di Giorgia Leuratti

 

Gremiti, s’affollano i personaggi, articolano le loro traiettorie fra i cubi dorati, tra le pareti bronzee; travolti da un ritmo convulso ondeggiano ininterrotti.

Un clima sgargiante, volutamente sfarzoso pervade la scena di “Satyricon” di Francesco Piccolo che, ispirato all’opera di Petronio ha abitato la scena del Teatro Argentina di Roma fino allo scorso 1 Dicembre per la regia di Andrea De Rosa.

Nel viavai, un brusio che si tramuta in chiasso; le voci si amalgamano in una coralità chiassosa che si aggrappa al luogo comune, iterando fino allo strenuo frammenti di discorso, allitterazioni, popolari canzonette.

E’ nell’intuizione di un linguaggio che si svuota e si sfalda che la riscrittura sancisce il trait d’union con l’opera di partenza: nell’atto di esacerbare l’impoverimento delle forme e dei costumi, la drammaturgia è protesa a traslare su un piano attuale l’idea di una globale inconsistenza, la decadenza che prosegue mutando le sue forme.

Nel crogiuolo di suggestioni mondane, blaterano i variopinti personaggi di cibo e di feste, di ranghi e libagioni, quand’ecco che l’anfitrione, fino ad allora in penombra, fa la sua comparsa.

 Troneggia al centro del palco, racchiuso da una struttura nera, siede su un gabinetto dorato: la voce cavernosa accresce e si esalta, fuoriesce sguaiata dalla sagoma corpulenta.

“Pè tutto servono li sorrrdi!” – un fare angoscioso guida l’orazione di Trimalcione; i personaggi si amalgamano nuovamente nella ripetizione di azioni senza senso, mentre Fortunata quasi immobile, occupa l’orlo del proscenio: il corpo nudo, il volto impassibile al boato del marito urlante.

Ed ecco, nella plastica leggerezza delle disquisizioni la consapevolezza di essere “tutti superficiali, “tutti fragili” manda in tilt l’azione: di fronte alla profondità si sfalda quella festa che è apoteosi del presente, fino ad interrogarsi sulla struttura del dolore, su un vuoto di fronte al quale bisogna essere ciechi per sopravvivere.

Ed ecco, culmine di una mondanità esacerbata e nauseante giunge irrinunciabile la  Cena Trimalchionis: rappresentato in questa sede come rituale funerario, assume i tratti di una delirante festa dell’insignificanza il cui risvolto pop, è dato dall’espediente scenografico della schiuma bianca che gradualmente si allarga sul palco.

Una sincronia trasversale guida i movimenti degli interpreti (Antonino Iuorio, Noemi Apuzzo, Alessandra Borgia,Francesca Cutolo, Michelangelo Dalisi, Flavio Francucci, Serena Mazzei, Lorenzo Parrotto, Anna Redi, Andrea Volpetti) la cui espressività dinamica è arricchita dalle scene e dai costumi di Simone Mannino, dal  disegno luci di Pasquale Mari e dalle coreografie Anna Redi.

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