di Giorgia Leuratti

 

 

“Pe le borgate il mondo era come un campo di zingari” – una polifonia chiassosa, una coralità violenta intride quelle borgate di giovani che gradualmente affollano il proscenio.

Repentina la scena muta, si articola e disarticola trasformandosi sulla struttura di scene scorrevoli: sono scene spezzate, stralci episodici incastonati in un susseguirsi di quadri che determinano l’approccio di Massimo Populizio alla regia di “Ragazzi di vita”, di nuovo al Teatro Argentina di Roma dopo tre anni di repliche.

Se della scuola ronconiana riconosciamo fra le altre cose, la frammentazione del testo in unità di significato autonomo, quella del drammaturgo Emanuele Trevi rappresenta la prima trasposizione teatrale del romanzo di Pier Paolo Pasolini: eludendo la possibilità di una narrazione diacronica, costruisce invece una pièce che sembra scavare nell’opera, strapparne i frammenti eloquenti.

Ed ecco, la parola trema sulle labbra del narratore ( Lino Guanciale): è a schiena curva che egli barcolla sul bordo del proscenio, è brandendo un fazzoletto bianco che ci accompagna nelle viscere di un’epopea violenta, ne diviene ora personaggio, ora entità onnisciente; nell’uso iterato della terza persona travalica i piani come agente in un limbo impercettibile.

Questa la storia di un’ascesa, che diventa una discesa, una catabasi; la storia di Ricetto, ragazzo di borgata, scampolo di un mondo antico, genuino, perduto.

Snaturandosi progressivamente al cospetto con il nuovo mondo borghese egli è destinato ad assuefarsi ad esso, mitigando quel modo coatto, disperato, gioioso di stare al mondo.

Favorite dall’utilizzo di piattaforme scorrevoli, e veli, gli ambienti sono soggetti ad uno stravolgimento continuo, gli aneddoti procedono come capitoli d’un libro, talvolta disarticolati o parziali eppure mirati a restituire la permanenza di un mondo ancestrale, il suo progressivo svuotamento.

Disabituati forse ad un corpo attoriale così vasto, abbiamo dinanzi a noi un “treppio” di interpreti, rincorriamo i diciannove “borgatari” nella quotidianità rutilante e furiosa: il bagno ad Ostia, il furto di polli; poi quello della borsetta tra i sedili di un torpedone si susseguono veicolati dal dialetto romaesco, lingua vitale e primordia.

“Le nuvole si erano compresse e rannicchate in fondo ar cielo” – quando sopraggiunge la morte di Amerigo qualcosa sembra rompersi del tutto: la purezza vitale e violenta di un microcosmo incontaminato si sporca del mondo esterno.

Con: e Sonia Barbadoro, Giampiero Cicciò Verdiana Costanzo, Roberta Crivelli Flavio Francucci, Francesco Giordano Lorenzo Grilli, Michele Lisi Pietro Masotti/Laurence Mazzoni

Paolo Minnielli, Alberto Onofrietti, Lorenzo Parrotto, Silvia Pernarella Elena Polic Greco, Francesco Santagada, Stefano Scialanga, Josafat Vagni, Andrea Volpetti.

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