PROGRAMMAZIONE GENNAIO MAGGIO 2022 al Teatro Vascello

Teatro Vascello - Roma

 

PROGRAMMAZIONE GENNAIO MAGGIO 2022
Qui il link alla stagione completa
https://www.teatrovascello.it/mai-piu-soli-gennaio-maggio-2022/

 

dall'11 al 23 gennaio 2022
dal martedì al venerdì h 21 – sabato h 19 – domenica h 17
MIRACOLI METROPOLITANI
uno spettacolo di
CARROZZERIA ORFEO
drammaturgia Gabriele Di Luca
 Massimiliano Setti, Alessandro Tedeschi

regia Gabriele Di Luca
con (in o.a.)
Elsa Bossi Patty
Ambra Chiarello Hope
Federico Gatti Igor
Beatrice Schiros Clara
Massimiliano Setti Cesare
Federico Vanni Plinio
Aleph Viola Mosquito/Mohamed
Si ringrazia Barbara Ronchi per la voce della moglie.
musiche originali Massimiliano Setti
scenografia e luci Lucio Diana
costumi Stefania Cempini
illustrazione locandina Federico Bassi
foto di scena Laila Pozzo
organizzazione Luisa Supino
ufficio stampa Raffaella Ilari
una coproduzione Marche Teatro, Teatro dell’Elfo, Teatro Nazionale di
Genova, Fondazione Teatro di Napoli -Teatro Bellini
in collaborazione con il Centro di Residenza dell’Emilia-Romagna “L’arboreto -
Teatro Dimora | La Corte Ospitale”
Con questo testo, Gabriele Di Luca, è stato selezionato come autore italiano nel progetto americano
ITALIAN PLAYWRIGHTS PROJECT 3a EDIZIONE (2020/22), finalizzato alla promozione della scrittura
creativa contemporanea.

Mentre all’esterno le fogne, ormai sature di spazzatura e rifiuti tossici, stanno lentamente
allagando la città, gettando la popolazione nel panico e costringendola ad una autoreclusione forzata in casa, in una vecchia carrozzeria riadattata a cucina, specializzata in cibo a domicilio per intolleranti alimentari, si muovono otto personaggi: Plinio, chef stellato un tempo e oggi caduto miseramente in rovina, che coltiva sogni impossibili di riscatto culinario mentre la realtà gli impone di cucinare squallidi cibi precotti e liofilizzati importati dalla Cina; sua moglie Clara, ex lavapiatti e infaticabile arrampicatrice sociale, che con il tempo si è trasformata in un’improbabile e bizzarra imprenditrice di classe, in eterno conflitto con il marito sulla gestione dell’attività; Igor, figlio di Clara e figliastro di Plinio, un ragazzo di 19 anni, con grossi problemi di disabilità emotiva, autorecluso ormai da mesi nella propria stanza e ossessionato da un videogame sulla guerra (Affonda l’immigrato), unica valvola di sfogo per le proprie frustrazioni.
Come se non bastasse, presto si unisce alla famiglia Patty, la madre settantenne di Plinio, ex brigatista e femminista convinta, che dopo aver speso la vita ad aiutare i popoli di mezzo mondo nella lotta contro le dittature di destra che li opprimevano, è ora tornata in Italia per combattere la sua ultima battaglia: a causa dell’emergenza fognaria il governo è stato costretto ad emanare un decreto di sostegno per le fasce più deboli della popolazione, ma
ecco che quando tra i beneficiari vengono inclusi anche gli immigrati, violenti gruppi di destra iniziano a perseguitarli e ucciderli impunemente al grido di “Prima la Patria.” Un nuovo capro espiatorio è stato trovato, un facile nemico a portata di mano da strumentalizzare politicamente e che in breve tempo porterà ad una guerra civile che velocemente precipiterà nella costituzione di un nuovo governo dai chiari richiami fascisti.
A completare il quadro tragicomico quanto amaro della storia, ci sono poi Cesare, un aspirante suicida che casualmente entra a far parte della “squadra” e presto si affezionerà in modo tenero quanto morboso al problematico Igor; Mosquito, un carcerato aspirante attore costretto ai lavori socialmente utili, grazie ad un accordo tra il direttore del carcere e Clara che, non senza egoismo, lo sfrutta per accedere ai fondi europei; Mohamed, professore universitario in Libano e rider sottopagato e sfruttato in Italia. Infine, Hope, una misteriosa, aggressiva e buffa lavapiatti etiope, che nasconde un grande segreto e obiettivi moralmente discutibili…

 

NOTE DI REGIA

Miracoli metropolitani è il racconto di una solitudine sociale personale dove ogni uomo, ma in fondo un’intera umanità, affronta quotidianamente quell’incolmabile vuoto che sta per
travolgere la sua esistenza. Siamo di fronte al disfacimento di una civiltà, alla dissoluzione delle relazioni e dell’amore inteso in tutte le sue accezioni, all’azzeramento del ragionamento e del vero “incontro” a favore di dinamiche sempre più malate tra le quali un’insensata autoreclusione nel mondo parallelo del Web, pericoloso sostituto del mondo reale. Il risultato è la più totale solitudine esistenziale, un’avversaria molto più temibile dell’Isis. L’alimentazione, il rapporto con il cibo come forma di compensazione al dolore, come alienazione di un Occidente decadente e sovralimentato, sempre più distratto e imprigionato dai suoi passatempi superflui, la questione ambientale, la solitudine e la responsabilità: sono questi i temi attorno ai quali di sviluppa il mondo di Miracoli metropolitani. Insomma, un mondo stupido…. Uno spettacolo dove si ride tanto, ma dove non si sta ridendo affatto.
I personaggi di Miracoli metropolitani sono un’oasi di diversità apparente: partendo da
un’esasperazione di sentimenti di fallimento, solitudine e fragilità, spesso trattati in modo
bizzarro e al confine con il grottesco, alla fine si riconnettono con noi svelando il loro nucleo
più reale e umano: restano madri frustrate, figli disadattati, amori infranti, solitudini disperate. Si tratta di un’umanità alla deriva, di un gruppo di perdenti, in cerca, ognuno, delle proprie verità nel tentativo di soddisfare i propri desideri più profondi.
Nella loro cucina sgangherata, i protagonisti devono vedersela con ricette assurde per
comporre alla meglio il menù europeo, quello asiatico o africano… spesso usando prodotti
precotti e presurgelati dalla dubbia provenienza, esclusivamente per soddisfare le richieste di un mercato globale che vuole nutrirsi sempre di più e pagare sempre di meno. In questo
senso, il tema del cibo non vuole certo essere una critica a chi soffre realmente di intolleranze alimentari, ma la metafora di un consumismo assurdo, il racconto di come nella modernità ogni cosa venga esasperata, persino il cibo, nostro bisogno primario, che da urgenza alimentare è stato trasformato in una pericolosa moda da cavalcare. Per restituire al pubblico la concretezza delle tematiche trattate, in Miracoli metropolitani si cucina davvero, favorendo così anche una forte connessione emotiva fatta di rumori, odori e sapori immaginati.

 

NOTE DI DRAMMATURGIA

Miracoli metropolitani è nato da tre suggestioni fondamentali: indagare il tema del cibo come problema reale per gran parte del mondo e bene di lusso per un minuscolo Occidenteopulento fatto di alta cucina e reality show; dalla lettura de “La sincronicità” di Jung, il teorizzatore dell’esistenza degli eventi a-causali, ovvero di tutti quegli eventi che si sottraggono alla rigida regola del rapporto causa/effetto per manifestarsi come coincidenze speciali o noumeniche, come le definisce l’autore, che spesso noi chiamiamo – e viviamo come – miracoli. E da un fatto di cronaca inquietante quanto bizzarro: nel settembre 2017 nelle fogne del quartiere di Whitechapel a Londra, è stato trovato dai sommozzatori fognari un enorme fatberg (letteralmente un iceberg di grasso calcificato) che occludeva il tratto fognario.
Il “Mostro”, fatto di feci, salviette umidificate, pannolini, condom usati, sigarette, telefonini, e centinaia di altre schifezze che i londinesi per decenni hanno gettato nello scarico del wc, pesava 130 tonnellate (quanto 11 autobus a due piani) ed era lungo 250 metri.
Da questo fatto, naturalmente, si è generato l’innesco dell’intero testo: e se il “mostro” esplodesse?
La scrittura di Miracoli metropolitani è iniziata prima dell’emergenza sanitaria del Covid-19, già immaginando una società chiusa in casa: all’esterno i trasporti sono fermi, la disoccupazione tocca il 62%, le attività commerciali falliscono quotidianamente e la Messa della domenica ormai si celebra soltanto in streaming. L’esplosione delle fogne è il simbolo di un pianeta che si rivolta concretamente all’uomo per riaffermare sé stesso e ribellarsi a decenni di incurie, prevaricazioni e abusi ambientali. È una società, quindi, che sta per essere sepolta dai suoi stessi escrementi, metafora di pensieri e azioni malate, di un capitalismo culturale orribile, di un’umanità ai ferri corti con sé stessa dove la “merda” più che nelle fogne sembra annidarsi nei cervelli. Durante la stesura, quindi, alla prima domanda “E se il mostro esplodesse?” ne è seguita una seconda ancora più assillante: come si comporterebbe l’uomo di fronte a una tragedia di questa portata? Sarebbe capace di riconoscere i propri errori e cambiare rotta, o ancora una volta sentirà il bisogno di scaricare ogni sua colpa su un nemico, su un avversario più debole che nello spettacolo, così come spesso nella realtà, è rappresentato dagli immigrati? Il chiaro richiamo al nostro presente e ai suoi escrementi, reali e figurati, cerca di essere innanzitutto un appello ai cittadini.
Dopo Thanks for Vaselina e Animali da Bar, i testi più esistenzialisti, e Cous Cous Klan, il più distopico, Miracoli metropolitani è, infatti, quello più politico perché immaginando un futuro possibile, ma non ancora reale, cerca di richiamare alla responsabilità individuale e sociale, affinché la storia non ci presenti nuovamente il conto attraverso quelle derive populiste ed estreme che nel passato hanno fatto precipitare nell’orrore del fascismo, qui, inteso non solo nella sua accezione politica ma esistenziale.

