Natale in casa Cupiello e Il dono di Natale: due volti del Natale eduardiano
Nelle case napoletane sono ormai pronti i frenetici preparativi per l’accensione del sacro fuoco del Natale, una festività ricca di tradizioni che ci riconduce inevitabilmente alle battute e alle vicende del capolavoro teatrale di Eduardo De Filippo: Natale in casa Cupiello.
Scritto nel 1931, è una delle opere più complesse del drammaturgo partenopeo e segna una netta presa di distanza dalle pièces più leggere e prevalentemente farsesche del padre, Eduardo Scarpetta, per intraprendere una più profonda indagine della psicologia umana. Nell’anima semplice di Luca Cupiello, un eterno bambino, Eduardo pone in risalto la potente carica grottesca nei rapporti interfamiliari, un elemento cruciale della sua poetica che sarà fondamentale nell’intera sua lunga produzione drammaturgica. La genesi stessa dell’opera fu un “parto trigemino“, passata da un atto unico nel 1931 alla stesura completa in tre atti, che si concluse progressivamente tra il 1932 e il 1934. L’autore stesso ne spiegò la particolare evoluzione in un’intervista del 1936 (“Il Dramma”, A.XII, N.240, 15 agosto 1936): «Questo mio lavoro è stata la fortuna della Compagnia Umoristica I De Filippo. Ebbe la sua prima rappresentazione nel ‘31 al Kursaal di Napoli: allora non era che un atto unico. L’anno seguente, al Teatro Sannazaro, scrissi il primo atto e diventò di due. Due anni fa venne alla luce il terzo: parto trigemino con una gravidanza di quattro anni!».
La complessità di Natale in casa Cupiello, al di là della struttura o della trama, risiede proprio in ciò che la commedia nasconde per poi rivelare: la problematica difficoltà della famiglia. Inserita nella tradizione dialettale, l’opera ne rappresenta un punto di svolta, intrisa di un’amarezza incredibile che emerge dal suo doppio registro di farsa e dramma popolare, anticipando per certi versi La cantata dei giorni dispari.
È in questa profondità di spirito che si manifesta la sua modernità. Eduardo inizia qui, lentamente ma inesorabilmente, ad abbandonare il tono farsesco di opere precedenti come Sik-Sik, l’artefice magico (1929). Assistiamo a un’opera di sottrazione drammaturgica: il testo si asciuga, i personaggi acquistano spessore psicologico (si pensi a Ninuccia, intrappolata in un matrimonio infelice), e la realtà sociale a volte brutale fa capolino, come nel drammatico finale in cui Luca, nel delirio, fa involontariamente riconciliare gli amanti. È il primo, fondamentale passo verso quella drammaturgia più affine a capolavori come Napoli milionaria! o Le voci di dentro: la maschera cede il passo all’umanità dolente.
Un’altra commedia di Eduardo, forse meno nota, di ambientazione natalizia è invece l’atto unico Il dono di Natale, un amaro e struggente spaccato sociale tratto da una novella inglese (The Gift of the Magi di O. Henry). È la storia di due sposini, Attilio ed Emilia, che versano in difficoltà economica ma che, amandosi alla follia, compiono sacrifici speculari (lei vende la sua chioma per comprargli la catena dell’orologio, lui vende l’orologio per comprarle i pettini). I doni inutilizzabili svelano le loro reciproche mancanze, ma il loro amore ne esce ancora più forte e autentico.
Entrambe le opere, pur nelle loro profonde differenze di tono e sviluppo, svelano la cifra stilistica inconfondibile di Eduardo: l’ineluttabile contrasto tra la purezza del sentimento e la dura realtà della vita. Sia che si tratti del sogno infranto e ostinato di un presepe, sia che si tratti del sacrificio silenzioso di due innamorati, il Natale sulla scena eduardiana non è mai solo festa, ma lo specchio impietoso dell’umanità, capace di ridere e piangere delle proprie miserie, trovando, nonostante tutto, un barlume di autentica e disperata poesia.





