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Marmellata di sangue in quel del regno ad Ham

Un feroce ed enorme drago è alle calcagna. Compie azioni terribili. Cacciatelo via!

Domenica 11 gennaio un solo attore folleggiava sul palcoscenico della Sala Verde del Centro Culture Contemporanee “Zo”. Questi che, ora in piedi ora seduto, si scatenava da una parte all’altra dello spazio catanese non poteva che essere Daniele Timpano. Proprio lui in tutta la sua stravaganza e originalità, il monarca della nostra scena e fabbricante di (anti)storie. Il timoniere e traghettatore romano strambo e spassoso e in quanto tale superlativo nella progressione del racconto di cui adesso diremo.

Il suo titolo è Caccia ‘l drago ed è il primo appuntamento pomeridiano del 2026, collocato all’interno di Altre Scene, la rubrica teatrale pianificata periodicamente, per iniziativa di Pamela Toscano e Sergio Zinna e mirata a valorizzare la moltitudine di linguaggi che compongono la moderna drammaturgia. Ad anticipare questo spettacolo poche altre rappresentazioni allestite tra ottobre e novembre 2025, lasciando, pertanto, che fosse affidato esclusivamente a Timpano il riavvio della rassegna subito dopo l’interruzione natalizia.

Lo spettacolo in questione, che è un monologo, ma questo lo avrete già capito, ci obbliga ad andare a ritroso di un bel po’ di anni, pressappoco 22. Diacronicamente parlando, era, infatti, all’incirca il 2004 quando un esordiente Timpano lo eseguì per la prima volta nella sua versione primitiva, la stessa versione che travalicando i confini della Città Eterna, incontrerà nuovi pubblici ma anche un paio di necessari ammodernamenti. Ammodernamenti che, principalmente, riguarderanno il rimaneggiamento del testo, ulteriormente limato, smussato e levigato; gli oggetti di scena ricostruiti daccapo e l’accompagnamento musicale che vedrà il dominio del pianoforte in registrazione, a sostituire l’originario e strumentale svolgimento dal vivo.

Ammodernamenti che, però, a giudicare dalla distanza temporale intercorsa tra una ripresa e l’altra dello spettacolo (dal 2004 al 2008, dal 2008 al 2025 fino a comprendere l’anno appena iniziato), saranno da considerarsi discontinui, ma non per questo meno efficaci. La scioltezza e l’elasticità di Timpano sono tali da occultare quasi totalmente la mancanza di continuità, rendendo impensabile l’idea che sia passato così tanto tempo.

E a proposito di tempo, c’è un ulteriore, decisamente più manifesto, divario temporale a cui bisogna fare riferimento. Una dislocazione che ha a che fare con l’epoca in cui si compie la storia narrata. Se il quadro in cui si inserisce quest’ultima è quello dell’età medievale, sulla scena non c’è neanche il più piccolo richiamo simbolico-visivo ad un periodo così lontano. Ciò vuol dire che l’antichità dell’era di riferimento si scontra completamente con l’attualità della scenografia e degli indumenti vagamente stilosi indossati dall’attore-autore.

Alla sua destra un piccolo ripiano, al di sopra del quale vediamo una brocca con dell’acqua e accanto un bicchiere. Se vi state chiedendo a cosa serve, la risposta non è poi tanto difficile e forse vi sembrerà anche simpatica. L’acqua, versata per tre volte, sorseggiata la prima, tracannata la seconda e sputata la terza, è il singolare espediente liquido scelto da Timpano per suddividere i capitoli del suo racconto. E non è finita qui.

Al centro scorgiamo una panca, sulla quale sì vi si adagia, ma non rinuncia, tuttavia, a percuoterla o sollevarsi in piedi sulla stessa, oppure a lanciarsi di botto sul pavimento e a rimanervi disteso come un cadavere, per poi rapidamente strisciare, trascinarsi e strofinarsi. Altrettanto di colpo alzarsi e, frettolosamente, correre, acrobaticamente scorrazzare, ritmicamente roteando e agilmente gesticolando, e nel frattempo sghignazzando e strepitando, esclamando, emettendo versi e numerando, canticchiando e reiterando: replicando intere frasi o singole parole all’infinito.

Proiettando le sue movenze: ombre che si muovono all’unisono con lui. Pronunciando discorsi su disastri inverosimili e fantasticherie di imprese titaniche, draghi e giganti, “cavalli e cavalieri, trombe e trombettieri”; “borghesia che avanza e aristocrazia che muore”; e fabbri, sovrani e contadini, abitanti di una Gran Bretagna incantata e personaggi sprigionati da se stesso. E l’attore con se stesso ci conversa e col pubblico interloquisce. Ora scrupolosamente ora fintamente esausto e scocciato, svogliato e sbrigativo, ma senza mai smettere di scherzare. E profanazioni a non finire. Di quello che sta dicendo a lui per primo non gliene importa nulla, però ormai, già che si trova sul palco, finirà di raccontarcelo.

