di Giorgia Leuratti

 

Una donna sospesa su di un muro espande e contrae il diaframma, un’altra supina a terra si contorce sotto la grande pietra che le sovrasta la schiena. Una figura è legata a un albero da un elastico, un’altra ancora avvolge il suo corpo in una busta di plastica, una terza sorregge immobile la grande falce posta al centro del suo corpo. Brevi happenings di danzatori si susseguono nel corso di un tragitto in salita, quello che conduce alla grande Cavea dell’Auditorium Parco della Musica di Roma: si appresta a iniziare la prima assoluta di Dialoge Roma 2020Terra Sacra, di Sasha Waltz.

Se già a partire dai primi anni Novanta il rapporto tra le discipline artistiche e il ricorso all’improvvisazione si presenta come elemento trasversale nella ricerca della coreografa tedesca, in questa sede i corpi dei danzatori con i loro movimenti sembrano ricercare il legame con una contemporaneità mutilata dove l’avvento della recente pandemia diviene strumento per indagare sullo statuto dell’arte, rivendicare la sua centralità.

In bilico sui muri laterali i danzatori circondano il pubblico in un continuum di performance: solo l’arrestarsi della musica permette loro di fermarsi per poi confluire lentamente verso l’ampio palco dove a un tratto calano le luci.

Se l’assolo iniziale del ballerino Edivaldo Ernesto si articola sulle note di “I can’t breathe” rendendosi espressione danzante della questione razziale legata a Eric Garner al Black Lives Matter, una ricorrente coralità sembra animare il seguito della rappresentazione.

Composizione centrale è l’adattamento de Le sacre du printemps di Igor Stravinsky; se la coreografa aveva già avuto modo di confrontarsi con l’opera per il centenario del balletto di Nijinskij, la nuova versione si arricchisce di un elemento inedito: il legame con una realtà attuale, agonizzante, dove i corpi umani come i corpi danzanti, non possono fisicamente toccarsi.

Procedendo su movimenti sincronici i corpi dei ventuno danzatori ricercano il contatto con la terra: dapprima disposti in tre gruppi si spostano ora come atomi impazziti, per poi bloccarsi come frenati da coltri invisibili. In un’orchestrazione dinamica, in cui il movimento del busto si fa predominante, i ballerini si muovono in schiere con le mani protese in avanti, i corpi disposti in un’immensa “V” rivolta verso la platea.

A restituire il senso del dolore è la figura della danzatrice interprete della vittima sacrificale: è nel suo corpo nudo, perseguitato, fuggitivo, che riconosciamo il senso di un’arte e di un’umanità che nella contemporaneità si scopre spaesata e talvolta privata della sua natura vitalistica.

E’ forse la terza -e ultima parte- a rappresentare un riscatto nel Bolero di Ravel, danza vitale sul cui ritmo incalzante i gruppi si compattano e si sciolgono, pur senza sfiorarsi,  intorno all’unica coppia maschile, il solo duetto congiunto che danza al centro del palco.

Con Jirí Bartovanec, Davide Camplani, Maria Marta Colusi, Juan Kruz Diaz de Garaio Esnaola, Davide Di Pretoro, Luc Dunberry, Edivaldo Ernesto, Yuya Fujinami, Tian Gao, Hwanhee Hwang, Annapaola Leso, Margaux Marielle-Tréhoüart, Sergiu Matis, Sean Nederlof, Virgis Puodziunas, Zaratiana Randrianantenaina, Orlando Rodriguez, Mata Sakka, Yael Schnell, Claudia de Serpa Soares, Joel Suárez Gómez.

 

 

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