Prezzi intero € 25, ridotto over 70 €18, ridotto under 26 €15

info 065898031 promozioneteatrovascello@gmail.com - promozione@teatrovascello.it

Acquista i biglietti on line https://www.vivaticket.com/it/biglietto/miracoli-metropolitani/170406

 

 

Dal 25 gennaio al 6 febbraio 2022
dal martedì al venerdì h 21 – sabato h 19 – domenica h 17
Ditegli sempre di sì
di Eduardo De Filippo
con (in ordine di locandina)
Carolina Rosi, Gianfelice Imparato, Edoardo Sorgente, Massimo De Matteo
Federica Altamura, Andrea Cioffi, Nicola Di Pinto, Paola Fulciniti
Viola Forestiero, Vincenzo D'Amato, Gianni Cannavacciuolo, Boris De Paola
Regia Roberto Andò
scene e luci Gianni Carluccio, costumi Francesca Livia Sartori
produzione ElledieffeLa Compagnia di Teatro di Luca De Filippo, Fondazione Teatro della Toscana

Elledieffe – La Compagnia di Teatro di Luca De Filippo, oggi diretta da Carolina Rosi, ha affidato la regia di Ditegli sempre di sì ad uno tra i più autorevoli registi italiani, Roberto Andò. Una produzione importante per la Compagnia, che continua, nel rigoroso segno di Luca, a rappresentare e proteggere l’immenso patrimonio culturale di una delle più antiche famiglie della tradizione teatrale.
L’opera, tra le meno note di Eduardo, si basa sul perfetto meccanismo del testo in equilibrio tra comico e tragico; una commedia molto divertente che, pur conservando le sue note farsesche, suggerisce serie riflessioni sul labile confine tra salute e malattia mentale.
Nel ruolo di Michele Murri Gianfelice Imparato e ad interpretare sua sorella Teresa è Carolina Rosi; a dirigere la Compagnia Roberto Andò, regista abituato a muoversi tra cinema e teatro, qui alla sua prima esperienza eduardiana.

Ditegli sempre di sì è uno dei primi testi scritti da Eduardo, un’opera vivace, colorata il cui protagonista è un pazzo metodico con la mania della perfezione.
In Ditegli sempre di sì la pazzia di Michele Murri è vera, infatti è stato per un anno in manicomio e solo la fiducia di uno psichiatra ottimista gli ha permesso di ritornare alla vita normale. Michele è un pazzo tranquillo, socievole, cortese, all’apparenza l’uomo più normale del mondo, ma in verità la sua follia è più sottile perché consiste essenzialmente nel confondere i suoi desideri con la realtà che lo circonda; eccede in ragionevolezza, prende tutto alla lettera, ignora l’uso della metafora, puntualizza e spinge ogni cosa all’estremo. Tornato a casa dalla sorella Teresa si trova a fare i conti con un mondo assai diverso dagli schemi secondo i quali è stato rieducato in manicomio; tra equivoci e fraintendimenti alla fine ci si chiede: chi è il vero pazzo? E qual è la realtà vera?

Prezzi intero € 25, ridotto over 70 €18, ridotto under 26 €15

info 065898031 promozioneteatrovascello@gmail.com - promozione@teatrovascello.it

Acquista i biglietti on line https://www.vivaticket.com/it/biglietto/ditegli-sempre-di-si/171919

 

 

dal 15 al 20 febbraio 2022
dal martedì al venerdì h 21 – sabato h 19 – domenica h 17
ART
di YASMINA REZA
Permission granted by Thaleia Productions, 6 rue sedillot 75007 Paris France
Traduzione Federica Di Lella
Lorenza Di Lella – Adelphi
Con Luca Mammoli, Enrico Pittaluga, Graziano Sirressi
di Generazione Disagio
Produzione Fondazione Luzzati-Teatro della Tosse
Regia e scene Emanuele Conte
Costumi Daniela De Blasio
Luci Matteo Selis
Assistente alla regia Alessio Aronne

Una commedia crudele e divertente sull’amicizia, scritta da Yasmina Reza e tradotta in circa trenta lingue. In una stanza, i tre protagonisti, si confrontano sulla qualità artistica di un quadro completamente bianco discutendo sul prezzo d'acquisto per il quale è stato comprato da uno dei tre. La discussione diventa ben presto un dibattito dai toni accesi sull'arte contemporanea e sfocia in un violento litigio che non riguarda più l'arte ma il rapporto di amicizia tra i protagonisti. L’autrice dimostra quanto anche un rapporto profondo come l’amicizia nasconda insidie insospettabili. I dialoghi serrati raccontano di come i tre amici, non riescano a comunicare realmente, arrivando a incrinare, forse in modo irreparabile, il loro rapporto.

 

 

Note di regia

A come amicizia, A come arte contemporanea.
Un giorno sentii dire a uomo di teatro d'altri tempi: “Qui si fa il teatro con la A maiuscola” Yasmina Reza, drammaturga raffinata e profonda. Il suo è un teatro con la A maiuscola. Le sue parole creano personaggi reali, indagano l'intimo dei rapporti umani, scoprono gli artifici che regolano le relazioni nella società contemporanea. Può addirittura sembrare spietata, ma il suo è amore per la verità. Dialoghi serrati, a tratti straordinariamente comici, eppure, poco a poco, mentre ridiamo scopriamo che capirsi è veramente difficile; quanti silenzi, quante bugie sono necessari per evitare la fine di un'antica amicizia o di un amore. La sincerità è davvero la via più efficace per dare continuità a un rapporto? E l'arte? Che c'entra l'arte contemporanea in tutto ciò? Esiste qualcosa di più soggettivo? Un quadro bianco, tutto bianco, con delle scriminature quasi invisibili diventa il campo di battaglia dei sentimenti di questi tre grandi amici. Quanto vale quel quadro? A discuterne tre amici, tre “tipi” che rappresentano la gran parte degli uomini, quasi archetipi contemporanei di una società maschile di quarantenni ormai in età per essere padri da tempo, ma ancora in difficoltà con le responsabilità della vita adulta. I tre attori, brillanti e affiatati, vengono dall'esperienza felice di Dopodiché stasera mi butto in cui raccontavano, con feroce divertimento, di una generazione di trentenni ancora in piena crisi adolescenziale. Come a continuare un’ideale linea temporale, quando lessi il testo per la prima volta cominciai a riconoscere nei personaggi Serge, Marc e Yvan le fattezze e i modi di Graziano Sirressi, Luca Mammoli ed Enrico Pittaluga. Già alla prima lettura d'assieme, per fortuna, hanno dimostrato di essere gli interpreti perfetti per un testo dinamico e intelligente, che ha nel ritmo la sua arma vincente. Emanuele Conte

Prezzi intero € 25, ridotto over 70 €18, ridotto under 26 €15

info 065898031 promozioneteatrovascello@gmail.com - promozione@teatrovascello.it

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dal 22 al 27 febbraio 2022
dal martedì al venerdì h 21 – sabato h 19 – domenica h 17
Lo zoo di vetro
di Tennessee Williams
adattamento e regia Leonardo Lidi
con (in ordine alfabetico) Tindaro Granata, Mariangela Granelli, Mario Pirrello, Anahì Traversi
scene e light design Nicolas Bovey
costumi Aurora Damanti
sound design Dario Felli
assistente alla regia Alessandro Businaro
produzione LAC Lugano Arte e Cultura
in coproduzione con Teatro Carcano Centro d’Arte Contemporanea,
TPE – Teatro Piemonte Europa
in collaborazione con Centro Teatrale Santacristina
partner di ricerca Clinica Luganese Moncucco
Lo zoo di vetro viene presentato per gentile concessione della University of the South,
Sewanee, Tennessee.

 

Leonardo Lidi è autore e regista de Lo zoo di vetro di Tennessee Williams, spettacolo che ha debuttato in prima assoluta al LAC il 4 novembre 2019. Una prova importante per il talentuoso regista emiliano, già vincitore della sezione College che la Biennale Teatro di Venezia dedica ai giovani artisti e del recente Premio della Associazione Nazionale Critici di Teatro 2020, che gli è stato conferito insieme a Mariangela Granelli, in scena nel ruolo di Amanda Wingfield accanto a Tindaro Granata, Mariangela Granelli, Mario Pirrello, Anahì Traversi.
Un lavoro in cui il soggiorno della famiglia Wingfield viene reinterpretato e illuminato dallo
scenografo losannese Nicolas Bovey, già allievo di Margherita Palli, e gli interpreti indossano i costumi firmati da Aurora Diamanti. Lo zoo di vetro – che Williams scrisse ispirandosi alla sua storia personale – racconta le vicende della famiglia Wingfield composta dalla madre Amanda e dai suoi due figli, Tom e Laura, ragazza timida e claudicante. Abbandonata dal marito, Amanda deve affrontare le difficoltà, i timori e le ansie che le derivano dal desiderio di assicurare un futuro sereno ai suoi figli.

Prezzi intero € 25, ridotto over 70 €18, ridotto under 26 €15

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dall'8 al 13 marzo 2022
dal martedì al venerdì ore 21 - sabato ore 19 - domenica ore 17
FABRIZIO GIFUNI
Con il vostro irridente silenzio
Studio sulle lettere dalla prigionia e sul memoriale di Aldo Moro
ideazione e drammaturgia di Fabrizio Gifuni
Si ringraziano
Nicola Lagioia e il Salone internazionale del Libro di Torino
Christian Raimo per la collaborazione
Francesco Biscione e Miguel Gotor per la consulenza storica
foto di: Mimmo Frassineti

Aldo Moro durante la prigionia parla, ricorda, scrive, risponde, interroga, confessa, accusa, si congeda. Moltiplica le parole su carta: scrive lettere, si rivolge ai familiari, agli amici, ai colleghi di partito, ai rappresentanti delle istituzioni; annota brevi disposizioni testamentarie. E insieme compone un lungo testo politico, storico, personale – il cosiddetto memoriale – partendo dalle domande poste dai suoi carcerieri.
Le lettere e il memoriale sono le ultime parole di Moro, l’insieme delle carte scritte nei 55 giorni della sua prigionia: quelle ritrovate o, meglio, quelle fino a noi pervenute. Un fiume di parole inarrestabile che si cercò subito di arginare, silenziare, mistificare, irridere. Moro non è Moro, veniva detto. La stampa, in modo pressoché unanime, martellò l’opinione pubblica sconfessando le sue parole, mentre Moro urlava dal carcere il proprio sdegno per quest’ulteriore crudele tortura. A distanza di quarant’anni il destino di queste carte non è molto cambiato. Poche persone le hanno davvero lette, molti hanno scelto di dimenticarle.
I corpi a cui non riusciamo a dare degna sepoltura tornano però periodicamente a far sentire la propria voce. Le lettere e il memoriale sono oggi due presenze fantasmatiche, il corpo di Moro è lo spettro che ancora occupa il palcoscenico della nostra storia di ombre.
Dopo aver lavorato sui testi pubblici e privati di Carlo Emilio Gadda e Pier Paolo Pasolini, in due spettacoli struggenti e feroci, riannodando una lacerante antibiografia della nazione, Fabrizio Gifuni attraverso un doloroso e ostinato lavoro di drammaturgia si confronta con lo scritto più scabro e nudo della storia d’Italia.

