Rehana, l’angelo che trovò nel sangue la sua arma e la forza di rinascere

A narrare le atrocità della guerriglia, in scena c’è soltanto Anna Della Rosa, la quale subito ci avverte che Kobane è una città poco nota a nord della Siria, al confine con la Turchia, e il suo angelo, Rehana, la protagonista della storia, è una ragazza ancor meno conosciuta. Ma quel che lei s’appresta a raccontare è tutto vero. Nell’ottobre del 2014 un nutrito commando di militanti dell’Isis assediò Kobane, tenendola sotto scacco per svariati giorni, fino a quando fu costretto a ritirarsi parzialmente grazie alla tenace offensiva dei resistenti locali: un’agguerrita squadriglia formata quasi esclusivamente da donne, tra cui Arin Mirka, immolatasi per aver fatto esplodere una roccaforte dell’Isis; e Rehana, una ragazza che, prima di diventare avvocato, per fare giustizia, fu costretta a impugnare il kalashnikov.

Angel of Kobane è la terza storia della trilogia denominata «Arabian Nightmares» di Henry Naylor (dopo «The Collector» e «Echoes»). L’autore del testo, dopo un’approfondita indagine sulle violenze del 2014, è riuscito a ricostruire anche la storia di Rehana, figlia di un contadino con il pallino della giurisprudenza, una passione che il padre scambiava per un «capriccio dell’adolescenza». Ma, padre e figlia, pur appartenendo a due mondi culturalmente molto distanti – lui, anima rurale della sua terra; lei, che conosce a memoria le canzoni di Mariah Carey – conservano nel sangue il valore di un patrimonio genealogico ultrasecolare: gli alberi del loro giardino. Rehana racconta di quando vide il padre proteggere l’albero sfilando la lama del machete dalla stretta della mano: il sangue che gli sgorgò dal palmo e la sua impassibile reazione al dolore fece fuggire l’invasore; così Rehana comprese che le cose che contano vanno protette con il proprio sangue. E ancora il padre, in tempi poco sospetti (almeno per lei), le insegnò a usare il fucile, a «plasmare la mira», a moderare il respiro per poter colpire il bersaglio a centinaia di metri di distanza; così Rehana apprese che per difendersi avrebbe potuto usare anche un’arma da fuoco.

Sono gli insegnamenti che poi la ragazza adotta quando, prima di attraversare con la madre il confine turco per mettersi in salvo, torna indietro a cercare il padre. E grazie a quegli insegnamenti difende se stessa da chi l’avrebbe violentata, avendola comprata per 150 dollari al mercato di Raqqa. La sua mano occasionalmente ferita le offre l’opportunità di sporcarsi le mutande fingendo le mestruazioni: nessun musulmano avrebbe rinunciato al paradiso abusando di una donna in quelle condizioni. E con la forza del suo sangue Rehana grida, nel buio della disperazione, il suo essere kurda quando sente la minaccia dei proiettili che la sfiorano. Le armi tacciono improvvisamente e lei si accorge che intorno a sé ci sono le donne rimaste in città che stanno combattendo, forse con suo padre, per proteggere la sua terra e i suoi alberi. Ma qualcuno le dice che il padre è ferito. Lei corre a cercarlo, e di fronte a un nuovo orrore Rehana capisce che quando sarà uccisa lei non morirà perché il suo sangue bagnerà la terra e lei da lì rinascerà. Intanto, impugna il fucile e spara per uccidere il nemico.

In scena, oltre a una tanica di sangue, si nota soltanto un tronco. Simone Toni ha così condensato il racconto con due elementi significativi: l’albero a cui Rehana si aggrappa prima per sfogare la rabbia, poi per cercare il padre e infine per donare la vita a quell’albero con il quale rinascerà; e il sangue che macchia il candore della scena, che sporca di morte le mura della città, che irrora la sua terra. È anche, però, il sangue che trattiene le sue lacrime. In questo contesto drammaturgico nasce un terzo elemento che è proprio la terra dove Rehana cerca riparo per proteggersi, e sulla quale percorre il cammino della sua esistenza, da quando era bambina fino a quando è diventata un’assassina.

E Anna Della Rosa è, al contempo, sia una raffinata narratrice che una impetuosa Rehana: l’una fredda e l’altra sanguigna, proprio come le parole del testo che nell’insieme, grazie alla sua recitazione, diventano il quarto elemento scenico: il più convincente, grazie alla efficace traduzione di Carlo Sciaccaluga.

«Angel of Kobane», di Henry Naylor, traduzione di Carlo Sciaccaluga; con Anna Della Rosa. Regia di Simone Toni. Al Teatro Belli.

Trend, XXI edizione, Nuove frontiere della scena britannica. Rassegna teatrale a cura di Rodolfo di Giammarco. Al teatro Belli: Yen di Anna Jordan (9-11 dicembre); Fucked (12-14 dicembre); The ducks di Michael McLean (15-18 dicembre).

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Leonardo Campara

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