di Noemi Spasari

 

Simone Cristicchi, artista eclettico, attore, musicista, scrittore, in tournée con il nuovo lavoro teatrale “Paradiso – Dalle tenebre alla luce” in cui affronta il poema dantesco con il suo originale, poetico punto di vista, ha concesso a Quarta Parete una breve intervista prima di salire sul palco del Teatro di Pietrasanta. 

 

Come sappiamo e come si legge anche nella presentazione del suo spettacolo il Paradiso è un cammino, un percorso. Qual è stato il cammino che l’ha avvicinata alla comprensione e alla messinscena della terza Cantica del capolavoro dantesco?
Il percorso è più che altro l’attitudine che ho acquisito nei confronti di quest’opera che è quella di una persona che entra in un museo e si lascia attraversare dall’energia delle opere. Ho voluto mettere in scena tutto ciò che la lettura di questa terza Cantica ha generato in me. Quindi non si tratta di un classico spettacolo di esegesi, d’ispirazione dei versi danteschi, bensì una sorta di messa a nudo di me stesso, della mia storia, dei miei dubbi, dei miei interrogativi. Nello spettacolo prendono forma poi delle grandi domande della nostra esistenza, come cosa possa esserci dopo la nostra morte, se davvero può esserci un Paradiso, fino ad arrivare alla fase finale dello spettacolo in cui io mi riaggancio a tutto questo percorso e faccio una sorta di summa di questo cammino e vado a concludere con il Trentatreesimo che è la visione di Dio, il momento cruciale in cui Dante – anche se non lo nomina mai, in questo sta anche la sua genialità – in una visione finale termina il suo viaggio di purificazione.

 

Sono trascorsi settecento anni dalla morte del Sommo Poeta e dopo infiniti studi, interpretazioni e riproposizioni ancora se ne parla e ancora ci parla. Che cosa ha da comunicare il Paradiso oggi secondo lei?
Se ammettiamo il fatto che lui non abbia effettivamente vissuto quest’esperienza (perché c’è una scuola di pensiero che sostiene che lui abbia vissuto veramente questo viaggio, questa visione), allora possiamo pensare a Dante come a una specie di sciamano in contatto con delle altre dimensioni a noi sconosciute. Che poi un po’ il poeta è questo, la poesia è forse l’arte più “alta” perché utilizza la parola per evocare, e così il suono, la vibrazione interferisce con gli altri esseri umani. In generale, lo dico all’inizio dello spettacolo, la Divina Commedia è un viaggio iniziatico, un percorso di purificazione che parte metaforicamente dall’osservazione e dall’accettazione delle nostre ombre, della nostra parte infernale che vediamo anche oggi; poi c’è una fase intermedia di catarsi, di purificazione che serve poi a diventare puro spirito e arrivare alla spiritualizzazione della materia, che è una sorta di arte alchemica, in fondo.
Sono i tre stati dell’essere Dante che rappresenta in questo modo: Inferno, Purgatorio e Paradiso. Mi viene da dire che la sua non è un’opera letteraria in senso stretto, ma una sorta di rivelazione per ognuno di noi, ecco perché è universale. La cosa difficile oggi è proprio guardare dentro se stessi e capire che davvero dentro di noi ci sono delle pressioni, delle tensioni e ambiguità e il mondo è uno specchio di quanto siamo contorti noi dentro. “Così in cielo, così in terra; così in alto così in basso”, diceva una legge ermetica di mille anni fa che dice appunto che la parte spirituale deve essere perfettamente equilibrata con quella materiale e solo così l’uomo si può evolvere. A me viene anche da dire che “così com’è fuori, dentro”, questo mondo così caotico, confusionario, separato, pieno di contraddizioni è semplicemente lo specchio dell’essere umano.

