di Andrea Cavazzini

 

Tra poche ore celebreremo il 1 ° gennaio come un nuovo decennio e  il pensiero corre inevitabilmente a cosa ci riserverà il 2021.

In dodici mesi, il Coronavirus ha paralizzato le economie di gran parte del mondo occidentale ad esclusione della Cina, unico paese in controtendenza con un PIL in crescita del 3,2%, devastato intere comunità e sigillato quasi quattro miliardi di esseri umani, confinati nelle loro case. L’anno che sta finendo ha cambiato il mondo come nessun altro prima, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale in almeno una generazione.

Il 2020 è stato sicuramente un anno difficile ed è giunto il momento di fare il punto di questo annus horribilis che si sta avvicinando alla fine.

La pandemia ha rimodellato il nostro modo di vivere, ha generato caos, incertezza sociale ed economica, oltre a mettere a nudo una politica spesso litigiosa che ha dato in generale (non entro nei particolarismi) pessima prova di se’.

Tutti quanti abbiamo trascorso la maggior parte dell’anno confinati in casa e quel poco di positivo che forse siamo riusciti a capitalizzare è stato aver utilizzato questo tempo per riflettere sul reale valore delle cose.

Come cantava il grande Faber in “Quello che non ho”, una delle canzoni più rock del cantautore genovese nella quale il noto cantante spara a zero sul consumismo e su chi ha e vuole tutto, abbiamo trascurato quello che già abbiamo e a cui non abbiamo saputo dare il giusto valore.

Robert Kennedy una volta disse che il prodotto interno lordo misura assolutamente tutto … tranne ciò che conta davvero.

Questo è quello che molti di noi hanno appena realizzato senza rendersene conto. Con le sue restrizioni sanitarie, il lockdown prima, lo stato d’emergenza poi, con le sue declinazioni “colorate” il 2020 ci ha permesso di apprezzare il valore di ciò che abbiamo sempre dato per scontato.

Se seguissimo un corso di economia, ci verrebbe insegnato che le cose più rare valgono di più. Prendiamo l’acqua, per esempio. Molti non riconoscono il suo valore perché è facilmente accessibile a noi tutti.  Ma di fronte a una grande siccità, la conseguente carenza di approvvigionamento ci farebbe rendere conto della sua importanza, pronti ad acquistarla ad ogni costo.

È così che penso al 2020: una grande carenza di tutte quelle cose che avevamo dato per scontate. Mancanza di libertà e venir meno del senso di sicurezza, privati della possibilità di stare con i nostri amici e familiari, per stringere loro la mano e abbracciarli.

Centinaia di migliaia di lavoratori hanno perso il lavoro, e tanti altri rischiano di perderlo, questo Covid19 ha generato più paura e più incertezza che morti. Timori e ansie che i lavoratori hanno dovuto sopportare, mentre chi ha mantenuto la certezza del lavoro ne riconoscerà il valore. Migliaia di cittadini positivi al virus sono stati salvati da quell’esercito silenzioso e troppo spesso criticato di medici e infermieri (le recenti minacce via social all’infermiera dello Spallanzani, prima vaccinata d’Italia sono aberranti), grazie al nostro il Servizio sanitario nazionale che la riforma del titolo V della Costituzione nel 2001 ha assegnato alle Regioni che, in molti casi, alcuni eclatanti per non dire imbarazzanti, hanno fatto acqua da tutte le parti. Solo adesso capiamo quanto sia fondamentale una Sanità virtuosa ed efficiente e non una indebolita da sprechi e clientelismo.

Gli imprenditori, le piccole partite iva, il mondo della ristorazione, i lavoratori di piccole e grandi aziende e quelli appartenenti al mondo dello spettacolo hanno ricevuto sussidi per miliardi anche se sappiamo che sono largamente insufficienti. Ma noi non siamo la Germania dove, peraltro, tutti pagano le tasse, consentendo allo Stato di realizzare una rete di sicurezza sociale.

L’auspicio, ma forse sarebbe meglio definirla un’utopia, è che la prossima volta ci si pensi bene prima di evadere le tasse. Abbiamo anche capito l’importanza dei servizi pubblici nella nostra economia. I ragazzi sono stati privati della scuola, fondamentale spina dorsale della formazione dei nostri giovani: cosa faremmo senza i nostri insegnanti ed educatori? (e ancora si discute in modo surreale dei banchi con le rotelle della Azzolina quando la nostra scuola è depontenziata da decenni, al pari della sanità).

Ma dobbiamo anche dire che il 2020 ci ha fornito aspetti positivi che non possiamo e non dobbiamo trascurare. Da una rinnovata consapevolezza sociale, ad un nuovo modo di adattarci alla crisi, ma anche la capacità aiutarsi, in mezzo alle turbolenze. A livello personale, probabilmente abbiamo avuto più tempo da dedicare alle persone che amiamo, cosa che in un diverso decorso degli eventi non avremmo saputo e voluto fare.

E a quanto ammonta il costo delle disuguaglianze e non solo in termini economici?  Il 2020 ci ha finalmente fatto capire che i più poveri e vulnerabili sono spesso i primi a pagare durante le crisi economiche e la pandemia ci ha fornito l’occasione per riconoscere il valore di tutto ciò che abbiamo. Questo semplice riconoscimento ha, secondo me, un grande potenziale di felicità di cui dovremmo fare tesoro per l’anno che verrà. Buon 2021 a tutti!

 

 

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