di Maria Ester Campese

 

La pittrice Lita Cabellut è nata nel 1961 a Sariñena, comune spagnolo della comunità autonoma dell’Aragona. Artista multidisciplinare, usa diversi supporti e materiali per realizzare le sue opere. Passa agevolmente tra varie discipline per esprimere il suo talento tra essi dipinti, disegni su carta, sculture, fotografia, scenografia, installazioni, e poesie visive/video. Ma la vera innovazione che la connota è la personalizzazione e variazione contemporanea che ha fatto dell’antica tecnica dell’affresco.

Le sue creazioni sono raccolte in diverse serie e collezioni. Fin dalla prima mostra al municipio di El Masnou di Barcellona, ​​nel 1978, hanno riscosso interesse e successo, portandola ad esporre nel mondo. È stata presente a New York, Dubai, Miami, Singapore, Hong Kong, Barcellona, ​​Londra, Parigi, Venezia, Monaco e Seoul.

Una donna che ha alle sue spalle una storia d’infanzia infelice ma che proprio attraverso l’arte ha saputo riscattare. Da piccola si trasferì a Barcellona, ma ben presto fu affidata alla nonna, in quanto sua madre gestiva una casa di tolleranza. Alla morte della nonna fu poi adottata, appena dodicenne. Poco più che maggiorenne, a soli 19 anni, si trasferì in Olanda e frequentò l’Accademia Gerrit Rietveld di Amsterdam, dove artisticamente si è formata.

La sua infanzia l’ha segnata ma al contempo le ha donato quella capacità di osservazione che le sa far cogliere “diversamente” il mondo che l’attornia. Un occhio proprio dell’Artista dalla A maiuscola, è infatti considerata la terza artista spagnola vivente più apprezzata. Una donna creativa ed eclettica che non possiamo definire solo artista. L’esperienza di vita la trasla nelle sue opere attraverso una narrazione che concettualmente ci porta ad una profondità maiuetica che emerge dai suoi dipinti. Applica la sua ricerca della verità, lavorando su tele di grandi dimensioni, sollecitando l’osservatore a ritrovare sé stesso, facendo uscire le emozioni dalla propria anima.

La forza espressiva delle sue opere risiede proprio nell’intensità con cui sa accordare il fascino femminile con il dolore, intuito attraverso il vigore dei colori. L’apparente sicurezza dei soggetti non cela completamente la reale debolezza, espressa in un dialogico colloquio con l’osservatore, che ci svela e si vela.

Opere che nascono da una pregressa sofferenza ma che sono poi diventate un’elegante visione interiore. L’attenzione si fissa sulle persone e sulla la loro personalità scavando in esse andando a fondo in ciò che accade sotto il derma.

Lo sguardo dei protagonisti spesso volge altrove, è negato, ma ne deriva ugualmente un afflato, anche senza un contatto diretto dei soggetti rappresentati. La sintesi è un’atmosfera quasi sospesa che genera un meravigliarsi del contrasto tra tanta bellezza e dolore. Un invito e un messaggio esplicito ad approfondire l’interiore andando oltre l’apparenza per quanto bella possa sembrare.

Condividi su: