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Viaggi sentimentali, jazz immortale e cultura in rivolta

Da Özpetek e il Grand Tour al mito di Miles Davis, fino allo scontro tra musica e potere ai Grammy Awards

Ferzan Özpetek, regista, sceneggiatore e scrittore, autore di film diventati veri e propri cult come Le fate ignoranti e Saturno contro, torna in questi giorni dietro la macchina da presa per uno speciale televisivo dal titolo Tutti gli dei. Un trittico realizzato in occasione della mostra Meraviglie del Grand Tour, inaugurata il 30 gennaio al Museo Poldi Pezzoli di Milano.

Un viaggio affascinante — come scrive Stefano Bucci sul Corriere della Sera — fatto di luci, colori e dettagli, «tre elementi essenziali per un buon film, per un buon museo ma anche, lo dico sempre ai miei amici, per fare colpo a un primo appuntamento d’amore». Un percorso dedicato a quella pratica, diffusasi a partire dalla fine del XVI secolo, che per oltre trecento anni ha introdotto viaggiatori inglesi, tedeschi e nordici all’arte e alla cultura della Francia e, soprattutto, dell’Italia.

Il trittico di Özpetek è collocato in una sala al piano terra del museo, diretto da Alessandra Quarto, ideatrice della mostra curata da Lavinia Galli e Xavier F. Salomon in collaborazione con il Metropolitan Museum of Art di New York. L’esposizione ospita la grande tela del Met del 1757 di Giovanni Paolo Panini, due inedite vedute settecentesche di Roma di Caspar van Wittel (Gaspare Vanvitelli) e numerose altre opere, creando una connessione anche fisica tra le tappe di questo straordinario Grand Tour immaginario.

«Ho voluto raccontare — ha spiegato il regista — un viaggio attraverso i sentimenti, seguendo ciò che mi suggeriva l’ambiente, l’idea del museo come prezioso scrigno che colpisce nel suo insieme e non solo perché ospita Botticelli o Mantegna».

Per questo viaggio sentimentale Özpetek ha scelto come ambientazione anche il Pantheon di Roma e ha voluto la giovanissima modella e attrice Rebecca Massimo per dare corpo a una galleria di emozioni che attraversano stupore, desiderio, malinconia e gratitudine. Un percorso in cui l’arte non è solo oggetto di contemplazione, ma esperienza viva da attraversare, proprio come la vita stessa.

Chiudiamo questo percorso tra i viaggi della memoria e dell’arte con un’immersione nell’universo sconfinato del jazz, ricordando il centenario della nascita di Miles Davis, avvenuta il 5 maggio 1926. Iconico trombettista e figura cardine della musica del Novecento, Miles ha attraversato e reinventato il jazz, incrociando il suo cammino con altri giganti come Louis Armstrong, Charlie Parker, Chet Baker, Dizzy Gillespie, Buddy Bolden, e con voci leggendarie quali Billie Holiday e Shirley Horn.

Un universo sonoro dalle infinite sfumature — come scrive Luigi Onori, saggista e critico musicale de il manifesto — che va dai capolavori eterni di Kind of Blue alle esplorazioni visionarie di Bitches Brew. Un itinerario musicale da percorrere senza fretta, lasciandosi guidare dalle note custodite in album e registrazioni che hanno segnato la storia della musica.

Riascoltate Scrapple from the apple del 1948, suonata in quintetto con Charlie Parker, oppure Jeru di Gerry Mulligan; lasciatevi avvolgere dalla celebre Round Midnight del 1956, incisa con il quintetto di John Coltrane per la colonna sonora di Ascensore per il patibolo. E tornate a Summertime, nella magnifica versione arrangiata da Gil Evans, spina dorsale del musical Porgy and Bess. Un artista immenso, capace di stregare generazioni e di trasformare ogni nota in un viaggio senza fine.

E se volete davvero esagerare, riascoltate Kind of Blue (1959) sorseggiando un buon rum, magari accompagnato da un sigaro. Capolavoro assoluto di Miles Davis e tra i dischi più influenti della storia della musica, l’album è impreziosito dalle incursioni geniali di John Coltrane e Cannonball Adderley, con una sezione ritmica affidata a Paul Chambers e Jimmy Cobb, e naturalmente Bill Evans al pianoforte. Per un attimo, questo mondo deturpato dal rumore e dalla stupidità delle guerre potrà sembrarvi un paradiso.

E a proposito di grande musica, ieri sera, in occasione del gala dei prestigiosi Grammy Awards andato in scena a Los Angeles, il presidente Trump ha liquidato la cerimonia come «spazzatura inguardabile». A scatenare la sua reazione sarebbero state le dure critiche espresse da Billie Eilish (vincitore per il miglior album dell’anno con il suo Hit Me Hard and Soft) contro i controversi raid anti-immigrazione condotti dagli agenti federali dell’ICE, proteste rilanciate apertamente dal palco anche dal conduttore della serata, Trevor Noah, tra gli applausi della platea.

Un segnale forte che arriva a poche settimane dagli Oscar e che conferma come il mondo della musica — e più in generale dello spettacolo — abbia lanciato un attacco frontale senza precedenti contro il presidente degli Stati Uniti. Un Trump già sul piede di guerra anche contro il Washington Post e l’Università di Harvard, bersagliati da cause miliardarie perché ritenuti “colpevoli”, secondo l’inquilino della Casa Bianca, di non allinearsi al pensiero unico della sua amministrazione.

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