Prezzi intero € 25, ridotto over 70 €18, ridotto under 26 €15

info 065898031 promozioneteatrovascello@gmail.com - promozione@teatrovascello.it

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al 15 al 19 marzo 2022
dal martedì al venerdì ore 21 - sabato ore 19 - domenica ore 17
M A C B E T T U
di: Alessandro Serra
tratto dal Macbeth di William Shakespeare
con: Fulvio Accogli, Andrea Bartolomeo, Alessandro Burzotta, Andrea Carroni, Giovanni Carroni, Maurizio Giordo, Stefano Mereu, Felice Montervino
traduzione in sardo e consulenza linguistica: Giovanni Carroni
collaborazione ai movimenti di scena: Chiara Michelini
musiche: pietre sonore Pinuccio Sciola
composizioni pietre sonore: Marcellino Garau
Tecnico della luce e Direzione Tecnica: Stefano Bardelli
Tecnico del suono: Giorgia Mascia
regia, scene, luci, costumi: Alessandro Serra
produzione: Sardegna Teatro, compagnia Teatropersona
distribuzione: Danilo Soddu
con il sostegno di: Fondazione Pinuccio Sciola e Cedac Circuito Regionale Sardegna
lingua: sardo con sovratitoli in italiano

Il Macbeth di Shakespeare recitato in sardo e, come nella più pura tradizione elisabettiana, interpretato da soli uomini. L’idea nasce nel corso di un reportage fotografico tra i carnevali della Barbagia. I suoni cupi prodotti da campanacci e antichi strumenti, le pelli di animali, le corna, il sughero. La potenza dei gesti e della voce, la confidenza con Dioniso e al contempo l’incredibile precisione formale nelle danze e nei canti. Le fosche maschere e poi il sangue, il vino rosso, le forze della natura domate dall’uomo. Ma soprattutto il buio inverno. Sorprendenti le analogie tra il capolavoro shakespeariano e i tipi e le maschere della Sardegna. La lingua sarda non limita la fruizione ma trasforma in canto ciò che in italiano rischierebbe di scadere in letteratura. Uno spazio scenico vuoto, attraversato dai corpi degli attori che disegnano luoghi e evocano presenze. Pietre, terra, ferro, sangue, positure di guerriero, residui di antiche civiltà nuragiche. Materia che non veicola significati, ma forze primordiali che agiscono su chi le riceve. Alessandro Serra

Premi: Premio Ubu 2017 come Spettacolo dell'Anno

Premio della Critica Teatrale conferito dall'Associazione Nazionale dei Critici di Teatro

Festival MESS Awards (Sarajevo):
- Best Director – Alessandro Serra
- The Golden Mask Award by Oslobodenje - Macbettu
- The Luka Pavlovic Award by theatre critics - Macbettu
PREMIO LE MASCHERE DEL TEATRO 2019
Migliore spettacolo di prosa
Alessandro Serra migliore scenografo

Prezzi intero € 25, ridotto over 70 €18, ridotto under 26 €15,

info 065898031 promozioneteatrovascello@gmail.com - promozione@teatrovascello.it

Acquista i biglietti on line https://www.vivaticket.com/it/biglietto/macbettu/171956

 

 

dal 25 marzo al 3 aprile 2022
dal martedì al venerdì ore 21 - sabato ore 19 - domenica ore 17
ELETTRA, tanta famiglia e così poco simili
di Hugo Von Hofmannsthal
con Manuela Kustermann, Flaminia Cuzzoli, Carlotta Gamba, Alessandro Pezzali
scene Luca Brinchi e Daniele Spanò
Musiche originali Giacomo Vezzani
costumi Marta Crisolini Malatesta
aiuto regia Maria Teresa Berardelli
adattamento e regia Andrea Baracco
produzione La Fabbrica dell'Attore – teatro Vascello

 

CLAUDIO Ma ora, a noi, Amleto, mio nipote e figlio.
“Servirsi dell'antichità come uno specchio magico in cui speriamo di ricevere il nostro porprio volto”, parte da questo impulso intellettuale Hofmannsthal accingendosi alla riscrittura del classico sofocleo. Spoglia l'immagine classica dei miti da ogni possibile dimensione storica, culturale e antropologica, e restituisce corpi secchi, minimali, fuori da qualsiasi retorica e pathos. Rovescia sopra le pagine del mito una bottiglia di whisky e lascia vivere i personaggi in un'ebrezza feroce, senza tregua, in una specie di spazio onirico in cui si è più ombra che figura. Elettra, così ci appare, come un grande messa in scena della psiche, con i protagonisti alla ricerca delle parole con cui raccontarsi; ma la lingua non ha accesso agli abissi della vita. Chi, come Lord Chandos, autore immaginario della famosa lettera di Hofmannsthal, si lasci sopraffare da questa esigenza, ne viene a tal punto travolto da dover rinunciare a scrivere, da precipiatre nel silenzio, fino all'afasia.
Il dramma mostra tre personaggi femminili spezzati nel desiderio di essere altro da ciò che sono; chi madre ed è figlia (Crisotemide), chi figlia ed è orfana (Elettra), chi vittima ed è carnefice (Clitennestra). E non è affatto semplice riuscire a trovare le parole per narrare la zona di confine, l'ibrido, la soglia, il doppio, in definitiva la complessità; spesso si entra nella balbuzie, nell'inciampo linguistico, nel'incapacità di far proseguire la frase: “Le parole astratte, a cui la lingua, secondo natura, deve pur ricorrere per esprimere un qualsiasi giudizio, mi si sfacevano nella bocca come funghi ammufiti”.
Lo spazio è un delirio di ombre/fantasmi che ben in vista si nascondono, rendendo il luogo lugubre e peino di insidie. Le tre donne, immerse nella più assoluta solitudine, non sono, in verità, mai sole. Uomini, per lo più mezzi uomini, spiano da ogni angolo, e giudicano le azioni delle loro madri, figlie, sorelle, amanti. I legami sono spezzati, per sempre. “Tanta famiglia, e così poco simili” risponde Amleto allo zio Claudio che lo sollecita sul tema, mi piace pensare, che Hofmannsthal, grande amante di Shakespeare e ossessionato dal Principe, sia partito proprio da quì, da questa battuta, per la sua Elettra. C'è molta, troppa famiglia, dentro le teste delle tre donne. C'è molta, troppa memoria del maschio/padre. Bisogna liberarsene, eliminarlo, se necessario ucciderlo e subito dopo abbandonarsi al silenzio. Andrea Baracco

SINOSSI

Elettra, figlia della regina Clitennestra, ossessionata dal ricordo della morte del padre Agamennone, attende da tempo il ritorno del fratello Oreste: egli vendicherà con l’uccisione di Clitennestra ed Egisto l’omicidio del padre. La sorella minore Crisotemide, al contrario, certa che Oreste non farà più ritorno, esorta Elettra alla fuga, ma lei violentemente rifiuta.
Clitennestra è angosciata da un incubo ricorrente: nel sonno ha visto il figlio Oreste che si avventava su di lei e terrorizzata chiede ad Elettra un rimedio per l’orrore che turba le sue notti. Elettra risponde misteriosamente che la quiete tornerà allorché una donna sarà colpita a morte da un uomo. Svela quindi alla madre il terribile mistero: è lei che presto dovrà cadere sotto i colpi mortali del figlio. Ed infatti, l'arrivo improvviso di Oreste permette il compiersi della vendetta.

Prezzi intero € 25, ridotto over 70 €18, ridotto under 26 €15

info 065898031 promozioneteatrovascello@gmail.com - promozione@teatrovascello.it

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dal 3 all'8 maggio 2022
ROBERTO LATINI in
3-4-5 maggio
IN-EXITUS di Giovanni Testori
nell’adattamento, interpretazione e regia di Roberto Latini
musiche e suono Gianluca Misiti
luci e direzione tecnica Max Mugnai
collaborazione tecnica Riccardo Gargiulo, Marco Mencacci, Gianluca Tomasella
produzione Compagnia Lombardi-Tiezzi
con la collaborazione di Armunia Festival Costa degli Etruschi
Associazione Giovanni Testori,
Napoli Teatro Festival Italia
con il contributo di Regione Toscana e MiBAC

Continua l’incontro e lo scambio artistico di Sandro Lombardi e Federico Tiezzi con Roberto Latini, che da qualche anno collaborano nella realizzazione di spettacoli e progetti come il Teatro Laboratorio della Toscana. Prosegue la storia della Compagnia con Giovanni Testori e il lavoro di ricerca sulle lingue segrete del teatro. Marcel Proust sostiene che i bei libri sono scritti come in una lingua straniera cosicché, secondo lo scrittore francese, ogni lettore, sotto ogni parola, può mettere il proprio senso o almeno la propria immagine, che spesso è un ‘contro senso’. Anche per l’attore ogni testo è come se fosse scritto in una lingua straniera e il suo compito è tradurre da questa lingua nella propria. Adesso sarà Roberto Latini ad affrontare la furente inventività linguistica di In exitu, 1988, e a dare vita alla parola testoriana. L’uscita di scena di un tossico degli anni ’80 in una città qualsiasi tra le Milano di un nord qualsiasi è dolore e solitudine straziante di una vita consumata in evasione, in eversione. La narrazione cede il passo alla forma e si sostanzia su un piano raffinatamente linguistico. Testori come fosse il pusher di una lingua teatrale che si fa linguaggio. Drogato è il testo e le parole sfidano il pensiero e la sintassi, come l’Ulisse di Joyce, il Lucky di Beckett, come agli orli della vita, direbbe Pirandello. Tutto sembra svilupparsi nella sensazione del fondamentale e iniziatico “Quem quaeritis” del Teatro Sacro Medievale. In mezzo, c’è una nebbia incapace di fermare il tempo e la consolazione. In Exitu è come una Pietà. La parabola parabolica di vita vissuta da Riboldi Gino è quella di un povero Cristo tenuto in braccio da Madonne immaginate, respirate, disarticolate, nella fonetica di una dizione sollecitata fino all’imbarazzo tra suono e senso, come fossero le parole ad essere infine deposte dalla croce sulle quali Testori le ha inchiodate. “Chi cercate?” “Non è qui!”, risponderebbe l’angelo.