Da una specie di flemma fugace ad una velocità fulminea, dalla totale e silenziosa immobilità al suo opposto e viceversa. E l’opposto è la dinamicità, talvolta marcata al punto da non riuscire a rimanere fermo nemmeno con il volto, dal quale ci provengono, come se piovesse, espressioni facciali tutt’altro che serie e ammiccamenti da inebetito. Insomma, una tragicità che, ammesso che ci sia, si confonde continuamente dentro una situazione che è comica dall’inizio alla fine. E Timpano in questo è imprevedibile.

Imprevedibile se si tratta di avvalersi della regola del “chi più ne ha più ne metta” e, d’altra parte, le stranezze più disparate coincidono proprio con i contrassegni della sua individualità scenica, che trainati da Caccia ‘l drago li ritroviamo forti e chiari e a volontà all’interno della produzione successiva e più recente, anche quella dove condivide il palcoscenico con altri, prima fra tutti la moglie Elvira Frosini, il secondo pilastro, attoriale e registico, di una Compagnia in costante espansione.

Passiamo ora al lato sinistro del palcoscenico. Da questa parte c’è semplicemente un ombrello di colore bianco. Anche questo elemento vi sembrerà insolito, ma quel che vi sembrerà ancora più strano è che, facendo ricorso ad un pochino della vostra fantasia, dovrete immaginare che quell’ombrello sia una spada, una spada che sia in grado di “prendere a morsi le code”. Così come dovrete immaginare che il velo nero che Timpano di tanto in tanto ha fra le mani o sulla testa sia un cane e che la piccola pentola di rame con la quale riproduce un esilarante voce nasale sia un megafono, uno di quegli altoparlanti e amplificatori arrangiati e improvvisati alla meno peggio. E giusto per non farci mancare niente, qui c’è la sua ennesima tipicità: una spruzzata di totalitarismo mussoliniano e di ironia letale quanto basta. Dintorno una luminosità a tratti verdognola e gialliccia, veli bianchi coprenti e un paio di improponibili occhiali da sole.

Gli occhiali da sole, accessorio ricorrente quando si parla di Timpano, sono il complemento all’abito che egli veste. Giacca, pantalone e camicia bianchi, in perfetto accordo col colore dell’ombrello-spada e una cravatta gialla distribuita scompostamente sulla camicia, la suddetta prima quasi interamente sbottonata e soltanto successivamente riabbottonata, in un momento che corrisponde più o meno alla parte finale della narrazione.

Ma da dove proviene questa narrazione, non lo abbiamo ancora detto. Parlarne implica tornare un istante al titolo, nel quale, avrete notato, che a primeggiare c’è un apostrofo: elemento tipografico di elisione, troncamento e abbreviazione. Questo, a quanto pare, perché a Timpano piace manovrare le vocali, così come le consonanti, in termini non solo di abbreviazioni ma anche di allungamenti oppure di sillabazione.

Dal punto di vista, invece, della provenienza narrativa e letteraria vera e propria ad essere scomodato è il britannico J.R.R. Tolkien a cui si devono, oltre ai romanzi per i quali è già famoso, anche racconti più marginali e meno divulgati. Racconti come Il cacciatore di draghi. Racconti che a celebrarli, sebbene in un modo intenzionalmente poco pertinente ed estraneo, lucidamente illogico e sconnesso, ci pensa un’enciclopedia umana come Timpano, la cui predilezione a ripescare perfino ciò che è meno conosciuto e ininfluente finisce per avere come conseguenza drammaturgica proprio quella sperimentazione verbale e fisica senza eguali, di cui abbiamo parlato finora.

È a partire da enormi macrocosmi culturali che si articola, infatti, quella sua propensione alla decostruzione analitica, la stessa che lo porta quasi automaticamente a scomporre e ricomporre qualsiasi cosa. Ed è cosi che, in Caccia ‘l drago gli irrinunciabili e tangibili meccanismi stilistici e linguistici di Timpano incrociano il fascino di quei rudimenti fono-semantici e sintattici, grammaticali, espressivi e lessicali, classici e filologici, epici e tematici, appartenuti allo stesso Tolkien. L’accostamento senz’altro anomalo e curioso ma, in fondo, perfetto di questa storia bislacca: un mito smitizzato diviso in tre capitoli d’acqua.

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Caccia ‘l drago – fabula in musica liberamente ispirata all’opera di J.R.R. Tolkien – Interpreti: Daniele Timpano – Regia: Elvira Frosini e Daniele Timpano – Musiche originali: Natale Romolo – Scene, costumi, oggetti: Alessandro Ratti e Officina Scenotecnica Gli Scarti – Disegno luci: Marco Fumarola – Produzione: Scarti – Centro di Produzione Teatrale di Innovazione, Kataklisma Teatro – Foto di scena: Andriani Tzima – Catania, Centro Culture Contemporanee “Zo” – Altre Scene: rassegna di Arti Sceniche Contemporanee (11 gennaio 2026)

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