di Edoardo Vezzi

 

Riti mistici, muscoli enormi, sangue e mitologia norrena: Robert Eggers è tornato al c inema con “The Northman”, questa volta con un lavoro più diretto e con meno dietrologie. Il risultato è una specie di blockbusterone (passatemi il termine) ma con una sua identità.

Accompagnato da un cast di spessore, Eggers scrive – insieme al paroliere islandese Sjón – e dirige un film diverso dai suoi due precedenti. In cerca di un pubblico più ampio – probabilmente a causa di un budget notevole per un cineasta indipendente al suo terzo lungometraggio – si assiste ad una storia più trasparente, ma comunque non priva di autorialità.

Il mondo è quello dei vichinghi, le ambientazioni sono quelle fredde e dure della Scandinavia e la trama riprende l’opera di Amleth – l’antenato dell’Amleto di Shakespeare – racchiuse nelle Gesta Danorum scritte nel XII secolo dallo storico danese Saxo Grammaticus.

La storia, quindi, è abbastanza lineare: nell’895, il re Aurvandill War-Raven (Ethan Hawke) ritorna, dopo una campagna militare, nel suo regno sulla costa ritrovando sua moglie, la regina Gudrún (Nicole Kidman), e suo figlio ed erede, il principe Amleth (Oscar Novak). Con un rito di iniziazione, presieduto da Heimir (Willem Dafoe), il re decide di conferire al figlio le proprie responsabilità. In quello che sembra un glorioso ritorno, si cela un “colpo di regno”: Fjölnir (Claes Bang), fratello di re Aurvandill, uccide il re-fratello e si impossessa del trono. Il giovane Amleth si ritrova a scappare nel mare ghiacciato con in testa un solo pensiero: “Ti vendicherò padre, ti salverò madre, ti ucciderò Fjölnir”.

Questo l’incipit di una pellicola che vede, oltre agli attori già citati, anche Alexander Skarsgård – che interpreta un Amleth cresciuto –, Anya Taylor-Joy (“La regina degli scacchi”) e Bjork, la veggente che indirizzerà il destino di Amleth, il cui obiettivo sarà fare fede a quelle parole pronunciate mentre scappava dal suo regno anni addietro.

Da qui, come detto, la storia di “The Northman” è prevedibile, e lo è volutamente. Quello che ha tentato di fare Eggers è portare il suo Cinema in una narrazione che spesso e volentieri nasce e muore senza personalità. Ci sono molti elementi che lo rendono un film suo, partendo dalla fotografia. Già in “The Witch”, il suo horror indipendente, l’immagine colpiva per profondità e inquietudine, ricreando quel perturbamento ormai abbandonato dai nuovi horror che puntano più facilmente su dei semplici jumpscare per impressionare il pubblico. La potenza fotografica viene invece riversata anche in questo film, diventando centrale nelle scene delle cerimonie e dei riti, che rimangono impresse per la loro raffinatezza e per la loro energia. La musica, inoltre, è fondamentale e ricrea alla perfezione quelle atmosfere nordiche, che si flettono e si trasformano in sogni onirici e cupi, riportando la grandezza e la maestosità dei miti norreni.

Se da un lato quindi si può rimanere spiazzati da questo lungometraggio se già si conoscono il regista e i suoi lavori precedenti – più introspettivi, metaforici e simbolici –, dall’altro lato non si può non apprezzare il fatto di assistere ad un mito raccontato in maniera puramente cinematografica, dove l’esperienza dell’immagine è padrona. Non può colpire come il primo film: un concetto diverso di horror che aveva smosso quel ciarpame che non valorizza un genere che meriterebbe di più. “The Northman” non appare, insomma, come una novità, ma riesce comunque ad appropriarsi di un genere attribuendogli una propria visione e una propria identità.

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