di Fabio Salvati

 

 

Che cosa spinge –numeroso-  il pubblico del teatro Tor Bella Monaca ad affollare la sala dove è in programma una lettura recitata di Furore, l’adattamento teatrale curato da Emanuele Trevi del noto romanzo di Steinbeck che racconta una storia di 80 anni fa ? Certamente il gusto di assistere a una performance di quello straordinario e generoso attore che è Massimo Popolizio, ma quell’accorrere manifesta prima di tutto il desiderio di partecipare alla narrazione di qualcosa che ci riguarda e ci riguarderà sempre da vicino: la transumanza di generazioni di umani alla febbrile ricerca di un posto migliore dove vivere, sia che si chiami  Eldorado o Gerusalemme, o Lampedusa,  oppure, come in questo caso, California, per i disperati in fuga dalla siccità e dalle tempeste di sabbia dell’Oklahoma, ingrata e sterminata prateria di campi di granturco. Cambia soltanto il nome dei corridoi della fuga: per noi oggi è il canale di Sicilia. Per i disperati descritti da Steinbeck la via di fuga corre lungo la Route 66.

A chi crede poi che la diaspora sia una piaga che la Storia ha riservato solo a neri e pellerossa, le immagini proiettate sul fondale alle spalle dell’attore recitante rimandano vecchie foto di gruppi di famiglie, di bimbi bianchi e mogli bionde con occhi azzurri, che si sporgono da grovigli di baracche di legno e fango, quelle che oggi abbiamo imparato a chiamare slum, oggi che quelle stesse baracche sono insediate da famiglie di un altro colore. Sì, è decisamente la storia di oggi che ci viene raccontata dalla voce suggestiva e partecipata di Massimo Popolizio.

Siamo all’indomani della grande Depressione del 1929: banche e latifondisti senza scrupoli affilano gli appetiti ai danni dei poveri coltivatori già flagellati dalle contrarietà climatiche. La finanza ha bisogno di campi liberi da mettere a reddito: non può sopportare più a lungo le improvvisate, sommarie e fatiscenti abitazioni tirate su da contadini e le loro ingombranti piantagioni di granturco. Trattori senz’anima né ritegno tireranno giù le une e distruggeranno il resto, disegnando alla perfezione il deserto (polvere…la polvere…quanta polvere…) dal quale non resta altro che fuggire, lasciando tutto sul posto, a cominciare dalla propria storia (Come sapremo di essere noi senza il nostro passato ? qualcuno si domanderà ). E fuggono le famiglie: verso un ovest raccontato da un vociare incontrollato che racconta di Eden di frutta e benessere  nella non lontanissima California. Il viaggio sarà periglioso e brutale, ma mai quanto l’ottusa tentazione di rimanere allegati a quel deserto di ingratitudine e inospitalità che è diventato l’Oklahoma. Anche se a riceverli non sarà una festosa accoglienza da parte dei residenti: i nuovi arrivati saranno guardati con sospetto e al loro indirizzo saranno spesi i peggiori oltraggi. Rispettata in pieno la cifra metaforica del racconto, che qui risalta in tutta la sua evidenza nello squarcio narrativo dedicato al faticoso viaggio di una tartaruga su quella polveriera fatta di dossi e asperità del terreno.

Il racconto è scandito da quadri narrativi, sostenuto da immagini esplicative ed eloquenti (ma mai quanto la narrazione affascinante di Popolizio) con gli inserti musicali, coerenti e mai invasivi, eseguiti dal vivo da Giovanni Lo Cascio. Ai saluti la struggente ballata di Bruce Springsteen  “The ghost of Tom Joad” ispirata proprio al romanzo di Steinbeck.  La Compagnia Umberto Orsini ha prodotto l’evento al Teatro Tor Bella Monaca, dopo il grande successo riportato al Teatro India, nella produzione congiunta con il Teatro di Roma.

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