Un ritratto esclusivo e un’intervista impossibile che celebra la carriera e la vita di un’icona senza tempo.
Negli anni Quaranta e Cinquanta, a Hollywood, la grande Capitol Records aveva collocato la voce di Doris Day, per qualità, popolarità e strategia di marketing, subito dopo quelle di Bing Crosby, Frank Sinatra, Ella Fitzgerald e Nat King Cole. A rafforzarne il mito contribuì anche il successo dei film prodotti in esclusiva dalla Warner Bros., la major che aveva rivoluzionato il cinema con l’avvento del sonoro. Quel fenomeno aveva un nome: Doris Day.
Indimenticabile protagonista di pellicole come L’uomo che sapeva troppo di Alfred Hitchcock, accanto a James Stewart, Doris Day incarnava un perfetto equilibrio di grazia, energia e talento. Bionda, vivace, intraprendente, capace di recitare, danzare e cantare con naturalezza, raggiunse in quel film uno dei vertici della sua carriera anche musicale grazie al celebre brano Que sera, sera, parte integrante della colonna sonora e destinato a diventare un classico senza tempo.
L’elegante attrice dagli occhi azzurri divenne per milioni di giovani, negli anni segnati dal dopoguerra, la “fidanzata d’America”. Grazie ai suoi dischi e ai suoi film, fu per lungo tempo l’artista più pagata di Hollywood.
All’anagrafe Doris Mary Anne von Kappelhoff, nata a Cincinnati, ex cantante di big band, interpretò oltre quaranta film tra il 1948 e il 1968, partecipò a numerosi show televisivi e incise più di 650 canzoni. La sua voce dominò le classifiche di tutto il mondo, conquistando una pioggia di riconoscimenti, tra Grammy Award e Golden Globe.
«Scelsi Doris Day – raccontò in una delle prime interviste all’Hollywood Reporter – dopo il successo della canzone Day by Day, incisa con l’orchestra di Barney Rapp e Jimmy James». Seguirono successi discografici memorabili come Sentimental Journey, in vetta alla Billboard Hot 100, considerata la “Bibbia” delle hit parade, e brani amatissimi come My Dreams Are Getting Better All the Time e Come to Baby, Do.
Parallelamente, il cinema consolidò la sua popolarità con film come Chimere (1950), accanto a Kirk Douglas e Lauren Bacall, Tè per due di David Butler, ispirato alla celebre commedia musicale No, No Nanette, Vecchia America(1951) e Aprile a Parigi (1952).
Nel 1951 fu inserita dall’American Motion Pictures tra le dieci attrici più popolari di Hollywood. Dopo l’esperienza alla Warner Bros., arrivarono altri grandi successi: Non sparare, baciami (1953), nel ruolo iconico di Calamity Jane, dove interpretò Secret Love, canzone che vinse l’Oscar e venne successivamente inserita nella Grammy Hall of Fame. Lavorò poi con registi come Charles Vidor in Amami o lasciami, David Miller in Merletto di mezzanotte, accanto a Rex Harrison, e con George Abbott e Stanley Donen in Il gioco del pigiama, adattamento cinematografico di uno dei più grandi trionfi di Broadway.
La sua filmografia si arricchì di una lunga serie di successi: Il tunnel dell’amore diretto da Gene Kelly, Amore in dieciaccanto a Clark Gable, Amore ritorna con il grande amico Rock Hudson e Visone sulla pelle di Delbert Mann,insieme a Cary Grant.
Nel 1965 scoprì di essere stata vittima di una grave truffa che le fece perdere gran parte dei suoi guadagni. Dopo una lunga battaglia legale, nel 1974 ottenne un risarcimento forfettario di 22 milioni di dollari.
Nel 1968 si ritirò dal cinema, ma non dalla televisione: per la CBS interpretò The Doris Day Show, una serie di grande successo ideata dal suo terzo marito e manager Martin Melcher. Dopo il quarto matrimonio con Barry Comden, si stabilì in un ranch a Carmel – by the Sea, il cui primo cittadino era il suo amico Clint Eastwood. I due progettarono anche un film insieme, che però non venne mai realizzato.
Ho immaginato di incontrarla proprio nel giardino del suo ranch, affacciato sull’oceano, tra querce e oleandri, approfittando di un mio incarico a Hollywood per la notte degli Oscar, mentre cercavo di incontrare anche il vecchio amico Clint Eastwood, allora in procinto di debuttare alla regia con un film dedicato a Charlie Parker.
Vuole una limonata? – disse – accogliendomi in giardino vestita d’azzurro come i suoi occhi
Lei è famosa non soltanto per i suoi film e per le sue celebri canzoni, ma anche — e questo lo sanno in pochi — per il suo spiccato senso dell’umorismo, che i suoi amici più stretti definiscono pungente. Che idea si è fatta della cosiddetta terza età, fatta di gioie e dolori per tutti, ma forse ancor di più per le star del cinema?
La cosa spaventosa della terza età è che alla fine sai che, giocoforza, ne uscirai. È anche un momento di profonda analisi della tua vita, in cui rivedi le tappe più importanti di ciò che hai vissuto, nel bene e nel male, dopo aver trascorso con successo una vita fra film, dischi e commedie, e scopri l’enorme valore di aver avuto accanto qualcuno da amare, considerando che a Hollywood non ci sono mai stati molti uomini a disposizione: o sono già sposati, o stanno divorziando, o “vogliono farti i capelli”. Alla fine scoprii di non aver mai incontrato un’anomalia che non mi piacesse, salvo alcune eccezioni.
