appassionante. Non c’è alcuna valenza ideologica, a meno che non si ritenga che raccontare significhi esaltare di per sé. Zeland e il transurfing (tra tanti) ci insegnano a mantenere forte il proprio centro personale in mezzo alle egregore delle Cassandre di ogni qualità e direzione. La letteratura e l’ideologia sono territori differenti, per fortuna.
Spesso nei tuoi libri o nelle tue drammaturgie ricorre il tema del karma.. Anche ne “La Maledizione di Venezia” si parla spesso di karma, lo stesso palazzo Ca’ Dario ne ha uno tutto suo ed è molto pesante… Quindi anche un oggetto o comunque un qualcosa che non è un essere vivente possiede un karma? Che significato ha per te questa parola di cui spesso si abusa e come è possibile uscire dalle sue “tenaglie”?
Ci vorrebbero dieci volumi forse per esaurire questa domanda, posso accennare qualche suggestione in merito, non oltre, anzi metto dichiaratamente le mani avanti. Il karma è di per sé un concetto complesso, dalle mille letture eventuali, che la pratica del Buddismo mi svolge quotidianamente in ogni sua sfaccettatura, paradossalmente, man mano che alleggerisci il karma, la sua stessa nozione diventa meno angosciante.
Nel mio romanzo “Otto”, adattato anche a teatro, ho “quadruplicato” l’Orlando stesso, creando quattro coppie dove chi ha imposto sofferenza va poi a soffrire, etc. Evidentemente è un tema proprio karmico per me! Il palazzo di Cà Dario ne “La Maledizione di Venezia” appare investito di questa energia molto pesante, che ha vissuto infinite declinazioni sulla stessa vibrazione. Un documentario dichiara che il palazzo stesso colpisce gli avidi, ma ama gli artisti, che dire: beh, speriamo!
Tutto ha un karma, ma solo l’essere umano può agire direttamente per cambiarlo e regalare vibrazioni differenti a oggetti e luoghi. Appare evidente a tutti che l’energia di un luogo sacro non è quella di un carcere o di un mattatoio, come si può sperimentare chiaramente entrandovi. Personalmente amo approfondire i concetti che mi appassionano, specie perché, venendo da una famiglia gravida di sofferenza, non mi sono mai potuta permettere di smettere di lavorare su di me nemmeno per un attimo, perché gli schemi di sofferenza introiettati vengono ripetuti in automatico, ove non disinnescati.
Per il Buddismo il karma si può addirittura ribaltare, trasformando in missione proprio ciò che ci ha creato il dolore più grande. Uscire dalle sue tenaglie non è proprio “uno sport per signorine”, ma sicuramente i punti nodali consistono nel non fuggire le situazioni ma affrontarle, alzare costantemente le proprie vibrazioni per reagire in modalità sempre migliori: più responsabili, anche delle emozioni che portiamo in giro e delle reazioni che attiviamo, meno vittimiste, creando con nuovi punti di vista strategie sempre più sane di relazione con gli eventi e le persone, trovare un forte equilibrio tra un’attenzione esclusiva verso sé e il rispetto, ascolto e sostegno degli altri, accettare che il cambiamento richiede un impegno importante, proprio se si viene da situazioni difficili, perché il cielo aiuta gli audaci, i seri, chi non si lamenta e osa crescere anche quando fa male, non ci è dovuto niente, purtroppo. Al dunque: concentrarsi sul proprio cambiamento senza dissipare energie nel giudizio degli altri, tutte cose dove sono ovviamente una pippa, ma provo ad applicarmi.
Tu sei anche una costellatrice familiare…ci vuoi spiegare di cosa si tratta e come hai trovato l’escamotage per inserire questo tema all’interno del libro?
