Parola e danza si incontrano in “50 Pasolini”: anima poetica, verità come bellezza e l’ombra di un intellettuale scomparso troppo presto.
A mezzo secolo esatto dalla scomparsa di Pier Paolo Pasolini, il teatro torna a interrogarsi su una delle voci più irriducibili e profetiche del Novecento italiano. Al suo funerale, nel novembre del 1975, Alberto Moravia pronunciò parole rimaste emblematiche: «Abbiamo perso prima di tutto un poeta. Un poeta dovrebbe esserci caro perché i poeti sono rari». È da questa consapevolezza — dalla perdita di un poeta prima ancora che di un intellettuale, di un regista, di un polemista — che prende le mosse 50 Pasolini, dal 29 gennaio all’1 febbraio al Teatrosophia, riportando al centro non un’icona, ma una voce ancora disturbante e necessaria.

Lo spettacolo si muove fin dall’inizio su un doppio piano comunicativo ben riconoscibile e coerente: da una parte la parola, dall’altra il corpo. Non si tratta di una semplice alternanza, ma di una vera dialettica: la voce scava, interroga, denuncia; il movimento amplifica, trascende, a volte contraddice. È in questa frizione che prende forma il nucleo del lavoro. Stefano De Majo affronta Pasolini senza mai forzarlo. Non cerca la somiglianza, né la citazione compiaciuta. La sua interpretazione è costruita come un flusso ininterrotto di pensiero, un torrente in piena che trascina con sé immagini, ossessioni, visioni, contraddizioni. Non c’è la volontà di “mettere ordine”, di chiarire o spiegare: la narrazione procede per suggestioni, per accumulo e stratificazione, rispecchiando la natura stessa di Petrolio, libro volutamente e programmaticamente frammentato, incompiuto, irrisolto.
Uno dei fili più forti e insistiti è il parallelismo tra Pasolini e Caravaggio. Entrambi arrivati a Roma dal nord, entrambi sedotti dai suoi lati più feroci e marginali; entrambi immersi nei vizi e nelle contraddizioni della capitale; entrambi controversi, portatori di un’idea di arte che deve essere cruda per essere pura, scandalosa per essere vera. E infine entrambi morti giovani, sulla stessa costa del Tirreno, come se la città eterna li avesse attratti, divorati e infine espulsi.
I momenti più lirici dello spettacolo sono quelli che sublimano una delle idee cardine dello scrittore friulano, la comunione tra umano e divino, affidati all’alternanza di voce e danza. Qui il corpo diventa preghiera, tensione mistica, slancio verso l’alto. Ma questa dimensione viene costantemente spezzata e contaminata da lunghe riflessioni che assumono il tono del giornalismo d’inchiesta: l’Italia dei misteri emerge dal testo pasoliniano come una ferita mai rimarginata. Si parla di ENI, di Enrico Mattei, del caso Montesi; si accenna a Rino Gaetano, già protagonista di un altro fortunato lavoro di De Majo, come se esistesse una linea sotterranea che lega artisti profetici, scomodi, troppo lucidi per il loro tempo.
Accanto al lavoro attoriale, le coreografie, ideate ed eseguite da Marika Brachettoni rappresentano un contrappunto essenziale. Il suo corpo si muove in equilibrio tra tradizione classica e suggestioni contemporanee, dosando con precisione intensità e leggerezza. Ogni gesto è misurato, mai decorativo: la leggiadria eterea convive con improvvise tensioni, rendendo visibile ciò che la parola lascia in sospeso.

50 Pasolini non è uno spettacolo conciliatorio. Non cerca di raccontare Pasolini, ma di attraversarlo, accettandone le ombre, le contraddizioni, l’irriducibilità. È un lavoro che chiede allo spettatore attenzione e disponibilità all’ascolto, e che restituisce in cambio un’esperienza densa, scomoda, necessaria — come lo era, e continua a essere, la voce di Pier Paolo Pasolini.
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50 Pasolini – Scritto diretto e interpretato da Stefano de Majo, coreografie Marika Brachettoni, visual design Paul Harden, produzione Laros di Gino Caudai – Roma Teatrosophia dal 29 gennaio al 1 febbraio
Foto ©Stefano Pallotta





