Una conversazione immaginaria con Charlie Chaplin sulla vita, il cinema e la magia eterna del Vagabondo
«Lo specchio è il mio migliore amico perché quando piango non ride mai».
È una delle celebri frasi di Charlot, ovvero Charlie Chaplin, nato a Londra nell’aprile del 1889 e scomparso a Vevey, in Svizzera, il giorno di Natale del 1977. Dopo una lunga esperienza sui palcoscenici di provincia e come clown nei piccoli circhi inglesi, divenne il londinese più famoso del cinema, conquistando Hollywood prima con il muto negli anni Venti, e continuando anche con l’avvento del sonoro. Attore, regista, sceneggiatore, comico, produttore e compositore: queste le note sintetiche custodite dai dati universali per descrivere uno dei più grandi uomini di cinema di tutti i tempi.
Charlot si inventò vestito con una sdrucita marsina, pantaloni rattoppati, scarpe troppo grandi, tutto su un corpo nascosto sotto una bombetta birichina, camminando con l’andatura ammiccante e accompagnato dall’inseparabile bastoncino di bambù. Un viso commovente, sottolineato dai baffetti iconici, illuminato da due occhi sognanti che lo rendevano irresistibilmente simpatico anche al più cinico degli spettatori. Questo vestiario “sbagliato” e l’idea di creare un personaggio che parlasse soprattutto con il corpo, i movimenti e le espressioni del viso, senza usare le parole, si rivelarono una mossa vincente.
Applaudito ieri come oggi, sugli schermi grandi e piccoli di tutto il mondo, Chaplin ha regalato strabilianti gag comiche accompagnate dall’inconfondibile suono del pianoforte. Autore di oltre novanta film, la sua popolarità esplose con The Tramp (Il Vagabondo), emblema di una rivolta umanistica, nostalgica e sentimentale, talvolta comica e beffarda, contro le ingiustizie della società capitalistica. La maschera di Charlot divenne così simbolo dell’umanità beffarda e alienata nella Hollywood che stava diventando industria.
“Un giorno senza sorriso è un giorno perso”, diceva. E chi ha amato e ama il suo cinema sa che Chaplin non ha mai perso davvero. Tra i suoi film immortali, Il Monello dimostra la capacità di far ridere e piangere contemporaneamente; Luci della città, commedia romantica del 1931, introduce la prima colonna sonora sincronizzata con le immagini, dove il Vagabondo incontra una fioraia cieca che, sentendo sbattere la portiera di una Rolls, lo scambia per un miliardario e gli chiede di comprare un fiore. La Febbre dell’Oro mostra protagonisti ridotti alla fame costretti a bollire e mangiare le proprie scarpe; Tempi moderni e Il Grande Dittatore denunciano il regime nazista e il mondo industriale con lucida ironia e satira politica. Chaplin fu anche tra i pionieri a sperimentare il sonoro nella Hollywood che stava cambiando.
Una carriera lunga settant’anni e un pensiero progressista che lo rese avverso alla stampa e inviso al governo federale statunitense.
La decisione di dedicare a Charlot una delle mie interviste impossibili nacque da un suggerimento del mio collega e amico Vincenzo Mollica. «Perché non vai a intervistarlo sulla panchina in Sunset Boulevard a Hollywood, dove tante volte ci siamo seduti accanto a lui, a due passi dalla nuova sede degli Oscar?» mi disse al telefono. Lì, tra il Roosevelt Hotel e il Chinese Theatre, immortalato a grandezza naturale con le gambe accavallate sui pantaloni rattoppati, le scarpe penzoloni, la bombetta a tre quarti sul viso e l’inseparabile bastoncino in mano, c’è lui: Charlot.
Sedendomi al suo fianco, dopo l’inevitabile coda dietro un gruppo di turiste giapponesi rumorose, che lo abbracciavano e si scattavano selfie, esordisco:
Lo sa maestro, che queste ragazzine le hanno lasciato il segno del rossetto sui baffi?
Che non le venga in mente di cancellarlo. Vede sono orgoglioso, ha visto che spettacolo? Piaccio ancora tanto anche se non ho capito bene come funzionino queste moderne macchine fotografiche.
Beh’ maestro come si dice, il lupo perde il pelo ma non il vizio vista la sua passione per le giovanissime come Lita Gray o la bellissima Edna Purviance che lei fece debuttare sullo schermo a soli diciasette anni e poi Paulette Goddard che si dice sposò in Cina per poi divorziare in Messico. E infine Oona O’Neil la figlia del celebre drammaturgo Eugene che sposò a soli 17 anni.
Certo, caro giornalista lei ha citato le relazioni d’amore più importanti della mia vita. Quella era una Hollywood bigotta e invidiosa. Dalla storia con Lita ho avuto due figli e con lei il primo Oscar. Edna è stata l’unica a conoscermi prima del successo quando ero ancora un piccolo comico da dieci centesimi. Ricordo il suo debutto sullo schermo con il mio film Gli immigranti. Era più che carina era bellissima e con Paulette Goddard è stato un rapporto intenso d’amore, di stima e di lavoro che è durato tutta la vita. Oona è stata la compagna che mi ha seguito nel mio forzato esilio in Svizzera, la donna che mi ha regalato otto splendidi figli.
