di Giorgia Leuratti

 

Il sibilare del vento scuote una persiana invisibile, nel fondale una donna vestita di rosso consuma la propria insonnia in balía di domande che si accavallano, di angosce provenienti dal fondo dell’esistere.

È lo spazio volutamente spoglio di “Carrozzerie Not” a ospitare lo scorso 9 Ottobre “Cascando!” di Pietro Dattola che in prima nazionale, inaugura la decima edizione del Re-Inventaria Festival di Roma.

Ed ecco, una musica dance avvolge lo spazio mutandone la forma, il contesto: “Non ti atterrisce sentire il tuo cuore battere la notte? “- strappata dal buio della stanza la donna affida al chiasso il tumulto dei suoi pensieri urlandone i frammenti a un interlocutore sconosciuto, forse immaginato.

Laddove l’impossibilità di dormire è leitmotiv costante, esso diviene, nella struttura, metafora di un’insofferenza atavica, di un tempo che è macigno, che nella sua corsa forsennata impedisce di respirare.

È nella presenza di un unico corpo – quello dell’attrice Flavia Germana de Lipsis – che le voci vanno a confluire nel dispiegarsi di un timbro altisonante, eterogeneo nelle sue declinazioni, dove altre forme di simulacri prendono vita: se le prime evocano e diversificano le voci cerebrali grazie all’utilizzo di caratterizzazioni contrastanti, altrettanto incisive risultano le seconde plasmate come onomatopee che, complementari alle incursioni musicali, hanno la funzione di evocare le atmosfere suggerite dal racconto. 

Nell’articolarsi di una narrazione che nella discontinuità, nel ricorso ad un ritmo intermittente, indirizza la propria modalità espressiva, passaggio ulteriore risulta l’atto di ironica deformazione del rito tradizionale e di un “Credo” cattolico declinato secondo nuovi lessemi che ne ribaltano il senso originario per indirizzarlo sulla scia di una laica domanda sull’esistenza stessa, sull’impossibilità di decifrarla o di visualizzarsi all’interno di essa.

C’è l’atomo a cui non importa se la materia di cui è fatto è viva o morta

Se il battito cardiaco arriva a configurarsi come unità di misura, strumento di consapevolezza e presenza nella realtà, ad esso si oppone una fine infinita la cui presenza perturbante diviene strumento di una continua caduta, di un inciampo a priori nell’approccio con il quotidiano.

È dunque il movimento spezzato, il passo interrotto, la mimica plastica del volto dell’interprete, mimesi del nucleo stesso dell’opera, il tentativo singhiozzante e spaesato di interrogarsi sulle dinamiche del mondo.

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