Anche qui servirebbero trattati, chi è interessato a questo tema dovrebbe leggere i libri meravigliosi e illuminanti del fondatore di questo potente sistema di indagine e risoluzione: Bert Hellinger. Posso accennare che si esplorano le energie nascoste, soprattutto nei sistemi familiari, i cosiddetti “segreti di famiglia” (semplificando non poco) ma anche i segreti in generale; per esempio si possono scoprire le energie segrete della mancata vendita di un immobile o del fallimento di un’azienda… i cosiddetti “ordini dell’amore” sono leggi rigorosissime, come quelle del karma, appunto; facendo un esempio banale: se qualcuno ha usurpato una proprietà o un’attività senza rispettare chi veniva prima nella gestione della stessa condanna in qualche modo la situazione al fallimento. Personalmente ne ho beneficiato assai, attingendo attraverso di queste a energie molto alte, scoprendo sacche di eventi sconosciuti e svelando correnti profonde nelle persone molto diverse da quelle di apparenza. Non le trovo spesso citate in letteratura, le ho utilizzate nella mia trilogia “Le orchidee” proprio per il sapore di modernità di indagine che contengono. In questo libro specifico mi sono permessa di applicarle alla storia stessa, presumendo una disposizione energetica potenziale di eventi significativi, spero applicando la necessaria umiltà, requisito indispensabile di ogni “canale” che sia terapeutico o artistico che dir si voglia. La magia della vita, della relazione, per me scaturiscono proprio dalla sincronicità che accende l’emozione e in questa storia ho decisamente forzato la mano in tale direzione, mi sono assolutamente presa rischi, dal punto di vista energetico.
Se dovessi scegliere quale tra i tuoi libri proporre per un film, quale sarebbe e perché?
Ho sempre pensato a “Otto”, proprio perché quadruplica l’Orlando: attraversa diverse epoche e diversi luoghi, declina l’amore in tante forme, ha romance e dolore per etero e gay, divulga in parte la legge del karma, emoziona e cede al lieto fine regalando speranza… insomma ha tutte le carte in regola per diventare un kolossal! Anche se sono sopra questa narrazione da decenni considero ancora possibile che qualcuno si accorga di questo potenziale estremo. Detto questo vedo benissimo anche “L’eredità di Anna Freud”, più oscuro e intimo e, come serie, “La maledizione di Venezia” ma anche “Le orchidee”. Ho cercato una personalità di espressione originale per tutta la mia vita, se ciò avvenisse lo vivrei come un coronamento.
Sei ormai arrivata al libro n.23! Ha qualche significato per te questo numero? C’è già un progetto n.24?
L’ho conteggiato così seguendo, come sempre, una valutazione del tutto personale, con le due diverse edizioni di “Ryunio la bambina drago” e i tre volumi degli scritti teatrali “Buffonate senza corte” e mi risuona. Anche qui avrei il sogno che qualcuno li ripubblicasse tutti sotto un unico marchio. Nel 2019 feci un viaggio a Gerusalemme ed eravamo 23 persone, mentre passeggiavo con un’amica cabalista e numerologa del gruppo ci venne incontro una bimba con un grande palloncino argentato con quel numero, che ho poi scoperto essere un numero mistico, anche per ordini esoterici scoperti per caso nelle mie ricerche web. Per la smorfia napoletana è “lo scemo” che mi ricorda una delle carte più amate dei tarocchi, ovvero “il matto”. Nella tradizione romana indica fortuna nel lavoro, che dire? Sperem’! Ho corso molto in questi anni, cercando di mettere sul piatto tutto ciò che mi sembrava urgente dire, e non era poco: i cassetti li ho svuotati, sto cercando di mettere a fuoco il 24, che al momento non ho ancora chiaro, perché non riesco a immaginare una vita senza scrivere. Diciamo che per migliorare il karma attuale mi piacerebbe incontrare collaborazioni e committenze nuove anche sul piano della sceneggiatura, e in parte sto iniziando a farlo. Visto che ho nominato un sacco di sogni ci metto anche quello di trovare dei nessi significativi con sguardi non limitati solo all’Italia, sfidando davvero qualcosa che sembra più impossibile che sciogliere una maledizione, ma il karma si cambia anche non smettendo mai di sognare e guardare in altro. Come il famoso arciere zen, magari manchi la luna, ma impari a scoccare benissimo le frecce!