Prezzi intero € 25, ridotto over 70 €18, ridotto under 26 €15

info 065898031 promozioneteatrovascello@gmail.com - promozione@teatrovascello.it

Acquista i biglietti on line https://www.vivaticket.com/it/biglietto/in-exitu/171936

 

 

6-7-8 maggio
VENERE E ADONE

(Siamo della stessa mancanza di cui son fatti i sogni)
di e con Roberto Latini
musica e suono Gianluca Misiti
luce Max Mugnai
costume Gianluca Sbicca
scena Marco Rossi
produzioni Compagnia Lombardi Tiezzi

In uscita da questo tempo immobile, mi piace riferirmi allo stesso argomento che scelse Shakespeare quando i teatri a Londra nel 1593 furono chiusi per la peste: Venere e Adone. L’amore terrestre e quello divino nel disarmo di un destino ineluttabile. Voglio smettere lo spettacolo, o la proposta che gli farebbe il verso, a favore di un materiale in movimento, incessante, fluido. Provare ad aprire al pubblico l’impreparazione del processo creativo, non alcuna pretesa di prodotto finito.

Immagino percorsi senza tappe, oppure immagini senza continuità. Di versi dispersi. La scena suggerisce la creazione, eppure non l’afferra, lasciandosi ciclicamente contemplare o collocare altrove. Venere e Adone, da Shakespeare a Tiziano, Rubens, Canova, Carracci, Ovidio, attraversano il mito nell’arte, declinando forme e sostanze. In tutti, una sospensione, un respiro-fotogramma, solo, fermato, definito, come a impedire che il racconto si possa compiere nel finale che già sappiamo. È forse la speranza che si possa vincere il destino, dando all’Arte il compito di sfidare il tempo e trattenerlo. Sospenderci nella tenerezza. Venere e Adone è la storia di ferite mortali, di baci sconfitti che non sanno, non riescono a farsi corazza, difesa. Anche Amore non può nulla. Anche Amore è incapace; è sfinito, è logoro, è vecchio. Sconfitto.

Prezzi intero € 25, ridotto over 70 €18, ridotto under 26 €15

info 065898031 promozioneteatrovascello@gmail.com - promozione@teatrovascello.it

Acquista i biglietti on line https://www.vivaticket.com/it/biglietto/venere-e-adone/171965

 

dal 10 al 15 maggio 2022
dal martedì al venerdì ore 21 - sabato ore 19 - domenica ore 17
GLORY WALL
di Leonardo Manzan e Rocco Placidi
con Leonardo Manzan, Rocco Placidi e Paola Giannini, Giulia Mancini
scenografie Giuseppe Stellato
luci Paride Donatelli
progetto sonoro Filippo Lilli
regia Leonardo Manzan
produzione Centro di Produzione Teatrale La Fabbrica dell'Attore -Teatro Vascello, Elledieffe
Miglior spettacolo de La Biennale Teatro 2020

Leonardo Manzan, classe 1992, si diploma attore alla Civica Scuola di Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano. Esordisce alla regia con lo spettacolo It’s App to You (vincitore di numerosi premi tra cui InBox 2018). Vince il bando per registi Under 30 della Biennale di Venezia 2018/19 con lo spettacolo-concerto Cirano deve morire. Invitato alla Biennale Teatro 2020, presenta lo spettacolo Glory Wall che si aggiudica il premio come Miglior spettacolo, ed è la sua personale interpretazione del tema del Festival: la censura.
“l’arte vive di costrizioni e muore di libertà” Paul Valéry

Affiancato – sia nella scrittura che in scena - dalla preziosa collaborazione del suo coetaneo Rocco Placidi, Manzan si misura dunque con il tema che Antonio Latella ha scelto per la Biennale Teatro 2020: la censura. Un tema delicato, affascinante e attuale, soprattutto se lo si accosta al concetto di Teatro. L’arte vive di costrizioni e muore di libertà: la censura è quindi vitale per l’arte, l’arte è scandalo e lo scandalo a sua volta implica la censura.
Un vero e proprio corto circuito di idee e spunti di riflessione sui quali ha lavorato il giovane autore e regista.

 

Note di regia

Cos'è la censura? Cosa si censura? Ci sono dei campi più soggetti alla censura? E se sì perché? Qual è il limite da superare oggi, in Italia, per essere censurati?
L’arte che disturba, scandalizza, crea disordine; la censura che si preoccupa dell’ordine sociale mantenendo l’ordine dell’immaginazione e di conseguenza l’ordinarietà dell’immaginazione. Il gioco è questo.
Eppure non è ridicolo scandalizzarsi, spaventarsi e infine censurare qualcosa che non è reale? Perché ci si indigna di più a teatro? Il palco sembra amplificare significati e effetti di cose che nel mondo ci lasciano indifferenti. In effetti la cosa non è per niente ridicola, perché è nell’immaginazione che siamo più vulnerabili e continuamente soggetti alla più sottile e perfetta forma di censura, che è quella che sembra venire da noi stessi.
De Sade dice che un limite c’è, tra ciò che è possibile immaginare e ciò che è possibile realizzare. Ma è un limite che alla censura non interessa. La censura colpisce la realtà ma il suo obiettivo è l’immaginazione.
Il suo occhio è rivolto alla cronaca, ma la sua vera ambizione sono le anime. Leonardo Manzan

“Mettendo il pubblico di fronte a un muro bianco, che blocca la vista della scena, Manzan gioca in modo molto intelligente, ironico e divertente con l’idea del censurare sé stessi e gli altri - e con l’importanza diminuita del teatro. Il gioco che imposta con questo muro è radicale, coerente e molto immaginativo dal punto di vista formale, creando immagini e scene che riecheggeranno per molto tempo, interagendo con il pubblico attraverso minuscoli fori. Lo fa con un gioco nel quale è il regista di frammentarie parti del corpo, cioè mani, dita e polsi, che compiono micro-azioni attraverso questi fori. Lo spettacolo porta l’esperimento di Beckett con Not I a un livello superiore.”
Motivazioni della giuria internazionale Maggie Rose, Susanne Burkhardt, Evelyn Coussens, Justo Barranco,

Dalla Rassegna stampa

È un grande conforto constatare che ci sono dei giovani teatranti che si rifiutano di praticare il teatro con lo spirito degli impiegati al catasto, quando non (ciò che, purtroppo, oggi capita spesso) dei servi sciocchi; e che, invece, analizzano il teatro in rapporto ai nostri tempi e ne mettono in discussione lo statuto correnteEnrico Fiore – Corriere del Mezzogiorno

“Manzan ha interpretato la censura […] come una riflessione provocatoria sul potere o sulla sua mancanza nel nostro teatro”
Laura Zangarini – Corriere della Sera

 

Prezzi intero € 26, ridotto over 70 €19, ridotto under 26 €16,

info 065898031 promozioneteatrovascello@gmail.com - promozione@teatrovascello.it

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dal 19 al 22 maggio 2022
dal martedì al venerdì ore 21 - sabato ore 19 - domenica ore 17
L’AMORE DEL CUORE
un progetto de lacasadargilla
regia Lisa Ferlazzo Natoli
con Tania Garribba, Fortunato Leccese, Alice Palazzi, Francesco Villano e con Angelica Azzellini
suoni e spazio scenico Alessandro Ferroni
luci Omar Scala
costumi Camilla Carè
immagini Maddalena Parise
aiuto regia Flavio Murialdi
foto di scena Sveva Bellucci
comunicazione Mergherita Masè
traduzione Laura Caretti e Margaret Rose
una produzione Teatro Vascello La Fabbrica dell’Attore e lacasadargilla
con il supporto di Theatron Produzioni e il sostegno di Bluemotion

Un singolare testo sull’attesa, una storia familiare, punteggiata da fatti e incidenti non esplicitamente legati tra loro, ma percorsi tutti da una stessa preziosa inquietudine, in cui l’ordinaria perversità dell’istituzione familiare è letteralmente ‘gettata in scena’, per spingersi fino a un vero e proprio sabotaggio - della parola, del linguaggio, del teatro stesso e del sistema di segni attraverso la cui mediazione diamo senso al mondo.
Scrittura, quella di Caryl Churchill, che - come un vaso di Pandora - è piena di affascinanti trabocchetti drammaturgici, d’invenzioni e sperimentazioni sul filo della lingua e dell’azione, sotto cui sono disseminati i temi, la messa in scena della realtà, la frattura tra questo rappresentare e il rappresentarsi – come società o come uomini – rincorrendo quella cosa chiamata verità.

 

