Dolore e felicità, drammaticità e leggerezza in un canto di solitudine e vita che riporta tra noi il fuoco incandescente e la bellezza senza fine della poetessa che nei manicomi trovò le mura di Gerico.
Al Teatro Greco di Roma dal 27 gennaio fino all’1 febbraio Alessio Boni e Marcello Prayer omaggiano la sensibilità e grande arte di Alda Merini portando in scena 46 delle sue poesie, tante quanti furono gli elettroshock che subì nella gabbia brutale dei manicomi. Entrata per una crisi post partum in questo ingranaggio non ne uscì più del tutto tra ricoveri e dimissioni per quasi vent’anni.
Nel Canto degli esclusi tra poesie e aforismi emergono le infinite sfumature dell’animo di Alda Merini, un connubio di profondità e leggerezza, drammaticità e umorismo. Soffrì molto ma non cedette al buio della sofferenza, emanò quella luce che è panacea dell’anima, trovò in sé stessa e nel mondo lo scrigno dell’incanto, la ragione nella follia.
Un flusso di suggestioni incandescenti e vita vera, l’urgenza della parola come espressione cruda, diretta, non artificiosa. Potente e viscerale la poesia della Merini è travaglio e visione, carnalità ed esperienza mistica, concretezza e spiritualità.
Due attori in scena, due medium della parola poetica. Attraverso di essi torna a vivere l’anima tormentata e vitale della poetessa. La loro concentrazione è palpabile e travolgente, si respira un’atmosfera di sacralità, non quella religiosa ma spirituale, umana, di chi ricerca il senso dell’esistenza, sapendo probabilmente che è una sfida già persa in partenza, ma sapendo anche che nel caos e nel fallimento la musica del cuore penetrerà la bellezza della vita e si avvicinerà al mistero delle cose in un’estasi cosmica chiamata appunto poesia.
Una poesia che vibra talmente tanto di vita da incutere non solo rispetto ma quasi timore. Marcello Prayer si pone davanti al leggio avvicinando le mani come per catturane l’energia e al tempo stesso difendersi dalla potenza che quelle parole sprigionano, senza però sottrarsi, restando in ascolto, assorbendone la forza e restituendone il vigore nella declamazione. Lui e Alessio Boni si coordinano in un’armonia solenne che avvinghia in un ritmo ipnotico cadenzato da ripetizioni e modulazioni di tono, gesti e corporalità.
Boni in particolare incanala nel corpo la sinuosità della parola. Nel Canto degli esclusi le straordinarie letture dei due attori non sono l’unica testimonianza del pensiero e della persona di Alda Merini: ad esse si alternano spezzoni registrati della voce della poetessa tratti da interviste reali e da audio in cui canta o accenna alcuni suoi versi. Questo effetto di autenticità spezza il regime del tempo, come se lei fosse ancora qui con noi in tutta la sua spontaneità e ironia.
In uno di questi frangenti di memoria irrompe la bellezza della performance dal vivo dell’artista internazionale Giuliano del Sorbo, che ritraendo l’artista milanese dal nulla la riporta in vita in uno schizzo seducente animato da dinamismo e vigore, che con i suoi tratti nervosi e irregolari attraversati da una tensione emotiva che divora e deforma secondo le forze nascoste della psiche rimanda all’espressionismo tedesco, ma allo stesso tempo irradia un energia cinetica che a sua volta fa pensare alla poetica futurista.
La magica fusione di questi due stili è perfetta per emanare l’intensità emotiva della Merini e la sua forza di donna moderna libera dagli schemi della società. Oscurità e fuoco per colei che scrive di sé:
“ […] Io non fui originata
ma balzai prepotente
dalle trame del buio
per allacciarmi ad ogni confusione.
Se mai io scomparissi
non lasciatemi sola;
blanditemi come folle!”
(3 novembre 1953, Il Testamento da “Paura di Dio” – 1955)