È risaputo che nel mondo dello spettacolo — nel cinema in particolare — bisogna lottare per avere l’opportunità di affermarsi; così come, nella scelta dei testi e delle musiche delle canzoni, è poi necessario continuare a lavorare sodo per mantenere il successo eventualmente raggiunto. Insomma, ritmi che possono anche essere logoranti?
Secondo me va preso tutto con una buona dose di filosofia. Alla fine dei giochi scopri, con ironia, che è stato tutto anche divertente. Mi sono spesso paragonata a quelle bambole colorate che si vedono nei circhi: puoi spingerle giù, ma alla fine tornano sempre su. In questo mestiere ogni ragazza può essere glamour: basta essere carina, furba e avere un’aria un po’ svampita; e se poi c’è anche talento, allora si può davvero esplodere.
Quali erano i suoi sogni da ragazzina?
Da ragazzina desideravo semplicemente innamorarmi e sposarmi, avere dei figli, una casa e cucinare per la mia famiglia. E, sebbene poi abbia realizzato tutto questo, sono comunque finita a Hollywood: è stato davvero un viaggio incredibile.
Grazie alle sue grandi qualità artistiche, ha vissuto in un ambiente in cui spesso prevalevano invidie e rivalità, e dove non era sempre facile distinguere un vero amico. Per lei, come per Elizabeth Taylor, un vero amico è stato forse soltanto Rock Hudson?
Lo chiamavo affettuosamente “Erni”, perché non era certo una roccia. Hudson è stato per me una persona davvero cara e di grande gentilezza; e, se esiste il paradiso, sono sicura che lui sia lì.
Quanto è stato difficile restare la numero uno a Hollywood?
Se ti fai prendere dall’ansia dell’età che avanza e dal gioco dei numeri, come purtroppo capita a molti, finisci per farla diventare un’ossessione. A quel punto devi fare i conti con una realtà poco piacevole: quando sei in cima, prima o poi non puoi che scendere.
l giornalista americano Tom Santopietro, in un suo articolo intitolato Considering Doris Day, ha scritto che lei è diventata un simbolo mediatico dell’America del Novecento. Anche il biografo David Kaufman, nel libro Doris Day: The Untold Story of the Girl Next Door, sostiene che il suo successo esplose quando gli studios Universal annunciarono l’inizio delle riprese del film Il visone sulla pelle, che lei interpretò al fianco di Cary Grant. L’anno successivo fu inoltre ospite d’onore al Festival di Mosca, rappresentando in quel momento il volto, la voce e lo spirito dell’America, quasi come Edith Piaf lo era stata per la Francia. Si riconosce in questa definizione?
Hollywood mi ha etichettata come “la brava ragazza”, “la vergine d’America” e con altri appellativi simili. So che adesso scandalizzerò qualcuno, ma sono convinta che essere cresciuta in quell’America puritana non mi abbia aiutata a comprendere certi errori commessi per inesperienza. Se, prima di sposarmi, avessi provato a convivere per qualche mese con il mio primo marito, probabilmente non lo avrei sposato — e lo stesso vale per il mio secondo marito, George Weidler. Ma ero troppo giovane e ingenua per capirlo, e il mio cuore era ormai coinvolto.
Per quanto riguarda la mia vita artistica, devo tutto a mia madre: è stata lei a spingermi ad amare la danza. In seguito scoprii di avere anche una discreta voce. La mia prima esibizione avvenne alla radio, e da lì iniziarono le prime telefonate dei familiari e dei primi fan. Cantavo “Sentimental Johnny”, che divenne il mio primo successo discografico con la Columbia Records.
Poi arrivò il cinema e, con il cinema, “Que sera, sera”. A quel punto ero già diventata per tutti “la fidanzatina d’America”, mentre la mia voce — con migliaia di dischi venduti — veniva apprezzata anche da grandi artisti come Sarah Vaughan e da critici influenti come Gary Giddens.
Quella “fidanzatina d’America” andò definitivamente in pensione solo al termine di un invidiabile percorso cinematografico, riuscendo a liberarsi di uno stereotipo ormai obsoleto grazie a nuovi film come Attenti alle vedove, diretto da Richard Quine e interpretato in coppia con Jack Lemmon; quindi la commedia La ragazza più bella del mondo di Charles Walters, ambientata nel magico mondo del circo e recitata al fianco di Jimmy Durante; e ancora Non mangiate le margherite, accanto a David Niven, iniziando così a trasformare anche alcuni aspetti distintivi della propria immagine.
Il suo ultimo successo discografico fu Everybody Loves a Lover. L’ultimo album, invece, uscì nel 2015: My Heart. Le sue note, con la sua voce, mi accompagnarono all’uscita di quel ranch a Carmel, dove lei non c’era più. Ma attraversando il giardino verso il cancello di quella casa coloniale, illuminata dalla luce del tramonto, mi sembrò di riconoscere la sua inconfondibile voce che, al pianoforte, cantava Que sera, sera.
Un ritratto sonoro di Doris Day: una stella del cinema, la “fidanzatina” di tutti quelli che, come me, credono ancora nei sogni.