Note di regia // Esercizi di lettura*

Di cosa tratta L'amore del cuore? L’argomento, la storia sono in qualche modo secondari, perché l’intenzione principale di Churchill è di distruggere il testo stesso, usandolo per smontare i meccanismi del teatro, della realtà e delle relazioni che all’interno di questa realtà si costruiscono moltiplicando abitudini, rimossi e abissi. Certo c’è un filo narrativo, una piccola storia familiare, punteggiata da fatti e incidenti non esplicitamente legati tra loro, ma percorsi tutti da una stessa preziosa inquietudine, in cui l’ordinaria perversità dell’istituzione familiare e dei suoi meccanismi relazionali e sociali è letteralmente ‘gettata in scena’, per spingersi fino a quella esplosione della parola, del linguaggio, del sistema di segni attraverso la cui mediazione diamo senso al mondo.
Dunque in L'amore del cuore – che è anche solo un grande testo sull’attesa – c’è una famiglia – i genitori Alice e Brian, la zia Maisie, il figlio Lewis – che aspetta il ritorno dall'Australia della sorella maggiore Susy. Mentre quest’attesa accade (l’arrivo di Susy sembra realizzarsi tre volte e dunque forse nessuna è vera) emergono (ma saranno veri?) inquietanti ricordi del passato: una relazione adulterina di Alice, un misterioso cadavere in giardino. E si svelano tensioni irrisolte: il rapporto dei genitori con il figlio, le paure notturne di Maisie, gli accenni a una possibile pulsione incestuosa di Brian per la figlia, il suo desiderio auto-cannibalistico confessato in un crescendo angoscioso e orgasmatico.
L'amore del cuore inizia con un’ambientazione realistica da dramma domestico, ma subito la superficie di normalità si incrina in una delle molte interruzioni/riprese della narrazione che punteggiano il testo. I personaggi si fermano per ricominciare, come un disco rotto, da un punto immediatamente precedente, replicando azione e dialogo con piccole modifiche e/o aggiunte – riprese che creano un effetto di disorientamento causale e temporale, annullando la verosimiglianza del primo breve segmento e risignificando l’orizzonte di attesa. Come se si trattasse non di una rappresentazione, ma dei resti di una rappresentazione, in cui i personaggi incertamente recitano sé stessi e la propria vita. Come se il testo stesso avesse dei ripensamenti e volesse riprovarci in altro modo.
Così per mettere in scena L’amore del cuore – in questa alternanza perfetta tra storie familiari e l’esilarante, cupissimo meccanismo a orologeria disegnato da Churchill – l’attore è costretto a prendere posizione sulla scrittura stessa, assecondandola, fraintendendola o ‘sabotandola’ – perché il testo lo richiede e il divertissement teatrale lo consente – mentre il regista continua il lavorio di un vigile direttore d’orchestra cui però inesorabilmente scappa di mano l’organico. Proprio per questo, scegliamo per L’amore del cuore la forma ibrida e ‘ambigua’ di quella che potrebbe a prima vista sembrare una messinscena, ma con l’intenzione di radicalizzarne e metterne a nudo il dispositivo interno, facendone – letteralmente – il disegno di regia. Mostrando, in tempo reale il ‘combattimento’ dell’attore e l’immediatezza delle sue reazioni di fronte alla parola ricordata, dimenticata e rimemorata - la sorpresa procurata dalla stessa frase ripetuta più e più volte nell’arco del testo, o gli inciampi suscitati dall’esplosione del meccanismo narrativo. Ma anche semplicemente lo stupore di un testo che pagina dopo pagina si srotola, si inceppa, si dipana e si incaglia, che perde e riprende senza sosta il filo della narrazione. Scelta artistica ed espressiva che – in una messinscena compiuta e dettagliata intorno a un tavolo familiare, ‘ambiente’ apparentemente realistico – mostra l’attore alle prese con il linguaggio stesso, rivelando il processo che lo porterà alla graduale – e forse involontaria – ‘caduta’ nel personaggio.
Una forma scenica radicale e formalmente precisa per mettere a nudo il momento stesso del formarsi dello spettacolo, quando il testo – inteso come successione di parole, lemmi, sintassi – si apre alla regia e al suo immaginario, ai paesaggi sonori, ai movimenti scenici o alle inaspettate suggestioni visive. Perché L’amore del cuore accanto e intorno al ‘testo in sé’ costruisce letteralmente una scatola sonora fatta di un minuzioso uso di microfoni invisibili e una partitura quasi musicale di rumori, pause e iterazioni sonore. Mentre d’improvviso ‘irrompono in scena’ – come se nulla fosse e senza produrre apparentemente effetti sull’interno familiare – uno struzzo, una torma di bambini, il fragore di mitra che – a quanto il testo indica – uccidono letteralmente tutti. Irruzioni semplicemente ‘dette’ e che semplicemente ‘accadono’, perché Churchill chiede e chiama la vita ‘organica’ e incontrollabile a fare intrusione nel meccanismo inceppato della realtà. E richiederebbe che lo struzzo in carne e ossa o il suo fantasma narrativo – pericoloso e bellissimo – entri veramente sulla scena, per scorrazzare liberamente nello spazio umano del teatro mentre le luci scendono piano.
Una forma scenica che è quasi un ‘esercizio spirituale’ di lettura, scelta proprio perché il teatro di Caryl Churchill così insolito e poco addomesticabile sembra chiederlo. Una scrittura che - come un vaso di Pandora - è piena di affascinanti trabocchetti drammaturgici, d’invenzioni e sperimentazioni sul filo della lingua e dell’azione, sotto cui sono disseminati i temi, sempre politici, sempre vicini a questioni come l’identità, la costruzione delle relazioni pubbliche e private, la messa in scena della realtà, la frattura tra questo rappresentare e il rappresentarsi – come società o come uomini – rincorrendo quella cosa chiamata verità.
C’è ne L’amore del cuore un principio seminale, disseminato ovunque nella raffinata bellezza del cesello verbale e nel meccanismo di suspense degno di un’investigazione per omicidio, dove la vittima sembra essere proprio Susy, la figlia maggiore di una famiglia del tutto ordinaria, il cui ritorno tutti aspettano - o invece temono? – e che in ogni modo non accadrà se non forse solo nel perturbato spazio immaginario degli spettatori.
L'amore del cuore giocando con strutture e linguaggi teatrali, mette in questione la sovranità autoriale e registica, costruendo allo stesso tempo – come dice la stessa Churchill – dei “McGuffins”, elusivi nulla, espedienti che al tempo stesso attraggono e sviano l’attenzione, o – parafrasando Hitchcock che ne parla a Truffaut – marchingegni per catturare leoni là dove non ne esistono e grazie ai quali riesce a parlarci di amore e solitudine, inganno, paura e desiderio.
L’allestimento semplicissimo permetterà a L’amore del cuore di farsi negli spazi più diversi: un tavolo di ferro spesso, leggermente rettangolare, ma profondo, quattro sedie sempre in ferro, un appendiabiti poco discosto, 4 tazze da tè di porcellana inglese bianche rifilate d’oro, una grande teiera, cucchiaini. Gli abiti nei toni del grigio e dell’antracite stinti, quasi chiari come fossero presi da fotografie scolorite. Solo Susy* con la sua valigia, in lontananza, sarà vestita di colori sgargianti, rossi e rosati, come se lo spettacolo uscisse fuori d’improvviso dal proprio bianco e nero. Un set di microfoni di diverse nature: panoramici per rendere astratta l’azione, a contatto per far risuonare il tavolo e levalier per restituire anche le più piccole esitazioni del linguaggio. Un piazzato livido – come un ring di luci a vista – intorno al tavolo di cui calibrare le intensità. Due punti di luce, uno per l’attaccapanni di Brian e l’altro, per Susy** in lontananza.
*riferimento e omaggio agli Esercizi Spirituali di Ignazio da Loyola che pur occupandosi di temperare la fede, costruivano inconsapevolmente una possibile folgorante pratica teatrale secondo l’interpretazione di Stanislavskij citata – non a caso – da Ejzenstejn in Teoria generale del montaggio e ritenuti da Barthes un esperimento inedito di stratificazione di linguaggi e codici che lo avvicina a quello della rappresentazione.
**l’attrice cui sarà chiesto di fare l’amica di Susy sarà scelta di volta in volta nelle diverse repliche.
Lisa Ferlazzo Natoli è regista e autrice. Collabora con i maggiori teatri e istituzioni italiane. Con il suo ultimo lavoro When the Rain Stops Falling, vince i premi UBU e della Critica come miglior regia.
Caryl Churchill è tra le maggiori drammaturghe di lingua inglese, autrice di numerosi testi teatrali e radiodrammi rappresentati in tutto il mondo. Vince numerosi premi. Fra le opere maggiori si citano “Cloud Nine”, “Top Girls”, “Far Away”, “Sette bambine ebree”.

 

Prezzi intero € 26, ridotto over 70 €19, ridotto under 26 €16

info 065898031 promozioneteatrovascello@gmail.com - promozione@teatrovascello.it

Acquista i biglietti on line https://www.vivaticket.com/it/biglietto/l-amore-del-cuore/171950

 

 

CARD ABBONAMENTI

 

Card ZEFIRO a 5 spettacoli € 75

(valido per una persona, senza giorno fisso)
Miracoli metropolitani
Art
In Exitu/Venere e Adone
Macbettu
Glory Wall
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Card MINI ZEFIRO a 3 spettacoli € 45

(valido per una persona, senza giorno fisso)
Art
In Exitu/Venere e Adone
Glory Wall
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Card EOLO a 5 spettacoli € 75

(valido per una persona, senza giorno fisso)
Ditegli sempre di si
Con il vostro irridente silenzio
Elettra
Zoo di vetro
L'amore del cuore
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Card MINI EOLO a 3 spettacoli € 45

(valido per una persona, senza giorno fisso)
Elettra
Zoo di vetro
L'amore del cuore
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BIGLIETTERIA
intero € 25
ridotto over 70 € 18
ridotto under 26 € 15

 

ORARI
dal martedì al venerdì ore 21
sabato ore 19
domenica ore 17

 

SOSTIENI LA CULTURA VIENI AL TEATRO VASCELLO


IL VIAGGIO DI TERESA al Teatro Vascello

Teatro Vascello - Roma

 

Dal 27 al 31 dicembre 2021

 

Fabbrica dellattore Horti Lamiani Arte/Teatro
Con il contributo di LAZIOCREA- Regione Lazio

 

presenta

 

IL VIAGGIO DI TERESA

testo teatrale in un atto di

Carla Venturini

con

Carla Cassola

e con
Maurizia Grossi e Caterina Venturini

Scene e Costumi Horti Lamiani Arte

Luci Paride Donatelli

Assistente Alla Regia Sofia Barbanti

Seconda Assistente Michela Mascioli

Teresa è una donna che ha superato la settantina, colpita da una patologia di tipo progressivo. Donna vitale, di buona cultura, curiosa e anticonvenzionale, con una bella famiglia costituita da due figlie e cognati e nipoti, realizza di non essere pronta ad affrontare la prostrazione di un lento declino fisico e, all’insaputa di tutti, organizza il suo viaggio in Svizzera, dove è autorizzata la morte assistita, la ‘morte dolce’. Fingendo quindi un viaggio di salute, alle terme, Teresa prende un treno, lasciando le figlie Bianca e Anita a occuparsi della casa di famiglia, che loro intendono riordinare nei giorni di assenza della madre: una situazione che si delineerà per le due sorelle come occasione inattesa di confessioni e dolorose rivelazioni. Intanto Teresa, durante il suo viaggio- nell’ammirazione dei paesaggi, nel ripercorrere il passato, in un incontro imprevisto che le consegna una lettura illuminante, trova la forza di un possibile ripensamento: “ in fondo un anno…due anni di vita possono essere tanto tempo, il tempo per leggere i libri che non sono riuscita a leggere,  per dire le cose che non ho avuto il coraggio di dire…Il tempo per ‘alzarsi sazi dalla tavola’”.

Che farà Teresa? Che decisione prenderà? Un dramma al femminile fatto di conflitti, sofferenza, amore, perdono; una storia di rinnovata alleanza, che ci permette, anche con tenerezza e ironia, di considerare che forse è proprio un albero maturo, che può dare i suoi frutti migliori.

