di Ilaria Sambucci

 

 

Giuseppe Picone, classe 1976, ballerino di indiscussa fama internazionale, orgoglio della danza italiana nel mondo. Ha danzato nei teatri più prestigiosi e al fianco delle più importanti stelle della danza. Étoile, coreografo, direttore artistico del Gala Picone & I Grandi della Danza. Attualmente ricopre il ruolo di direttore del Corpo di Ballo del Teatro San Carlo di Napoli.

 

Caro Giuseppe, quando hai iniziato ad appassionarti al mondo della danza?

“La danza ha prevalso su di me sin da piccolo. Non provengo da una famiglia di artisti, e non ero quindi preparato all’arte della danza ma mi piaceva ballare nel soggiorno di casa, non stavo mai fermo. Raffaele, il mio fratello maggiore accorgendosi del mio talento, a dieci anni mi ha portato alla scuola di ballo del Teatro San Carlo di Napoli. Appena entrai, mi resi conto che quella era completamente la mia vita. Era l’atmosfera perfetta per me. Oggi resto sorpreso se penso che da bambino, a soli dieci anni, avevo già centrato la mia vocazione.”

 

Il tuo debutto avviene a dodici anni al Teatro San Carlo insieme a Carla Fracci, Vladimir Vassiliev e Ekaterina Maximova dove interpreti il giovane Nijinsky nel medesimo balletto. Come hai vissuto questa esperienza da ragazzo?

“A dodici anni tutto è talmente una favola, che non senti il peso della responsabilità che hai quando diventi étoile. Ero felice ma inconsapevole, l’ho capito dopo (ride), che quello era stato un momento di vita straordinario.”

 

Hai lascito la tua città da ragazzo e ti sei spostato prima a Roma, poi a Nancy e successivamente a Londra.  Hai sentito la mancanza della tua famiglia?

“Assolutamente si, la mancanza l’ho sentita, soprattutto all’ estero. In accademia a Nancy l’ambiente era meraviglioso. Ero ancora minorenne e lì, Pierre Lacotte mi offrì un contratto da solista. A diciassette anni volevo rientrare in Italia ma sotto indicazione di Elisabetta Terabust, andai a Londra ed entrai nell’ English National Ballet. Appena arrivato il direttore Derek Deane mi prese in compagnia ed ottenni subito il contratto da solista, a soli diciassette anni. L’anno successivo mi è arrivata la  cartolina del militare e quindi fino a ventisei anni dovetti restare all’ estero.”

 

Come hai vissuto gli anni an English National Ballet e come sei arrivato all’American Ballet?

“È stata un’esperienza straordinaria, passavo la mia vita insieme ai colleghi ed eravamo diventati una famiglia. Poi rientrai in Italia e lavorai prima con Carla Fracci e poi per Amedeo Amodio al Teatro dell’Opera di Roma con “Lo Schiaccianoci”. Successivamente andai a fare una lezione all’ American Ballet Theatre (ABT) e alla mia seconda lezione lì il direttore mi chiese di entrare in compagnia. Non lo feci perché avevo firmato i contratti in Italia, ma terminati i contratti nel dicembre del 1997 a ventun anni entrai nella compagnia dell’ABT. Adesso mi rendo conto che sono stato precoce nei tempi, ho bruciato le tappe, è avvenuto tutto così velocemente.”

 

Quanto ti ha pesato la competizione?

“Io non l’ho mai vista come un peso, anzi andavo tranquillamente per la mia strada. Mi ha pesato molto l’invidia e la gelosia. Anche il semplice fatto di non rivolgermi la parola è stato molto pesante per me. Io ero un ragazzo che a diciassette anni avevo firmato un contratto da solista, a ventuno avevo aperto la stagione interpretando il ruolo del principe in “Cenerentola”. Insomma davo fastidio, però riconoscevano tutti la mia passione e la mia dedizione verso quest’arte.”

 

Come mai hai lasciato l’ABT?

“In compagnia sentivo molto la pressione addosso, c’è una forte chiusura mentale.  Io avevo voglia di essere libero. A venticinque anni iniziavo ad avere contatti come primo ballerino ospite nei teatri più importanti. Non volevo che la mia vita si riducesse a un pollaio di una compagnia di danza, qualsiasi essa fosse. Così iniziai la mia carriera come étoile ospite in giro per il mondo.”

 

Qual è il momento più buio di tutto il tuo percorso?

“A New York mi sono ammalato. Mi avevano diagnosticato un virus mortale, in realtà tornato in Italia mi dissero che era una semplice mononucleosi. Dopo essere stato per dieci anni lontano dalla mia famiglia che riuscivo a vedere al massimo due volte l’anno, tornare in Italia e poter ballare anche nel mio paese mi rese certamente più felice. Allora presi una casa in affitto a Roma, così avevo una base stabile in Italia e mi sentivo mentalmente più sicuro.”

 

Qual è tra i tanti premi e riconoscimenti che hai ricevuto quello a cui sei più legato?

“Di premi da danzatore ne ho ricevuti davvero tanti. Da coreografo devo dirti che quest’anno ho ricevuto il premio “Europa in Danza” ed è stato davvero bello e gratificante ricevere un premio per la cura, l’eleganza e la raffinatezza della coreografia del balletto “Lo Schiaccianoci” andato in scena al Teatro San Carlo di Napoli, non me l’aspettavo.”

 

Tra i tanti Maestri con i quali hai avuto modo di studiare, chi ha lasciato un segno indelebile nel tuo cuore?

“Charles Jude, il pupillo di Rudolf Nureyev che è stato étoile dell’Opera di Parigi e poi direttore e coreografo del Balletto dell’Opera di Bordeaux. Lui è stato uno di quei maestri che mi hanno regalato tutta la loro carriera e professionalità.”

 

Con quale danzatrice hai maggior feeling in scena?

“Nina Ananiashvili étoile del Teatro Bolshoi e dell’ABT. Oggi è direttrice artistica del Balletto di Stato della Georgia. Insieme a lei ho debuttato alla prima mondiale al Metropolitan di New York in “Le Corsaire” di Anna Marie Holmes, poi abbiamo danzato insieme in Giappone. Lei è un vero animale da palcoscenico.”

 

Quale ruolo tra i tanti che hai interpretato porti nel cuore?

“Sono parecchio affezionato al ruolo di Romeo e quello di Albrecht perché sono dei ruoli che ho davvero amato e mi hanno dato tantissime soddisfazioni.”

 

Cos’è per te la danza?

“La danza è il mio destino, esso ha scelto per me il meraviglioso mondo della danza. Non sono nato in un mondo del genere, vengo da un paese della provincia di Caserta e a ventun anni già danzavo al Metropolitan di New York. La strada si è aperta da sé, si aprivano le porte e diventavano per me possibilità di grandi creazioni.”

 

Quanto ha inciso la tua famiglia nel tuo percorso artistico?

“Io devo dire grazie a mio fratello, i miei genitori non mi hanno né ostacolato né appoggiato.  Mia madre preferiva che facessi altro anche perchè con la danza sono stato sempre in giro sin da ragazzo e ha sentito la mia mancanza.”

 

Come è stare dall’altra parte, dirigere il corpo di ballo del teatro, a mio parere più bello del mondo?

“Sono d’accordo con te Ilaria, il Teatro San Carlo è davvero il Teatro più bello del mondo e a tal proposito ti racconto una cosa. All’ABT quando parlavo con Leslie Browne le dicevo sempre che a me il Metropolitan come teatro e non ovviamente come prestigio, non mi diceva nulla. Lei non mi comprendeva allora un giorno le dissi: “Vieni, partiamo ti porto in un teatro davvero meraviglioso!” Così la portai a Napoli, entrò al Teatro San Carlo e mi disse: “Hai ragione Giuseppe questo teatro è unico!”

Ritornando alla tua domanda dirigere il corpo di ballo del Teatro San Carlo di Napoli è per me una grande emozione, certo tante sono le difficoltà ma tante sono anche le soddisfazioni.”

 

Purtroppo stiamo vivendo un periodo particolarmente difficile a causa della pandemia. Cosa pensi a riguardo? Che soluzioni proporresti per avere una ripresa più veloce nel nostro settore?

“Ti rispondo con un detto napoletano, perché penso che i detti non mentono mai: “Senza denare nun se cantano messe” (Senza soldi non si cantano messe). Abbiamo bisogno di sovvenzioni da parte dello stato, se si hanno le sovvenzioni certamente è meno difficoltosa la ripresa anche per portare avanti un progetto importante e alzare il livello della compagnia, lasciandomi fare il mio lavoro.”

 

Post coronavirus quali cos’hai in cantiere per il Teatro San Carlo di Napoli?

“Sicuramente mettere al sicuro la compagnia con una programmazione importante e dare più certezza ai tersicorei che non hanno un contratto stabile.”

 

 

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