Corpo, movimento e scelta: il teatro fisico della Margot Theatre Company
Aut Aut, della Margot Theatre Company, in scena a Teatrosophia fino al 25 gennaio, non racconta una storia: costruisce una condizione. La pièce, per la regia di Valentina Cognatti, si apre come uno spazio apparentemente stabile, quasi cerimoniale, ma basta un gesto fuori asse perché l’equilibrio si incrini e l’azione precipiti in una zona di rischio. È qui che lo spettacolo prende forma, nel punto in cui il corpo non può più limitarsi a eseguire, ma è costretto a decidere.

Al centro della scena, totalmente vuota, non c’è un personaggio ma un oggetto carico di tensione simbolica: una valigia marrone, consunta, quasi a raccontare i tanti viaggi già “vissuti” , apparentemente anonima che finisce per catalizzare l’intero spazio performativo e lo sguardo degli aspettatori. Non un semplice accessorio, quanto un dispositivo drammaturgico che concentra in sé l’idea della possibilità. Attorno a essa, i corpi degli interpreti sembrano perdere consistenza individuale per diventare traiettorie, urti, deviazioni: presenze che reagiscono a un campo invisibile più che a una volontà lineare, attraendosi e respingendosi come magneti. Attorno alla valigia, che si fa soglia mobile e luogo di tensione più che oggetto scenico, i performer si muovono come attraversati da forze contraddittorie, sospesi tra slanci e arresti, tra possibilità e rinuncie.
L’avvio costruisce volutamente un’immagine di compiutezza. Martina Grandin entra in una scena completamente vuota di oggetti scenografici, avvolta nel rituale del successo – con l’alloro che cinge la testa di una neolaureata – in un tempo che sembra concluso e rassicurante. Il suo ringraziamento al pubblico, che coincide con la platea reale, crea una breve illusione di controllo; un ringraziamento fatto inizialmente di tante frasi usuali, ripetute all’infinito quasi sempre uguali; frasi accompagnate da una gestualità che via via prende il sopravvento sulla parola, sostituendola completamente e questo genera uno strano effetto, quasi come se lo spettatore di trovasse dinanzi ad un colloquio nella lingua dei segni.
Ma l’ingresso improvviso della valigia rompe la linearità, facendo collassare la scena in una dimensione instabile. Da quel momento, l’azione non segue una progressione narrativa, quanto una deriva fisica.
Alice Staccioli e Michelangelo Raponi co-abitano questa deriva con qualità opposte. Staccioli lavora sulla sospensione: il suo corpo indugia, si rifugia in un gioco di superfici – realizzato attraverso la vestizione di molteplici abiti, che la valigia le restituisce, uno sull’altro, a rappresentare la ricerca identitaria di se stessa – in una leggerezza che congela il tempo e rimanda la decisione. Raponi, al contrario, imprime allo spazio una tensione continua, rappresentata con una gestualità che rimanda ad un compulsivo videogioco, un moto circolare e irrequieto che non trova approdo. Grandin, nel mezzo, costruisce e ricompone strutture effimere, estraendo dalla valigia cartoni che poi ricomporrà in scatole, come se cercasse di ordinare il caos senza mai riuscire a dominarlo. Tre corpi, tre stati, nessuna sintesi.
Pensare Aut Aut come una semplice contaminazione tra prosa, danza e teatro fisico significherebbe fraintenderne la natura. Qui il movimento non accompagna il senso: lo produce. Ogni gesto è necessario, ogni azione è parte di una partitura precisa, in cui il corpo diventa veicolo di pensiero. La relazione con il suono non è illustrativa, ma strutturale; la parola, ridotta a frammenti essenziali, non guida lo spettatore, lo espone e lo lascia solo di fronte a ciò che accade.
Il riferimento a Kierkegaard, già presente nel titolo della pièce, emerge come struttura profonda, non come citazione. L’alternativa tra vita estetica ed etica si traduce in una tensione costante tra dispersione e responsabilità, tra il rifugio nell’istante e il coraggio di assumere la continuità di sé. In scena non si oppongono valori morali, ma modalità dell’esistere: sottrarsi alla scelta o attraversarla fino in fondo, scegliere se esserci o sottrarsi.
Il lavoro della Margot Theatre Company trova la sua forza nel processo più che nell’esito. In scena non si assiste a una risoluzione, ma a un attraversamento: i corpi non arrivano a una forma definitiva, restano in uno stato di tensione attiva, come se ogni gesto potesse ancora deviare.

La valigia continua a occupare lo spazio senza dichiararsi. Non viene aperta, né abbandonata. È lì, presente, come una soglia che non chiede di essere varcata, ma neppure permette di arretrare. Attorno a essa il tempo si rarefà, il movimento rallenta, si frantuma, si sospende. Nulla si conclude davvero. Aut Aut non offre un finale, ma una permanenza: una situazione che resta attiva oltre la scena, affidata allo sguardo di chi osserva. Lo spettacolo si interrompe, più che terminare. L’azione si arresta senza sciogliere la tensione, lasciando aperta la possibilità di un gesto ulteriore, non compiuto. È in questo spazio vuoto, in questa sospensione non risolta, che il lavoro continua a esistere. Non come risposta, ma come domanda incarnata, che il pubblico porterà in se e con se a sipario chiuso.
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Aut Aut – con Martina Grandin, Michelangelo Raponi e Alice Staccioli, regia Valentina Cognatti , Teatrosophia, 23 gennaio 2026
Foto ©Grazia Menna