 

dal lunedi al giovedì h 21.00 - venerdì 31 dicembre h 17.00

 

Info 06 5881021 / 06 5898031

 

botteghino@teatrovascello.it

 


"L’IMPORTANTE È CHE CI SIA QUALCUNO: VADUCCIA". al Vascello di Roma

Teatro Vascello - Roma

Sala mosaico

 

6-7-8 dicembre lunedì, martedì, mercoledì h 21

L’IMPORTANTE È CHE CI SIA QUALCUNO: VADUCCIA

Una storia da Yehoshua

adattamento drammaturgico di Marco Isidori

da “L’amante” di Abraham B.Yehoshua

interprete Maria Luisa Abate

regia di Marco Isidori

produzione Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa 2021

La storia della novantasettenne ebrea che nell’ultimo, estremo scorcio della sua vita, “risvegliandosi” ella da una malattia che le aveva tolto ogni consapevolezza vitale, rendendola pressoché un vegetale, anzi addirittura un minerale (una “pietra” dice di sé medesima, infatti), si trova a dover condividere il quotidiano con un ragazzo arabo piovuto quasi dal cielo, e che, dopo un’iniziale reciproco sospetto, riesce, lei, Vaduccia, vecchia stravagante, piena di pregiudizi, carica degli intoppi emotivi di tutta un’ esistenza, non solo a relazionarsi col suo giovanissimo “nemico”, ma a giungere persino alla gioiosa scoperta di provare per lui un sentimento amoroso. Questa vicenda, dicevo, la lingua soprattutto con la quale viene tramata (lingua vorticosamente ritmica, lingua puntualmente oggettiva e nello stesso tempo diabolicamente simbolica,) ci ha portato verso la realizzazione di uno spettacolo dove la performance dell’attrice (una straordinaria Maria Luisa Abate) s’avvita con fatale inesorabilità, in un parossismo non solo interpretativo, ma anche “fonico”, andando verso quella “compiutezza” teatrale, che è stata, e che ancora vogliamo continui ad essere, uno dei cardini della ricerca scenica dei Marcido; e qui per “compiutezza” intendo con grande semplicità, soltanto l’immersione totale, senza scampo, senza vie di fuga, nell’estremo “dolore” del doversi confrontare da una parte con la propria inadeguatezza, e dall’altra, con la necessità invece di riuscire a superarsi per regalare al pubblico non già un banale momento di comunicazione narrativa, bensì un forte, caratterizzato momento di comunione sentimentale, come, secondo noi, unicamente l’arte teatrale con la sua canonica, può e deve saper fare. In questo difficile frangente temporale poi, proprio “tale” preciso compito per la Scena è ineludibile, e il Teatro lo deve fortissimamente e assolutamente assolvere, pena… Marco Isidori.

 

info 065898031  promozioneteatrovascello@gmail.com 

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"Tavola tavola, chiodo chiodo…" al Teatro Vascello

Teatro Vascello

 

Dal 30 novembre al 5 dicembre 2021

dal martedì al venerdì - ore 21/sabato - ore 19/domenica - ore 17

 

Tavola tavola, chiodo chiodo…

un progetto di Lino Musella e Tommaso De Filippo

tratto da appunti, articoli, corrispondenze e carteggi di Eduardo De Filippo

uno spettacolo di e con Lino Musella

musiche dal vivo Marco Vidino

scena Paola Castrignanò

disegno luci Pietro Sperduti

suono Marco D'Ambrosio

ricerca storica Maria Procino

collaborazione alla drammaturgia Antonio Piccolo

assistente alla regia Melissa Di Genova

costumi Sara Marino

fotografie Mario Spada

produzione Elledieffe, Teatro di Napoli-Teatro Nazionale

 

Ha debuttato lo scorso ottobre in Prima Nazionale al San Ferdinando – il Teatro di Eduardo – Tavola tavola, chiodo chiodo… una nuova produzione di Elledieffe e dello Stabile di Napoli con Lino Musella, autentico talento della scena, tra i più apprezzati della sua generazione, vincitore – tra gli altri – nel 2019 del Premio Ubu come migliore attore. A ‘dare il là a questo nuovo progetto, fortemente voluto dall’attore napoletano e andato in scena solo per poche repliche a causa della chiusura dei Teatri, sono state le tante riflessioni emerse, durante la pandemia, sul mondo dello spettacolo e sulle sue sorti.

“In questo tempo mi è capitato - scrive Musella nelle sue note - di rifugiarmi nelle parole dei grandi: poeti, scrittori, drammaturghi, filosofi, per cercare conforto, ispirazione o addirittura per trovare, in quelle stesse parole scritte in passato, risposte a un presente che oggi possiamo definire senza dubbio più presente che mai; è nato così in me il desiderio di riscoprire l’Eduardo capocomico e - mano mano - ne è venuto fuori un ritratto d’artista non solo legato al talento e alla bellezza delle sue opere, ma piuttosto alle sue battaglie donchisciottesche condotte instancabilmente tra poche vittorie e molti fallimenti”.

Tommaso De Filippo - impegnato nella cura dell’eredità culturale della famiglia - ha appoggiato Lino Musella nella sua ricerca nelle memorie di Eduardo volendo incoraggiare fortemente il dialogo tra generazioni in scena.

L’attore dà dunque voce e corpo alle parole delle lettere indirizzate alle Istituzioni, al discorso al Senato, agli appunti, ai carteggi relativi all’impresa estenuante per la costruzione e il mantenimento del Teatro San Ferdinando; ad affiancarlo in scena il maestro Marco Vidino che esegue dal vivo musiche originali appositamente composte per lo spettacolo.

“Tavola tavola, chiodo chiodo – continua Musella - sono le parole incise su una lapide del palcoscenico del San Ferdinando, lapide che Eduardo erige a Peppino Mercurio, il suo macchinista per una vita, che tavola dopo tavola, appunto, era stato il costruttore di quello stesso palcoscenico, distrutto dai bombardamenti nel ‘43.  Faccio parte di una generazione nata tra le macerie del grande Teatro e che può forse solo scegliere se soccombere tra le difficoltà o tentare di mettere in piedi, pezzo dopo pezzo, una possibilità per il futuro, come ermeticamente indicano quelle parole - incise nel Teatro di Eduardo - che in realtà suggeriscono un’azione energica e continua.

Questo grande artista è costantemente impegnato a ‘fare muro’ per smuovere la politica e le Istituzioni e ne esce spesso perdente, in parte proprio come noi in questo tempo, ma anche da lontano non smette mai di alzare la sua flebile, roboante voce e mi piace pensare che lo faccia proprio per noi”.

 

 

DALLA RASSEGNA STAMPA

Eduardo l'uomo che seppe parlare di teatro e con il teatro per accusare la società e la politica delle colpevoli distrazioni quotidiane è ancora tutto da scoprire, così per molti è una sorpresa, bella ed emozionante.
Affidate al talento, alla voce, al gesto, alle intuizioni registiche, di Lino Musella le parole restano ben ferme nel loro significato e valore storico, ma diventano anche poesia, emozione, rappresentazione veloce e serrata, spettacolo lucido, coinvolgente, molte volte divertente, come conviene al teatro.

E alla fine dello spettacolo gli spettatori giustamente gli offrono un fiume di applausi. Giulio Baffi, La Repubblica

 

È un Eduardo per molti aspetti inedito che fa della sua lotta per il teatro, per la sua sopravvivenza, un obiettivo di impegno civile.
È uno struggente inno d’amore all’arte scenica, alla sua fragilità e alla sua forza, dove l’Eduardo di Musella sembra parlare direttamente a questo nostro presente: nonostante le minacce, le difficoltà, gli ostacoli, su tutto infatti sopravvive la consapevolezza che “finché ci sarà un solo filo d’erba sulla terra ci sarà sul palcoscenico un filo d’erba finto”.
Musella si conferma attore superlativo, di raro magnetismo, capace di dominare la scena, oscillando tra straniamento e immedesimazione. Fabrizio Coscia, il Mattino

 

Nessuna critica si può muovere allo spettacolo. Il merito che va riconosciuto è quello di aver utilizzato la voce e il pensiero di Eduardo, per portare in superficie tutto il dramma che accompagna il teatro nella sua collocazione sociale, politica ed economica. Un plauso è doveroso per le musiche eseguite da Marco Vidino, la cui chitarra ha accompagnato, ora come prima attrice, lo spettacolo, nella sempre meritoria scelta di suonare dal vivo. Mario Sica, Il Roma

 

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Antichi maestri: una riflessione sullo sguardo

di Giorgia Leuratti


Lo sguardo, ma anche la riflessione sullo sguardo l'epicentro drammatico di  "Antichi maestri" che si apre sulla scena immobile di una contemplazione.

Tre uomini di spalle guardano i quadri affissi alle pareti: Atzbacher osserva Reger, Reger osserva il quadro di Tintoretto, ma anche l'occhio dello spettatore appare a loro complementare, necessario e funzionale alla completezza della rappresentazione.

In scena al Teatro Vascello di Roma fino al 28 novembre Antichi maestri, l'opera di Thomas Bernhard, è interpretato dalla regia di Federico Tiezzi che nella coloritura espressiva dei personaggi, nella creazione di un ritmo dinamico, nella scelta di una scenografia essenziale quanto comunicativa, fonda il suo approccio all'opera del drammaturgo austriaco riproponendo la domanda senza tempo sulla natura del fatto artistico.

Veicolata dal pensiero dell'abitudinario e scorbutico Reger, una tranquilla visita alla Sala Bordone della Pinacoteca di Vienna si trasforma in una disquisizione esistenziale sullo statuto dell'arte, ora nel ribaltamento del suo canone tradizionale, ora nella certezza della sua inevitabile dipendenza dallo Stato.

Se allora le mani di El Greco sembrano stracci bagnati, Beethoven è uno sprovveduto comico, Heidegger un ridicolo filisteo nazista con pantaloni alla zuava, perché l'uomo continua a nutrirsi di arte?

Dove l'aprirsi di una lunga digressione sulla vita del musicologo appare come pura espressione di uno spirito nostalgico e malinconico, è questa a rappresentare la chiave di volta della rappresentazione e il tentativo di spiegarne gli interrogativi.

Anche di fronte alla perdita, alla non accettazione, alla vecchiaia, al cessato interesse per l'esistenza,  l'arte rimane lo strumento per la sopravvivenza. È l'arte ciò che nonostante l'impossibilità di perfezione formale e la sua dipendenza dagli organi statali, ha la capacità di tenere in vita l'uomo.

Dipinti come negativi alle pareti e una grande architettura luminescente costruiscono le basi di una scenografia (Gregorio Zurla) resa dinamica dal gioco di luce (Gianni Pollini) e dai continui spostamenti scenici.

Raggiungono un equilibrio organico gli attori Sandro Lombardi, Martino D'Amico e Alessandro Burzotta che permettono ai loro personaggi di caratterizzarsi anche e non solo attraverso l'interrelazione e la reale armonia della scena.

 

 

 


UNA COSA ENORME al Teatro Vascello di Roma

Teatro Vascello

STAGIONE 2020 - PROSA

MAI PIU' SOLI

Dal 15 al 21 novembre 2021

Lunedì, martedì, mercoledì, giovedì e venerdì ore 21 - sabato ore 19 - domenica ore 17

 

UNA COSA ENORME

uno spettacolo di Fabiana Iacozzilli

con Marta Meneghetti, Roberto Montosi

produzione CrAnPi, La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello, Fondazione Sipario Toscana

in corealizzazione con Romaeuropa Festival

 

Approda al Teatro Vascello dal 15 al 21 novembre nell’ambito del Romaeuropa Festival 2021 (dopo il debutto alla Biennale Teatro 2020), Una cosa enorme di Fabiana Iacozzilli, nuovo percorso che la regista e autrice dedica alla nostra condizione di donne e uomini perennemente in bilico tra il voler essere madri e padri e il restare figli. Presentato in corealizzazione con Fabbrica dell’Attore / Teatro Vascello, coprodotto daCranpi, La fabbrica dell’attore-Teatro Vascello Centro di Produzione Teatrale, Fondazione Sipario Toscana, Carrozzerie | n.o.t, lo spettacolo vede protagonisti Marta Meneghetti e Roberto Montosi e riunisce Fiammetta Mandich per la realizzazione delle scene, Luigi Biondi e Francesca Zerilli per le luci, e Hubert Westkemper (premio Ubu 2019 per La classe) per il suono.

