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“La buona educazione”: un primo studio che interroga l’idea stessa di diventare adulti

A Fortezza Est un cast giovane, immaginario pop di inizio millennio e introspezioni improvvise, per uno spettacolo audace che parla dritto in faccia

Nonostante una parte della critica lo dia per scontato, estremizzandola fino a celebrarla come elemento imprescindibile per la riuscita di un’opera (spoiler: non lo è necessariamente), la ricerca di nuove forme di espressione esiste nella natura umana fin da quando si comunicava a gesti. Al culmine della sua carriera artistica, persino Michelangelo Buonarroti sentì il bisogno di esprimersi in modo diverso; la scelta artistica consapevole di quello che era stato il re dell’arte figurativa rinascimentale creò il “non finito”, quel modo potentissimo di mostrare la figura mentre nasce dalla materia, come se stesse ancora lottando per liberarsi dal marmo.

Una sensazione simile si avverte assistendo ad un primo studio teatrale: una forma di spettacolo in fase di ricerca, una tappa iniziale (ma pubblica) di un processo creativo più lungo. Non è una “prova aperta” improvvisata, né uno spettacolo definitivo, ma è teatro che si sta facendo, che sta ancora combattendo per assumere delle sembianze riconoscibili. E lo fa davanti agli spettatori. Questa sorta di laboratorio chimico del palcoscenico trova spazio di frequente a Fortezza Est, realtà culturale in espansione in quel di Tor Pignattara, che il 16 e 17 gennaio ha ospitato al suo primo studio La buona educazione, da un’idea del regista Lorenzo Montanini.

Quanto è cambiata l’educazione negli anni? Quando siamo in grado di dirci finalmente adulti? Quanto siamo lontani dagli adulti che avevano immaginato i nostri genitori? Sono solo alcune delle domande che stanno alla base di una ricerca psicologica e sociale, un’indagine al contempo individuale e corale, animata da un cast coeso e dinamico. Nelle prime battute, cinque ragazzi in età post-universitaria, seduti ad un banco di scuola, scorrono ricordi delle medie. Dietro a un apparente momento di spensierata nostalgia c’è ben altro: traumi, da cui nessuno è risparmiato; e dentro i traumi, l’incertezza di un’età sempre poco indagata, la pre-adolescenza, quando non ci si sente nè carne nè pesce. Soprattutto se si è vissuto questa fase della vita nel periodo storico “di passaggio” per antonomasia, a cavallo tra i due millenni – e chi scrive ne sa qualcosa.

Interessante l’approccio multidisciplinare dello spettacolo, che unisce linguaggi diversi senza porre barriere altezzose: la musica in particolare non è presentata come atto performativo ma come ritualità collettiva generazionale, e i personaggi la esplicano proprio così, senza filtri. Sono volutamente goffi e trash quando, in gruppo, ballano e canticchiano canzoni brutte ma iconiche, da Umberto Balsamo ai tormentoni da spiaggia dei primi anni 2000 (quelli che tutti trovano imbarazzanti ma che tutti conoscono). Però sanno anche esprimere una tensione concentrata e paralizzante con delle coreografie soliste su base techno, che per le movenze robotiche e ossessive ricordano certi lavori di Lloyd Newson. Una o più attrici sul palco hanno probabilmente una formazione nella danza contemporanea, ed il risultato espressivo è convincente: certo, contrasta in modo acerbo con le parti più goliardiche della piece, ma l’effetto è stranamente rinfrescante. E fotografa molto bene un mood tipicamente millennial, fatto di stimoli continui e tra loro contraddittori. Il frutto di un bombardamento di idee e modi di pensare che in quegli anni arrivava da più fronti, in una società dove il vecchio e il nuovo hanno convissuto ignorandosi.

Così torniamo al senso del titolo: La buona educazione è un concetto definibile oggi come era ieri? I nostri protagonisti non lo capiscono più. Quanto c’è di utile e quanto è solo perbenismo? Le regole ci servono perchè ci aiutano o perchè ci fanno apparire migliori? E se dentro le regole rimangono imbrigliati sogni, speranze, inclinazioni personali che non verranno mai espresse? La drammaturgia di Rosalinda Conti suggerisce (forse troppo sottilmente) anche un’ulteriore critica: ci fa vedere come il moralismo si aggiorni nel tempo, inglobando idee apparentemente più aperte, integrate sempre in un contesto di oppressione finto-caritatevole; il salutismo ad esempio. Si creano assurdi cortocircuiti, quando ai precetti di una società vecchia, con l’incubo della miseria (“Mangia tutto, mi raccomando!”) si uniscono nuove fissazioni post-new age (“Non mangiare troppo!”, “Evita i grassi saturi e l’olio di palma!”). E la donna si ritrova ancora una volta in mezzo al fuoco incrociato: “Fai sport e cura il tuo fisico, vedrai che starai bene!” fa un po’ a pugni con il solito, sempre presente “Non mostrare troppo il tuo corpo! Cosa deve pensare la gente?”

Ecco, un’idea sarebbe quella di estendere questa vena polemica: prendere qualche battuta in più per mostrare come l’ipocrisia odierna faccia suoi, senza davvero condividerli, anche concetti come la tolleranza e il riconoscimento delle minoranze, così da esercitare ancora controllo sulla vita delle persone, ma in una versione furbescamente “ripulita”. Magari, nell’economia dello spettacolo si potrebbe compensare riducendo alcune parti che risultano un po’ ridondanti: ad esempio limitarsi alla forma “una strofa+un ritornello” nei brani ballati in gruppo, cosa che andrebbe anche a vantaggio della fatica e del fiato degli attori. Inoltre, sarebbe interessante lasciare un poco più di respiro alla tematica dell’amore, che è presente ma un po’strozzata se non nel finale, quando esplode violentemente. Ma qui c’è da dire che anche la scelta attuata ha un suo senso, e quella dichiarazione inaspettata colpisce potente. Per cui è una critica da prendere cum grano salis.

In definitiva, c’è ancora del potenziale per affinare uno spettacolo che porta tante tematiche all’attenzione del pubblico; comunque, i segnali sono incoraggianti. Fin dal primo studio si apprezza l’eclettismo, la capacità di problematizzare mantenendo scorrevolezza, e soprattutto l’attitudine: non saranno tutti sempre educati ma hanno energia da vendere. Speriamo di rivederlo presto, questo progetto, e su molti altri palchi.

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La buona educazione (primo studio) – Di e con: Ilaria Arnone, Chiara Consiglio, Carlotta Gamba, Federico Nardoni, Peppe Russo – Drammaturgia: Rosalinda Conti – Scene: Francesco Felaco – Diretto da Lorenzo Montanini – Prodotto grazie al sostegno della Fondazione Yana Cini – Fortezza Est di Roma 17 al 19 gennaio 2026

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