 

Dante nel suo viaggio è stato circondato da personaggi di vario genere; lei per portarlo in scena sceglie di essere un’unica voce accompagnata dalla musica. Com’è arrivato a questa scelta e perché?
Volevo fare una sorta di musical con un solo attore in scena, è un genere che a me piace molto, ho cominciato nel 2013 con “Magazzino 18” che era un po’ questa l’idea di essere sul palco da solo però cantare, recitare, raccontare storie. Io nasco come cantautore e successivamente (nel 2010) comincia la mia avventura teatrale. Ma la canzone ha una forza incredibile, a parte la vibrazione del suono che rompe le barriere e riesce a emozionare anche semplicemente ascoltando. E poi ci sono le parole cantate, la liricità dei versi che prendono una melodia. Io avevo scritto queste canzoni durante la prima fase di quarantena e quando si è trattato di lavorare su un nuovo spettacolo c’erano, alcune sono state invece proprio scritte appositamente, come “Vergine madre” che è l’inizio del trentatreesimo canto del Paradiso che è la supplica alla Vergine di San Bernardo di Chiaravalle che è stata – forse per la prima volta – musicata (abbiamo musicato i versi insieme a Valter Sivilotti.

 

Dopo questo viaggio nel Paradiso di Dante cosa la aspetta? Può anticiparci qualcosa sui prossimi progetti?
Il prossimo progetto in cantiere è ancora in fase di definizione, ma è dedicato alla figura di Franco Battiato. Sarà un omaggio alla canzone mistica di Battiato, al suo repertorio di carattere più spirituale e sarà un grande onore per me, un privilegio, prestare la mia voce a queste canzoni incredibili che sembrano quasi delle preghiere.

 

Lo spettacolo Paradiso – Dalle tenebre alla luce in scena ieri al Teatro Comunale di Pietrasanta, promosso da Fondazione Versiliana, è un nuovo punto di vista sull’opera dantesca che in occasione del settecentesimo anniversario della sua morte ha visto numerose riproposizioni.
Rivolgendosi direttamente al Sommo Poeta, Cristicchi inizia il suo racconto paradisiaco fatto di parole e canzoni, un viaggio alla ricerca di una parola, di storie, di una via.

E la parola ricercata sarà proprio il “desiderio”, quel sentimento di mancanza che ci caratterizza, noi esseri umani, pieni di contraddizioni, indecisi fra bene e male, capaci di scindere l’atomo, ma incapaci di guardarci dentro. Ma il desiderio, secondo Cristicchi, è la mancanza che sentiamo nei confronti delle stelle, perché è di stelle che siamo fatti.
È un Paradiso di cui canta l’artista in scena è pieno di bambini, di padri, di lavoratori, di ragazzi che non ce l’hanno fatta, di migranti lasciati morire in mare, non ci sono santi, ma chi ama è libero di amare.
Racconta anche una storia già nota a chi conosce l’artista, la storia di Maria Sole, una bambina morta a nove anni e del suo palloncino ancorato a terra e a lei dedicherà una delle canzoni che costellano lo spettacolo. “Le coincidenze hanno un senso solo per chi le vive”.

E così nel corso di quell’ora e mezzo che trascorre fra parole e canti, Simone Cristicchi ci parla di Paradisi, non solo quello dantesco, ma quelli immaginati e sognati da tutte le religioni, che alla fine un po’ di somigliano tutti.
Cristicchi regala al pubblico una sua visione poetica e personale degli immortali versi della Divina Commedia, li musica, li trasforma in una nuova poesia universale.
E con la sua musica, le sue parole, la sua ricerca ci mostra un nuovo modo di percorrere il viaggio alla scoperta della Conoscenza.
Uno spettacolo dalla purezza unica, semplice, ma complesso, genuino e universale, diretto ai cuori e alle anime.

 

Foto di Emma Leonardi

Paradiso – Dalle tenebre alla luce
Scritto da Simone Cristicchi in collaborazione con Manfredi Rutelli
musiche di Valter Sivilotti, Simone Cristicchi
canzoni di Simone Cristicchi
videoproiezioni Andrea Cocchi
disegno luci Rossano Siragusano
aiuto regia Ariele Vincenti
regia di Simone Cristicchi
produzione Elsinor Centro di Produzione Teatrale, Accademia Perduta Romagna Teatri, Arca Azzurra, Fondazione Istituto Dramma Popolare di San Miniato con il sostegno di Regione Toscana

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