Il desiderio di essere madre e il suo contrario, la capacità di prendersi cura sono il cuore del lavoro. In scena, una donna con una pancia enorme si muove nel suo spazio fatto di pochi oggetti tra i quali riesce ancora a essere se stessa: un frigorifero, una macchina del gas, una poltrona, una pianta morta. La donna è in costante e paranoico ascolto di una minaccia che incombe dall’alto.

È incinta da un tempo indefinito e da un tempo infinito cerca di tenere dentro di sé il proprio pargolo, di impedirgli di venire al mondo.

Che peso ha nelle viscere di una donna l'essere e il non essere madre? Che forma o che resistenza accanita assumiamo nel riconoscerci, nel ritrovarci a doverci prendere cura? Che peso ha un/a figlia/o, una madre, un padre?

In una lentezza serrata, senza scampo, Una cosa enorme parte dal confronto aperto con l'essere generativ_ e lo declina con l'essere generat_. Fabiana Iacozzilli declina le interviste audio e le parole di Orna Donath e di Sheila Heti sull'essere madri, nel silenzio, fino a dissolvere la scena in una dimensione installativa. L'ordine naturale si mescola, lentamente si svuotano i simboli e la realtà aderisce a se stessa mentre i performer continuano a cercare sui propri corpi, un centimetro alla volta, un'appartenenza che continua a trasformarsi.

Racconta Fabiana Iacozzilli: «Nel corso del processo artistico che mi ha portato a “Una cosa enorme” - come già avvenuto nel mio precedente lavoro “La Classe” - ho intervistato donne e uomini, conosciuto le loro storie e i loro dubbi, mi sono nutrita della ricerca condotta dalla sociologa Orna Donath e delle parole di Sheila Heti che nel suo diario intimo Maternità si pone la domanda “dovrei fare un_ figli_?” e, in un gioco feroce di autoanalisi e messa in discussione di sé, cerca di ponderare la scelta fino ad arrivare a una frase che ha illuminato anche la mia ricerca artistica “se voglio figli o meno è un segreto che nascondo a me stessa: è il più grande segreto che nascondo a me stessa”.

È stato a quel punto che ho pensato che la donna del mio lavoro - che poi è ovvio che sono io - forse si stava interrogando sulla sua capacità di riuscire a prendersi cura.

Credo che alla fine questo lavoro sia diventato un oggetto emotivo, un oggetto in bilico tra la forma spettacolare la performance e a tratti la dimensione installativa, che s’interroga sulla paura e sul desiderio dell’abbandonare se stessi alla cura di un altro essere umano che sia un padre o un_ figli_ non importa, che s’interroga su una questione che appartiene a ogni donna, alla sua condizione esistenziale e che ha a che fare con una domanda semplice ma per niente consolatoria: “forse, alla fine, si è madri comunque?”».

Fabiana Iacozzilli, regista-drammaturga che porta avanti un lavoro di ricerca improntato sulla drammaturgia scenica e sulle potenzialità espressive della figura del performer collabora dal 2013 con il Teatro Vascello di Roma e dal 2017 con Cranpi e Carrozzerie | n.o.t. Nel 2002 si diploma come regista presso l’Accademia “Centro internazionale La Cometa” dove studia tra gli altri con N. Karpov, N. Zsvereva, A. Woodhouse. Dal 2003 al 2008 è regista assistente di P. Sepe e Luca Ronconi, nel 2008 fonda Lafabbrica, compagnia della quale è direttrice artistica dal 2008 al 2018. Nel 2011 viene selezionata per partecipare al DIRECTOR LAB, progetto internazionale organizzato dal LINCOLN CENTER (Metropolitan di New York). Dallo stesso anno diventa membro del LINCOLN CENTER DIRECTORS LAB. Tra i suoi spettacoli: Aspettando Nil con il quale vince l’Undergroundzero Festival di New York; La trilogia dell’attesa, vincitrice del Play Festival (Atir e Piccolo Teatro di Milano-Teatro d'Europa); Quando saremo grandi!, finalista Premio Scenario 2009; Da soli non si è cattivi. Tre atti unici dai racconti di Tiziana Tomasulo; La classe_un docupuppets per marionette e uominiUna cosa enorme. Nel 2021 è stata una dei tre registi coinvolti nel progetto Incroci, nato dal dialogo tra 3 realtà nazionali che coinvolgono migranti: Teatro Magro-Mantova, Asinitas-Roma e Babel Crew/Progetto Amunì-Palermo.

 

 promozioneteatrovascello@gmail.com - promozione@teatrovascello.it

 

Acquista i biglietti on line https://www.vivaticket.com/it/biglietto/una-cosa-enorme/151813

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SPELLBOUND 25  + DANCING PARTNERS al Teatro Vascello

Teatro Vascello - Roma

 

dal 9 al 14 novembre

 

SPELLBOUND CONTEMPORARY BALLET


presenta

 

SPELLBOUND 25 

+ DANCING PARTNERS

 

Una settimana dedicata alla danza contemporanea internazionale
per festeggiare i 25 anni di attività della celebre compagnia romana.

 

Direzione Artistica: Mauro Astolfi
Direzione Generale: Valentina Marini

Fra pianeti da colonizzare e misteriosi bazar retro-futuristi, otto creazioni coreografiche, tre autori, quattro compagnie e due giorni di condivisione creativa aperta al pubblico per una intera settimana dedicata alla danza contemporanea internazionale. È Spellbound 25, il programma firmato dai coreografi Mauro Astolfi, Marcos Morau e Marco Goecke sotto la direzione generale di Valentina Marini, in scena al Teatro Vascello di Roma dal 9 al 14 novembre per festeggiare i 25 anni di attività di Spellbound Contemporary Ballet, compagnia romana di danza fra le più plurali e vocate all’internazionalizzazione presenti sulla scena contemporanea. Inizialmente programmato per il 2020, anno del venticinquennale della compagnia, l’evento è stato posticipato nel 2021 a causa delle restrizioni dovute alla pandemia e segna il ritorno di Spellbound sulla scena capitolina dopo un periodo di assenza.

Il progetto Spellbound 25 è una produzione Spellbound realizzata con il contributo del Ministero della Cultura, di Regione Lazio – Dipartimento Cultura, Politiche Giovanili e Lazio creativo, in collaborazione con l’Ambasciata di Spagna a Roma e in coproduzione con MilanoOltre e Cult!ur Partner. 

La settimana si apre martedì 9 novembre con l’inizio di una due giorni dedicata a Dancing Partners, progetto in rete itinerante nato nel 2013 – di cui fanno parte la compagnia Thomas Noone Dance (Spagna), la Norrdance (Svezia), la Company Chameleon (Inghilterra), il collettivo Franctis Dance Company (Germania) e la stessa Spellbound Contemporary Ballet – per promuovere il lavoro degli artisti coinvolti attraverso pratiche di residenza, laboratori e incontri in un’ottica di scambio creativo e condivisione. In occasione di questa tappa romana del 2021 il pubblico presente al Teatro Vascello potrà assistere a estratti di After the Party della compagnia spagnola Thomas Noone Dance, alla Prima Nazionale di Ordinary People del collettivo di base a Friburgo Frantics Dance Company, alla Prima Romana di Amaranthine degli inglesi Company Chameleon e alla Prima Romana di Ascent di Spellbound Contemportary Ballet.

Dall’11 al 14 novembre invece il programma ideato da Astolfi, Morau e Goecke, tre autori diversi ma accomunati da una danza densa, precisa, riconoscibile. Quattro le creazioni che i danzatori di Spellbound porteranno in scena ogni sera: due progetti corali, l’onirico Marte del coreografo spagnolo Morau e l’immaginifico Wonder Bazaar di Astolfi, entrambi costruiti sull’interno organico di Spellbound costituito da nove performer; e due progetti a solo, l’acclamato Affi di Goecke, affidato alla tecnica di Mario Laterza, e il nuovo Unknown Woman di Astolfi dedicato ad una straordinaria interprete, Maria Cossu, che nell’anno del venticinquennale festeggia venti stagioni con Spellbound. 

Unknown Woman è un racconto serio ed immaginario allo stesso tempo, è un raccoglitore di memorie e di pensieri di quello che è accaduto con un’artista importante in 20 anni di collaborazione e di condivisione. Non so dove finisce l’immaginazione e quanto invece ho imparato da lei in questi 20 anni. Da sconosciuti siamo ancora in sala, ci osserviamo, ci regaliamo e ci rubiamo cose, ma ci conosciamo bene e per questo camminiamo ancora insieme.” così l’autore presenta la propria creazione. Da questa riflessione intima si passa invece a quella più socioculturale e politica di Wonder Bazaar, sempre di Astolfi, un ragionamento intorno all’alienazione tecnologica del mondo contemporaneo per ritrovare la strada di un nuovo umanesimo. Wonder Bazaar è un avamposto di una umanità servoassistita da una tecnologia desueta, un emporio a buon mercato dove cercare di riparare i danni di una vita che non si riesce a capire e a controllare. I rapporti umani ormai ridotti al minimo lasciano spazio ad una fiducia cieca e priva di senso nei confronti di una macchina. Ma la meraviglia di questo bazaar è che paradossalmente proprio in questo cimitero meccanico si risolvono importanti teoremi sul senso della vita e ci si ricorda che le macchine sono state costruite da noi. “Il motore del mio lavoro è l’angoscia, può diventare una fonte di speranza. Rendere l’angoscia visibile e palpabile per trasformarla in bellezza” sembra fargli eco il coreografo tedesco Marco Goecke che a Spellbound 25, su musiche di Johnny Cash, presenta il solo maschile Affi, una delle sue creazioni di maggior successo internazionale, dal 2006 nel repertorio dello Scapino Ballet di Rotterdam e passato negli anni nelle grandi città di tutto il mondo, da New York a Istanbul

Chiude il programma Marte, nuovo lavoro del catalano Morau per Spellbound Contemporary Ballet, una riflessione malinconica sulla forza della giovinezza e sul desiderio come forza motrice, che trova nel Dio della guerra (ma anche della passione e della sessualità) e in un pianeta vuoto in attesa di essere colonizzato le sue metafore perfette. Un progetto che riflette sui concetti di piacere, desiderio e tensione e sul conflitto fra individuo e collettività, fra presente e futuro, tra materia organica e tecnologia. Considerato uno degli artisti più creativi della sua generazione e attualmente impegnato in una nuova produzione presso il Nederlands Dance Theater, Marcos Morau in Italia ha creato finora esclusivamente per Spellbound Contemporary Ballet.

