di Paola Tirittico

Può una psicoterapeuta trentacinquenne, bella, scapigliata, single, piena di energia ed entusiasmo, sempre vestita in jeans e maglietta, lasciare Parigi per andare a esercitare la sua professione a Tunisi?

È proprio questo il tema del film Un divano a Tunisi, della regista franco-tunisina Manèle Labidi, in uscita nei cinema l’8 ottobre e vincitore del Premio del Pubblico- BNL People’s Choice Award alle Giornate degli autori della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia 2019.

Selma (Golshifteh Farahani) lascia la sua confortevole vita parigina per ritrovare le sue origini, per colmare un vuoto e rimettere insieme due parti della sua esistenza. Sbarca quindi a Tunisi, dove procede incurante dei piccoli e grandi problemi che le si pongono davanti.

Ne scaturiscono una serie di situazioni comiche che servono alla regista per ben disegnare le contraddizioni della società tunisina post rivoluzione che, come la protagonista, rimane sospesa tra la voglia di cambiamento e l’attaccamento alla tradizione.

Selma procede impavida, ignora i codici del vivere comune, ne rifiuta gli stereotipi che la condannano perché indipendente, non sposata, senza figli e solitaria.

Una solitudine difficile da coltivare tra parenti invadenti, pazienti eccentrici e una burocrazia paradossale che ci strappa più di un sorriso.

Il film è senz’altro una intelligente commedia ma anche uno spaccato delle contraddizioni di un popolo in cerca di una sua identità, soprattutto nella classe media, in quella borghesia divisa tra modernità, tradizione e il desiderio di un’affermazione economica.

Sullo sfondo temi importanti e a volte drammatici: la religione, il cambiamento di mentalità, i conti con un’economia difficile. Il tutto però viene affrontato con leggerezza e umorismo.

La lingua è un misto tra francese e arabo e dona al film un’allegra mescolanza e confusione insieme a una musicalità straordinaria.

E a proposito di musicalità, c’è molta Italia in tutto il film.  Nella colonna sonora figurano due canzoni cantate da Mina (“Le strade vuote” e “Io sono quel che sono”) e soprattutto è possibile riscontrare continui richiami alla commedia all’italiana, che per la regista è stata un modello per descrivere una società in cambiamento, con tutti i suoi problemi e storture, mantenendo sempre un tono allegro.

Manèle Labidi ha dichiarato infatti di amare particolarmente film come “Matrimonio all’italiana”, “I soliti ignoti”, “Brutti sporchi e cattivi” e “I mostri” per quello sguardo impietoso ma ironico sui difetti di un popolo.

Freud guarda allibito questo carosello di strambi pazienti che si alternano sul divano della soffitta abitata da Selma, fermo con sguardo severo nel quadro che domina la stanza. “La psicanalisi? Non ci serve, noi abbiamo l’Islam”, sentiamo dire ad uno dei personaggi.  Selma ascolta in silenzio.

Insomma un film molto godibile, che ci lascia una comprensione non banale delle trasformazioni della società tunisina. Sicuramente una bella prova per la regista al suo primo lungometraggio, aiutata anche dall’intensa interpretazione di Golshifteh Farahani, iraniana, costretta a lasciare il suo paese e a trasferirsi in Francia.

Ritorna il tema della doppia cultura, della lotta tra tradizioni e vita occidentale, della contaminazione, ricchezza ma anche lacerazione profonda.

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