di Leonardo Campara

 

Alla scoperta dei fili che legano gli esseri umani tutti”.

Così l’artista nipponico Keisuke Matsuoka – in mostra a Roma dal 7 maggio fino al 30 luglio nella Galleria d’arte FABER – presenta al pubblico occidentale REFUGEES, una mostra impegnata con un punto di vista originale rispetto alla questione umanitaria dei profughi di guerra che attanaglia il mondo intero. 
Lo sguardo di Matsuoka si carica della tradizione filosofica orientale per descrivere un’immagine che l’Occidente è costretto ad analizzare ogni giorno e sempre più spesso con pragmatica freddezza, non considerando l’identità dell’essere umano.
È proprio su questo che si concentra la produzione artistica di Matsuoka che intende superare le differenze di categoria imposte dalla società occidentale, indagando sull’essenza dell’uomo dietro la condizione di rifugiato politico. Per far ciò, l’artista si serve dell’anonimato per le sue figure, riconducendo l’occhio dello spettatore ai soli, riconoscibili tratti che ne evidenziano la peculiarità d’esser umano, unica categoria riconosciuta scientificamente senza possibilità d’esser modificata.


Così nelle sue sculture decide di coprire la parte superiore del volto dove, secondo la tradizione nipponica, risiede l’identità della persona e ne sottrae la bocca, primo strumento di conoscenza a venir meno nel momento in cui si abbandona il proprio paese e si acquisisce lo status di rifugiato. Le opere risultano di un’evanescenza ed un’aulicità  quasi religiosa, sottratte da ogni forma di decorativismo ma con la stessa, potente, carica espressiva. La spersonalizzazione dei personaggi è garantita dalle innovative tecniche utilizzate da Matsuoka, come ad esempio la fusione del vetro nel modello in modo tale da rendere la finzione del marmo oppure l’impiego di magneti lungo la struttura scultorea coperti, per effetto d’attrazione, da polvere di ferro, donando alla creazione un effetto spugnoso come la materia del corallo.


Altro materiale d’utilizzo è rappresentato dal legno come nella serie delle installazioni “esplose”, in cui cilindri di ebano formano insieme volti e corpi di uomini, per poi dissolversi come mostrato nel video del processo creativo. Lo sguardo del maestro è però ottimista, lasciando la possibilità di poter riunire i pezzi, metafora di un ritorno alla propria normalità, ricostruendo dalle macerie. La scelta della scultura come mezzo di comunicazione riprende – come sostiene il curatore della mostra Christian Porretta – l’evoluzione dell’uomo nella preistoria, quando il passaggio dall’insonsapevolezza arcaica dell’Homo Erectus alla capacità d’intendere dell’odierno Sapiens, è rappresentata dalla costruzione di modelli ed oggetti tridimensionali. Il suo messaggio al mondo è evidente ed è condensato in queste sue parole di descrizione.

Che cos’è un rifugiato? Che cos’è un essere umano? Ho cercato di creare opere che rispondessero a queste domande e che scuotessero il cuore degli spettatori, anche se fossero di razze o nazionalità diverse. Vorrei che la mia opera potesse parlare anche agli alieni utilizzando un linguaggio comune, il linguaggio dell’arte”.

La mostra, promossa dagli enti Fondazione Italia-Giappone e Patrocinio di UNHCR, curata da Christian Porretta presso la Galleria d’arte FABER, in Via dei Banchi Vecchi 31, Roma, è visitabile dalle 10 alle 19 dal martedì al sabato, e la domenica solo su appuntamento. Periodo di fruizione della mostra dal 7 Maggio 2022 al 30 Luglio 2022.

 

 

 

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