 

PROGRAMMA

DANCING PARTNERS
9 e 10 novembre, h21
Company Chameleon (Inghilterra) | Amaranthine Prima Romana
Frantics Dance Company (Germania) | Ordinary People Prima Nazionale
Spellbound Contemporary Ballet (Italia) | Ascent Prima Romana
Thomas Noone Dance (Spagna) | After the Party
Biglietti: https://www.vivaticket.com/it/biglietto/dancing-partners/160354

 


SPELLBOUND 25
11 e 12 novembre, h21
13 novembre, h19
14 Novembre, h17
Wonder Bazaar | Mauro Astolfi/Spellbound Contemporary Ballet
Unknown Woman | Mauro Astolfi/Maria Cossu
Affi | Marco Goecke/Mario Laterza
Marte | Marcos Morau/Spellbound Contemporary Ballet
Biglietti: https://www.vivaticket.com/it/biglietto/spellbound-25/160368 

 

 

INFO

https://www.spellboundance.com/home/it/
https://www.facebook.com/spellboundcontemporaryballet
https://www.instagram.com/spellbound_contemporary_ballet/ 


LAVIA DICE GIACOMO LEOPARDI al Vascello

Teatro Vascello

STAGIONE
settembre - dicembre 2021
MAI PIU' SOLI

In via del tutto eccezionale ed estemporanea il Teatro Vascello presenta:

Venerdì 22 ottobre 2021 h 21

Effimera srl

LAVIA DICE GIACOMO LEOPARDI

di e con Gabriele Lavia

“Le poesie di Leopardi sono talmente belle e profonde che basta pronunciarne il suono, non ci vuole altro. Da ragazzo volli impararle a memoria, per averle sempre con me. Da quel momento non ho mai smesso di dirle. Per me dire Leopardi a una platea significa vivere una straordinaria ed estenuante esperienza. Anche se per tutto il tempo dello spettacolo rimango praticamente immobile, ripercorrere quei versi e quel pensiero equivale per me a fare una maratona restando fermo sul posto”.  Gabriele Lavia

Lavia ‘dice Leopardi’: dice, perché non legge né interpreta, ma riversa sul pubblico, in un modo assolutamente personale nella forma e nella sostanza, le più intense liriche dei Canti e non solo, da A Silvia a L’Infinito, dal Canto notturno di un pastore errante dell’Asia e Il sabato del villaggio a La sera del dì di festa.
I versi leopardiani ripetono che l’amore, l’intimità rubata ed immaginata fatta di attese e ricordo, i sogni senza sonno, le nobili aspirazioni dell’animo, le speranze che riscaldano lo spirito umano e che a volte svaniscono di fronte alla realtà, sono tutti elementi che rendono faticosa ed impegnativa la vita, ma straordinariamente degna di essere vissuta. Lavia dice Leopardi è un viaggio nella profondità dell’animo umano, un nuovo omaggio al poeta, a quella sua nuova voglia di sondare la parola e il suono in un momento della sua esistenza che si tramutò in esaltante creatività artistica.

 


Presentazione autobiografia Alessandro Haber al Teatro Vascello

Teatro Vascello

Lunedì 11 ottobre 2021 - ore 20,30

 

ALESSANDRO HABER

CON MIRKO CAPOZZOLI

VOLEVO ESSERE MARLON BRANDO

(MA SOPRATTUTTO GIGI BAGGINI)

Baldini+Castoldi, Milano 2021, euro 19.00, pagine 436

«Sandrino cosa vuoi fare da grande?»

«Da grande, mamma, voglio fare l’attore.»

«Sì, vabbe’, poi ti passa.»

Diciamocela tutta, non mi è mai passata.

«I più grandi attori sono quelli che riescono a restare eterni ragazzi, e Haber è uno di questi.»

Monica Bellucci

 

«Haber è una medaglia del vecchio conio, per lui non ci sono sfumature, o lo ami alla follia o lo strozzi, lui è istinto puro

Alessio Boni

 

Alessandro Haber si racconta, per la prima volta, in un’autobiografia schietta, sincera e fuori dagli schemi, come del resto è lui stesso. Libero, creativo, nevrotico, appassionato, straripante: Haber fa ridere e commuovere.

In queste pagine ci racconta della sua infanzia scanzonata a Tel Aviv e del successivo rientro in Italia, della scoperta di una passione smodata per la recitazione e del desiderio di approdare a Hollywood; descrive nei particolari e senza peli sulla lingua una carriera lunga più di cinquant’anni, tra cinema, teatro, spettacoli e persino musica; ma soprattutto ci incanta con il racconto di una vita tanto eccentrica quanto affascinante: le partite a carte con i suoi “maledetti amici”, le avventure e le invidie, le prime a teatro, i provini andati bene e quelli andati male, la corsa a conoscere Orson Welles incontrato per strada e le partite a tennis con Nanni Moretti, le belle donne, le occasioni perse, il sesso e i tradimenti, e poi l’amore incondizionato per Celeste che, da sedici anni, lo “costringe” a interpretare ogni giorno il ruolo di padre.

Come sul palcoscenico sfilano protagonisti e comparse, anche in queste pagine il racconto di una vita segue un flusso a volte imprevedibile, accelerato, talvolta persino centrifugo, ma sempre incredibilmente potente, e ci restituisce la vitalità istintiva di un attore straordinario e irripetibile come Alessandro Haber.

 

Alessandro Haber nasce a Bologna nel 1947 da padre romeno di origine ebraica e da madre italiana. A nove anni, dopo un’infanzia trascorsa in Israele, ritorna in Italia con la famiglia.

Nel 1967 esordisce con La Cina è vicina di Marco Bellocchio. Nel corso della sua carriera nel cinema, Haber si è cimentato in ruoli drammatici e comici, lavorando con Paolo e Vittorio Taviani, Mario Monicelli, Pupi Avati, Nanni Moretti, Giovanni Veronesi, Leonardo Pieraccioni e molti altri. In teatro è stato diretto da alcuni tra i più grandi registi del Novecento: da Mario Missiroli a Carmelo Bene, da Carlo Cecchi a Luigi Squarzina.

Ha recitato in Orgia di Pier Paolo Pasolini, Woyzeck di Georg Büchner, L’avaro di Molière, Il padre di Florian Zeller: cinquant’anni di stagioni teatrali fino a Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller. Per le sue interpretazioni si è aggiudicato un David di Donatello, quattro Nastri d’Argento, il Premio Idi e il Premio Gassman.

 

Mirko Capozzoli nasce a Torino nel 1974. Dopo la laurea al DAMS, lavora per diverse società italiane e istituzioni museali come regista e montatore video.

Contemporaneamente ha coltivato la passione per i documentari, collaborando a numerosi progetti tra i quali Indagine su un cittadino di nome Volonté e Lucus a Lucendo. A proposito di Carlo Levi. Nel 2010 scrive e dirige Fate la storia senza di me, selezionato alle Giornate degli Autori nell’ambito della 67ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Nel 2018 ha pubblicato la biografia Gian Maria Volonté.ON MIRKO CAPOZZOL


Vascello in musica con il violinista STEFANO MHANNA  

Teatro Vascello - Roma

 

VASCELLO IN MUSICA

 

CLASSICA SENZA LIMITI – STEFANO MHANNA  

10 ottobre – 28 novembre – 19 dicembre ogni domenica mattina h 11

10 ottobre domenica mattina h 11 

pianoforte/violino e ensemble d'archi Novi Toni Comites

S. Bach: Concerto BWV 1056

Vivaldi: Quattro Stagioni

I. Tchaikovsky:Valse Scherzo op. 23 (arr.per archi di S. Mhanna)

acquista on line https://www.vivaticket.com/it/biglietto/classica-senza-limiti/160462

 

 

28 novembre domenica mattina h 11 

duo violino e pianoforte (Stefano Mhanna e Alberto Galletti)

Van Beethoven: Sonata n. 5 per pianoforte e violino

S Prokofiev: Sonata op. 94-bis per violino e pianoforte

Ravel: Tzigane per violino e pianoforte

 

 

19 dicembre ogni domenica mattina h 11 

pianoforte solo

S. Bach: Präludium und Fuge BWV 544 (arr. F. Liszt, S.462)

Van Beethoven: Sonata n. 12, op. 26

Chopin: Polonaise, Op. 53

Chopin: Scherzo n. 2 in B flat minor, Op. 31

Chopin: Fantasia Improvviso, Op. 66

S. Bach: Nun komm der Heiden Heiland BWV 659 (arr. F. Busoni)

 

Stefano Mhanna

(violinista, violista, pianista, organista, direttore d'orchestra e compositore)

Nato a Roma l'11 luglio 1995.
Formazione universitaria e accademica:
-laurea magistrale a ciclo unico in giurisprudenza;
-diplomi accademici in violino, viola, pianoforte, organo e composizione organistica.
Formazione postuniversitaria:

diploma di perfezionamento negli studi in diritto civile, commerciale e di volontaria giurisdizione, tirocinio didattico biennale in violino e triennale in organo e composizione organistica.
premi e riconoscimenti:
premio Siae, Rotary per la sezione archi, via Vittoria di Roma, Nuove Carriere Cidim, Pressenda, MAE, 5 concorsi nazionali e 2 internazionali, menzione dalla Società Umanitaria di Milano, riconoscimento Aiarp, dal Governatorato Stato Città del Vaticano.
Organista titolare/onorario presso:
-basilica Sacro Cuore di Gesù a Castro Pretorio, chiesa s. Dorotea in Trastevere (Roma)
-direttore dell'orchestra "Novi Toni Comites"

 

 info 065898031 -  promozioneteatrovascello@gmail.com

 

prezzo biglietti:   Acquista i biglietti on line https://www.vivaticket.com/it/biglietto/classica-senza-limiti/160461

 

Abbonamenti Card Love: due ingressi 30 euro cumulabili acquista on line https://www.vivaticket.com/it/biglietto/card-love/162890

e  Card Love plus : 4 ingressi 50 euro cumulabili acquista on line https://www.vivaticket.com/it/biglietto/card-love-plus/162891

 

le card comprendono i seguenti spettacoli e su tutte le repliche dei medesimi:

Peng - Echo Chamber - Spellbound 25 - Dancing Partners - Una cosa enorme - Antichi maestri - Tavola tavola, chiodo chiodo - Porte - Astor