QUEL CHE CONTA È IL PENSIERO, film di Luca Zambianchi

Per avere la misura della cultura di un paese, bisogna guardare di cosa si ride.

Questa è forse la frase che più focalizza il concept dell’opera prima del regista Luca Zambianchi, Quel che conta è il pensiero, film quasi del tutto indipendente con la necessità imminente di dire qualcosa.
Il motore dell’attore, regista, produttore ma anche sceneggiatore, direttore della fotografia e del montaggio Luca Zambianchi è il racconto di quella generazione spaesata, nata appena dopo la caduta del muro di Berlino, rimasta attaccata culturalmente al seno dei gloriosi modelli del passato, ma proiettato in un futuro completamente alieno da essi, scevro di ogni riferimento culturale elevato, condannato all’abisso dell’ignoranza.
È in questo panorama che si articola la vita esistenzialista di Giovanni (Luca Zambianchi), studente alla facoltà di medicina, la quale sembra essere piuttosto una “occupazione morale” rispetto alla sua attività di drammaturgo amatoriale, che lo vede nei panni di regista nella messa in scena del suo spettacolo “La lavanderia di Freud”. L’inadeguatezza della condizione esistenzialista di Giovanni si riflette sui rapporti interpersonali; le persone sembrano sopportarlo, come il suo coinquilino Michele, personaggio quasi al polo opposto di Giovanni, frivolo, con la passione delle giovani ragazze adescabili sui social.

Deus ex machina della storia è la sostituta coinquilina Asia, che intreccia una tenera relazione platonica con Giovanni, pur non essendoci mai realmente qualcosa a causa della reticenza esistenziale del giovane.
Il film si articola fondamentalmente in una serie di sketch comici in cui l’autoironia fa da assoluta padrona, insieme ad una satira pungente sulla contemporaneità che vive all’insegna della superficialità.
È evidente il riferimento filmico di Zambianchi che costruisce il suo personaggio sulla falsa riga del Nanni Moretti intellettuale anticonformista, quello del “mi si nota di più se vengo e resto in disparte, oppure se non vengo proprio?” in Ecce Bombo, che aveva però, a differenza del film di Zambianchi, uno sguardo critico ed carica satirica importanti nei confornti di quell’intellighenzia di sinistra (oggi li chiamano radical-chic, che un termine di per sé ancor più radical-chic del concetto che esprime). Quel che conta è il pensiero lascia invece trasparire una speranza di elevazione culturale verso la profondità intellettuale, e concede un punto di vista a tratti malinconico, pur rimanendo un film esilarante e talvolta dissacrante alla Ricky Gervais, come se la ricerca verso un cinema più “pensato” fosse una chimera che ormai sono troppo pochi a voler catturare.

Si vede che il film è figlio di un regista (e per sineddoche di una generazione), profondamente deluso dal poco spessore dei suoi contemporanei, compresi quelli che vogliono elevarsi ma che risultano essere comunque banali e spettacolarizzano “La lavanderia di Freud”, lasciandosi andare a discorsi esistenziali senza nè capo nè coda che finiscono puntualmente in un inutile, sofistico gioco retorico, seduti sulle scalette metalliche di emergenza dell’Università. Giovanni si sente fuori luogo, inadeguato come un pesce fuor d’acqua in un mondo che non vede quel che vede lui, non pensa come pensa lui. Il simbolo della sua inadeguatezza si trova agli antipodi del film; all’inizio ed alla fine Giovanni si trova di fronte ad una psicologa, la quale non fa altro che sostenere di “doverci ridere su”, di farsi una “bella risata”, che è probabilmente il migliore ansiolitico in circolazione. 

Il film è autoprodotto da Luca Zambianchi con l’ausilio di Henry Whites FILM, e distribuito da TRENT FILM.

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