Dopo anni di successo e decine di film, quella Hollywood che guardava con sospetto le sue relazioni e invidia il box office dei suoi film e che ormai si produceva da indipendente con la United Artist fondata con Mary Pickford e Douglas Fairbanks, gli attori con lei più pagati di quella Hollywood; la stessa che con la complicità del famigerato maccartismo finì poi per cacciarla accusandolo di essere un comunista.
Vede, analizzando quegli eventi, è paradossale che nell’elaborazione di una comica, la tragedia stimoli il senso anche del ridicolo. Quel maccartismo come lo definisce lei, fece ad Hollywood tante vittime, tanti grandi protagonisti di quell’epoca furono costretti per lavorare a nascondersi dietro falso nome come è successo al grande sceneggiatore Dalton Trumbo, quello di Vacanze Romane premiato con l’Oscar con un nome inventato. Sdoganato da quell’ingiustizia dal coraggio e ribellione di registi come Otto Preminger e star come Kirk Douglas che minacciò di sospendere le riprese di un colossal come Spartacus. Hollywood ha comunque ha incassato tanti soldi con i miei film, eppure hanno aspettato che nel settembre del 1952 mi imbarcassi da New York con la mia famiglia per Londra dove si sarebbe tenuta la prima mondiale di Luci della ribalta per consegnarmi un foglio di espulsione dagli Stati Uniti con l’accusa di essere un comunista!
E pensare che tutto era cominciato nella Hollywood di Lake City, negli studi di Mack Sennett che lanciava i primi western di John Wayne con un contratto nel 1913 di soli 175 dollari a settimana.
Già! E lo sa che gli unici attori che a Hollywood hanno una sorta di monumento a parte le stelle sui marciapiedi sono John Wayne vestito da cowboy su un cavallo davanti a una Banca, un busto di James Dean nel piazzale dell’osservatorio dove girarono Gioventù bruciata e io su questa panchina. Oggi gli studi di Mack Sennett sono diventati un museo; li sono nati anche Buster Keaton, Olyver Hardy e Stan Laurel. Vede, ridere fa bene. Ridere degli aspetti più sinistri della vita è stata la chiave del successo dei miei film come IL Vagabondo e IL Monello, dove la risata anche se amara diventa un tonico, un rimedio per attenuare il dolore. E alle volte come è capitato per Tempi moderni e Il grande dittatore può diventare un’arma.
Quali sono maestro gli episodi che ricorda più volentieri di quel periodo, anche sul piano femminile se crede…
“Ho un ricordo molto caro legato all’amicizia e alla professionalità della vostra bellissima Sophia Loren, anche se non è legata al periodo di quella Hollywood ma a quando girammo con Marlon Brando La contessa di Hong Kong. Invece fra i ricordi dei miei vecchi film è indelebile quello legato alla lavorazione de La febbre dell’oro e alla scorpacciata di scarpe fatte di liquirizia che mangiamo per trecento volte quanti furono i ciak ripetuti nel film e che ci costrinse tutti alla toilette con una forma acuta di dissenteria. Ricordo anche gli spettacoli all’inizio della mia carriera che facevo con il bravissimo Fred Karno nel circo dove anche grazie a mio fratello Sidney imparai l’arte di esprimermi senza parole. E poi come non ricordare il debutto, cercato, voluto e ottenuto con successo del piccolo grande attore Jackie Coogan, accanto a me ne Il monello e l’emozione per una sequenza del Il grande dittatore, il mio primo film completamente sonoro, quando vestito da Hitler gioco con il mappamondo con il preludio del Lohegrin di Wagner.
Le cronache hanno raccontato anche della sua amicizia con il fisico più importante del xx secolo, Albert Einstein innamorato del suo cinema.
Albert venne alla prima di Luci della città a New York e quando gli spettatori che gremivano la sala ci videro arrivare, si alzarono tutti in piedi per un lungo applauso per stemperare l’imbarazzo dell’uomo che dava del tu al futuro. Gli dissi: Vede, applaudono me perché mi capiscono tutti e applaudono lei perché non la capisce nessuno. Allora sorridendo mi fece una linguaccia che diventò poi una foto iconica che fece il giro del mondo come il film.
Nel 1972 Hollywood si fece perdonare accogliendomi con tutti gli onori e un applauso di quindici minuti per consegnarle l’Oscar alla carriera.
Fu in realtà il mio secondo Oscar. Fu emozionante vedere come era cambiata Hollywood. Dedicai quella statuetta a tutti gli artisti vittime del maccartismo. L’anno successivo il 1973, vinsi anche un Oscar in ritardo di vent’anni, per la colonna sonora di Luci della ribalta, la ritirò per me Candice Bergen.
Tutto è bene quel che finisce bene maestro, come questa intervista impossibile.
Vede caro giornalista, ci vuole un solo minuto per notare una persona speciale, un’ora per apprezzarla, un giorno per volerle bene, tutta una vita forse per dimenticarla e come dice in una sua bella canzone Bobby Mc Ferrin Don’t Worry, Be Happy.
Ma scusi maestro, è una canzone del 1988 come fa’ a conoscerla?
BEh, è facile… e un po’ birichino, proprio alla Charlot! Su una panchina di Hollywood, in un’intervista impossibile, ci sta tutto… anche una risposta impossibile!





