di Giorgia Leuratti

 

Lo immaginiamo ancora giovane, ancora pittore, ancora intento a dribblare il colore sulla superficie estesa delle tele; lo immaginiamo all’inizio degli anni Sessanta quando, ispirato dal dinamismo dell’Action Painting americana, ne assorbiva l’influenza allargando il suo interesse fino alle opere Dadà, al surrealismo artistico dei suoi maestri.

Non fu da sempre drammaturgo Giancarlo Nanni, eppure il suo amore per la scena si sviluppò in modo tanto fluido da porsi in continuità con le sue antiche passioni: scioccato a diciassette anni dall’incontro con Jackson Pollock, subì qualche anno dopo un’ancor più intensa folgorazione; conobbe Manuela, e il teatro.

Nell’assistere da spettatore alla messa in scena de “L’Amleto” di Carmelo Bene, Giancarlo ascoltava una parola che non era più parola, che si liberava da un significato meramente descrittivo, per farsi suono, musica; nell’osservare i movimenti di Ofelia (Manuela Kustermann) rimaneva rapito dalla donna che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita.

La pittura scivolava nel teatro, si fondeva con lui entro un sistema di segni in cui, la messa in discussione dello spettacolo tradizionale, lo liberava dalle rigide forme, lo portava ad essere struttura in divenire, gioco combinatorio e informale, interrogativo costante.

26 opinioni su Marcel Duchamp (1968), Escurial prova la scuola dei buffoni di Michel de Ghelderode (1968), L’imperatore della Cina (1969), A come Alice (1970), Il risveglio di primavera (1971); ricorrendo ad un collage, valido tanto nel quadro, quanto nel palcoscenico, Nanni sembrava aver inventato un nuovo modo di far teatro, quello che per primo Bertolucci definì “Teatro immagine”.

Si potrebbe parlare di Nanni come un fondatore, fondatore del gruppo teatrale d’avanguardia Space Re(v)action (1968), della cooperativa La fabbrica dell’attore (1975), ma soprattutto, insieme alla Kustermann, di una realtà che ancora oggi sussiste, persiste, resiste: Il Teatro Vascello (1989).

L’inesauribile ricerca di linguaggi, l’interesse verso mondi differenti, la necessità di un’arte che si reinventi, si trasformi, si ricicli; nella coscienza di una cultura ormai “melting pot”, la coppia portò avanti un progetto da sempre proteso alla scoperta di nuove frontiere.

E’ all’inizio del suo “Il Gabbiano” (1997), tratto dall’omonimo dramma di Anton Čechov, e riportato sulla scena del Vascello nel Febbraio 2018, che ascoltiamo un’ultima volta le sue parole: una voce che parla della rappresentazione sulle rive del Tevere come il più grande spettacolo del mondo, che ricorda quando il pubblico occupava tutto il ponte e riceveva delle arance sulle quali erano scritte poesie.

Condividi su: