di Raffaella Bonsignori

 

Al teatro Manzoni, fino al 17 aprile, è in scena Sexy e indecise di Mauro Graiani, regia di Cinzia Berni, con Patrizia Pellegrino (Pat), Milena Miconi (Fede), Matilde Brandi (Milly) e la giovanissima Sofia Graiani (Aurora).

Una commedia briosa in perfetta linea con il cartellone del Manzoni, una ventata d’aria fresca che, ancor più in questo momento oscuro che il mondo sta vivendo, rigenera l’umore.

Marco Graiani ha attinto con grande efficacia alla sua esperienza di drammaturgo ma anche di sceneggiatore e di regista, ben coniugando le sue complementari e diverse doti artistiche. I dialoghi hanno un bel ritmo, quasi cinematografico, in perfetta sintonia con la regia di Cinzia Berni, anche lei versatile artista formatasi nel Laboratorio di Proietti. Apprezzabili anche i diretti riferimenti cinematografici ed alcune citazioni nei dialoghi, camei preziosi per l’appassionato, come il riferimento a Sergio Leone, o a Quattro Matrimoni e un Funerale con la gag deliziosa della critica mossa a quello che si ritiene un ex fidanzato dell’amica e che poi si scopre essere stato il marito. Graiani si rivela un uomo sensibile, capace di interpretare con ottimo spirito l’animo femminile. Mi ricorda l’Enrico Ruggeri di Quello che le donne non dicono.

Più che una storia è uno spaccato di vita, di quotidianità, con tutti i problemi, le incertezze, gli errori del caso, ma anche con i sorrisi, i confronti, le scivolate umane che hanno sempre una loro intrinseca spontanea comicità. «Ogni essere umano ha una storia da raccontare» osserva Fede. In effetti siamo tutti fatti di storie; le storie, le nostre e anche quelle delle persone che amiamo, sono i mattoni che sostengono l’esistenza, che raccontano quello che siamo.

Tre amiche si ritrovano casualmente dopo trent’anni e fanno i conti con quello che erano allora e con quello che sono oggi, cinquantenni sexy, indecise, o, forse, insicure, in perenne bilico sui loro tacchi; tacchi che si muovono abilmente sopra una strada lastricata anche di insuccessi e di amori sbagliati, di timori: «Io non ho paura, è il coraggio che mi manca» confessa Pat. Ma poi il coraggio arriva; lo fa sempre. Le donne sono coraggiose anche quando hanno paura. E come dice Pat, storpiando amabilmente un famoso motto della letteratura francese, diventano «Tutte per una, una per tre».

L’arte cinematografica e teatrale ha sempre dedicato spazi interessanti al ritrovarsi di vecchi amici. Forse perché con gli amici dell’adolescenza siamo talmente noi stessi che ritrovarli significa affrontare lo specchio, fronteggiare prima di tutti il nostro mondo interiore, i sogni che non abbiamo inseguito e quelli che ci hanno abbandonato, la vita che abbiamo scelto, i bivi che abbiamo imboccato, lasciandoci alle spalle le alternative ignote. Da un capolavoro assoluto del cinema come Il grande freddo di Kasdan a Gli amici di Peter, che Kenneth Branagh ha meravigliosamente adattato per il teatro, dal crudo, tagliente film Compagni di scuola di Verdone e dall’altrettanto amaro ma sublime C’eravamo tanto amati di Ettore Scola al testo teatrale di Cristina Comenicini Le Due Partite, lo spettacolo ha corteggiato gli incontri tra vecchi amici. Amiche, nel testo di Graiani. Va sottolineato. Quando a ritrovarsi sono le donne, è tutto amplificato, sia il conflitto iniziale, sia il momento della verità, sia l’affetto che riemerge.

La barriera della verità è la prima che richiede lo sforzo di tutte per crollare. Pat, in modo opposto al Gassman di C’eravamo tanto amati, finge un benessere in realtà perduto, ma le sue amiche non sono ingenue come Manfredi e Satta Flores, gli amici di Gassman; loro capiscono e a loro volta si trovano a dover confessare qualche menzogna. Ecco, verità e confessione vanno a braccetto, in questa pièce, e marciano verso il superamento degli ostacoli. Le donne, d’altronde, si mettono sempre in cammino su sentieri montani: all’inizio faticano, ma poi superano la vetta e il sentiero diventa discesa. «Se uno non riesce ad uscire dal tunnel, lo arreda» esclama candidamente Pat.

Patrizia Pellegrino non ha bisogno di presentazioni: viene da una lunghissima esperienza televisiva, cinematografica e teatrale ed è perfetta per questo ruolo; dona al suo personaggio un mix di giovialità e ingenuità adolescenziale e di amaro ma anche costruttivo risveglio nell’età matura. Anche Milena Miconi e Matilde Brandi sono molto brave a percorrere questa stessa strada; una strada tracciata anche dai costumi, inizialmente caratterizzati da colori confetto, lo stesso colore che domina nella scenografia; costumi che cambiano solo quando arriva la nipote di Pat. Da quel momento è lei a portare i colori dell’adolescenza, almeno inizialmente, sebbene, come spesso accade nella vita, si mostri decisamente più matura delle tre cinquantenni. È sempre un piacere vedere giovanissimi attori sul palco: la loro presenza, in questo caso corredata da ottima capacità recitativa, è una promessa per il futuro.

Ci sono altri protagonisti, però, che è necessario menzionare. E non mi riferisco solo alle voci fuori campo, ma ai favolosi anni Ottanta. Gli anni del mondiale di calcio, di una discomusic ancora in pieno vigore, delle discoteche e dei piano-bar, degli abiti di taffetà e delle spalline, degli show televisivi, del Telegatto e di Discoring. E tutto questo entra anche attraverso la musica, oltre che attraverso il com’eravamo delle protagoniste. La musica parla, sia nel corso della vicenda, sia, in ultimo, con un brano storico di Gloria Gaynor che già nel titolo racconta la meta raggiunta dalle protagoniste: I will survive.

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