VITA, MORTE E MIRACOLI DI BONFIGLIO LIBORIO TRIONFA AL CAMPIELLO

 di Paola Tiriticco

Un lungo racconto che attraversa tutto il secolo scorso, dal 1926 al 2010. 

I maggiori avvenimenti storici, visti attraverso gli occhi di quello che potremmo definire il matto del paese, un emarginato, un ultimo che tenta in tutti i modi e con tutte le sue forze di entrare a pieno titolo nella società, di trovare una sua collocazione ed una sua accettazione, ma sempre ne viene rigettato.

“Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio” di Remo Rapino (edizioni Minimum Fax) è il libro che ha appena vinto il premio Campiello.

Liborio è un cocciamatta, come lo chiama la gente, parla una lingua inventata, una sorta di italiano rivisitato in un non ben identificato dialetto del sud, fatto di parole storpiate, di sintassi inesistente e di pensieri semplici e acuti allo stesso tempo.

Seguendo Liborio attraverso lo sforzo che fa per capire il mondo che lo circonda e i tanti avvenimenti della sua vita, anche il lettore si ritrova a fare delle considerazioni nuove, un po’ l’effetto che si prova a guardare la realtà attraverso gli occhi di un bambino.

Semplice non vuol dire stupido, anzi tante volte Liborio si sente ripetere che non è poi così matto come sembra.  E’ questa una delle tante ossessioni di cui è costellato il libro, con frasi ripetute come un mantra, quasi a cercare rassicurazioni e punti fermi da cui partire. 

Un padre mai conosciuto, emigrato forse in America , e di cui ha preso gli occhi e lo sguardo, una mamma e un nonno morti quando era solo un bambino, questi sono i primi segni neri, così chiama gli eventi sfortunati, che renderanno la sua vita impossibile da raddrizzare.

E poi via via la guerra, con gli eccidi e la resistenza dei partigiani, la povertà e la necessità di emigrare al nord per lavorare nelle fabbriche, il boom economico, i sindacati, le lotte e gli sfruttamenti, la stagione del terrorismo e il manicomio.

Ma è proprio in manicomio, rinchiuso con altri “cocciamatte”, che Liborio si sentirà per la prima volta accettato, nel luogo dove la diversità è legge, l’accoglienza e la comprensione umana un obbligo.

Remo Rapino ha dichiarato che questa parte del libro, è frutto di una grande ricerca negli archivi, in particolare in quello del manicomio provinciale di Imola.

Da quelle cartelle cliniche ha preso spunto per descrivere gli altri ospiti e le loro storie.

“ Perché come si ragiona in un posto manicomiale non si ragiona da nessuna parte” questo pensa Liborio ed è ancora una volta una realtà semplice e vera.

Liborio uscirà da quel manicomio, anche se non vuole, e dovrà tornare al suo paese, in un mondo che non capisce, continuamente deriso dai suoi compaesani.

I pensieri continuano a girare vorticosi nella sua mente,  ma sempre più spesso se ne sta in silenzio, ed in questo silenzio continua ad osservare la vita con  la sua forza calma e resistente.

Aspetta così la morte, con le sue ossessioni che sono ossessioni pacate, forse quasi più desideri, come quando immagina di rivedere i compagni della fabbrica e quell’operaio che ha perso il braccio nella catena di montaggio finalmente sano, o vede realizzata la sua aspirazione ad avere il camice bianco da medico, perché alla fine lui così matto non è, e anzi è quello che riesce a capire e spiegare le ragioni degli altri pazienti.

“Anche se non ero tanto normale, ma io mi guardavo intorno e vedevo che persone che non erano tanto normali ce ne stavano a mucchi, come le foglie che ammucchiava il vento agli spigoli delle case”.

La definizione data da Maria Ida Gaeta riassume il senso profondo del libro “sta dalla parte dei matti, degli idioti, fuori dai margini, dove spesso sta la letteratura o comunque dove la letteratura sa stare”.

E’ tutta qui l’essenza della vita di Liborio e di quelli che come lui viaggiano silenziosi ed in punta di piedi attraverso la storia e che alla fine sono anche loro Storia.

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