di Claudio Riccardi

 

Zio Antonio è un viaggio a tinte neorealiste nella Roma del secondo Novecento. Distese di palazzoni in fila, piantati a terra come fiori in ampie distese di campagna. Anni luce lontano dalle luci del centro. Speculazione edilizia a giustificare un tetto per tutte le migliaia di famiglie che salivano dal Sud in cerca di un destino migliore. Dentro le loro valigie un misto di speranza, ignoranza, miseria, malinconia.

Tinte che emergono, chiare e scure, nella raccolta di racconti “Donne Romane, storie al margine sotto l’argine”, edizioni Edilet, che Paolo Vanacore ha adattato per il teatro, nella forma di un reading andato in scena il 30 aprile allo Spazio Teatro Faber di Frascati. Tre i leggii posizionati sul palco, la voce di Carmen Di Marzo a triangolare episodi e moltiplicare stati d’animo. Nei panni di Maria, ragazza giovanissima venuta a Roma, alla Magliana, insieme al marito Giovanni. Strappati con le loro radici da Napoli e dal suo mare, i due vengono calati in una realtà che è anche agli antipodi rispetto alla Capitale della Bella Vita.

Una Roma anonima e seriale, popolana e popolare. Divisa tra gli emigrati di varie provenienze e gli “indigeni” spostati come blocchi di periferia in periferia. Lingue diverse, vissuti diversi. Un meltin pot improvviso e non gestito, incunabolo di tensioni e scontri violenti. A cui si sommano le difficoltà, entro le mura domestiche, a sbarcare il lunario. A sfamare bocche.
Giovanni inizia subito a lavorare, a Maria il compito di gestire la casa e soprattutto di mettere al mondo un figlio maschio. Come vuole la tradizione del patriarcato meridionale. Ma solo alla quinta gravidanza, dopo 4 femmine arriva l’attesissimo Antonio. Che però nasce prematuro, debole e deforme. Una delusione fortissima che entrambi i genitori riversano da subito sul piccolo, isolandolo in un sotterraneo. Nascosto come una vergogna, creatura non meritevole di vivere. Abbandonato da tutti, sviluppa danni cerebrali irreversibili.

Carmen Di Marzo, lasciando scivolare a terra uno ad uno i fogli del racconto, descrive con grande pathos una Maria che è priva delle categorie e degli strumenti per gestire una situazione simile. Priva di istruzione e di esperienze, si lascia trascinare dalla reazione del marito e dalle voci di quartiere, ed ammette a sé stessa di non provare amore per questo figlio. Gli equilibri in famiglia si rompono: Giovanni si fa scorbutico, perde il lavoro, trascorre le notti non si sa dove, poi si scopre che tradisce la moglie con un’altra donna. Insieme all’amante fa un figlio. Ironia della sorte, di nuovo femmina. Scarica per questo motivo la donna e sparisce di scena. Anche perché nel frattempo l’ufficiale giudiziario toglie i veli al nascondiglio di Antonio, e sottrae a Maria e Giovanni tutti e 5 i figli. Per Maria, di ritorno dal suo primo viaggio da sola nel centro di Roma, è un trauma che fa da spartiacque nella sua vita: nel baratro della disperazione trova forze inattese, cerca e trova un lavoro, si apre alla conoscenza, legge e impara a scrivere. Conosce nuove persone, gira per Roma e tutti i giorni va a trovare Antonio in istituto. Inizia ad amare quel figlio, che qui viene soprannominato “Zio Antonio”. Il bambino ricambia e fa progressi. Maria è piena di rimorsi, per come si comportò con lui all’inizio. Ora che è libera ed ha aperto la mente alla conoscenza, realizza la genesi dei suoi errori: ignoranza e dipendenza dal marito.
Le figlie crescono con altri genitori, ma ricordano e cercano la “vera” mamma. Tutto si ricompone, secondo dei nuovi riferimenti che permettono a Maria come a tante donne che hanno vissuto quella stagione dell’Italia di guardare in avanti a testa alta e con dignità. E senza dimenticare il legame con le origini.

Carmen Di Marzo, lasciandosi trasportare dalla brezza del Ponentino, il vento diggiù, chiude con le lacrime e il fiato interrotto. Ai toni drammatici alterna l’entusiasmo della scoperta, della novità, della primavera che fa ritorno nei percorsi di vita. Un’ atmosfera completata egregiamente dalle musiche originali composte dal maestro Alessandro Panatteri ed eseguite dalla Camera Musicale Romana.

Il pubblico del Faber apprezza e restituisce fragorosi applausi. E noi speriamo di rivedere nuovamente in scena questo toccante spettacolo.

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