di Giorgia Leuratti

 

Pochi oggetti su una scena volutamente scarna, dominata dalla grande porta sul fondale; una figura di spalle vestita in abiti chiari si accinge frastornata a narrare una storia di dimenticanza.

A partire dal testo del commediografo Aldo Nicolaj, di cui lo scorso marzo si sarebbe festeggiato il centenario, Carlo Emilio Lerici porta sulla piattaforma streaming del Teatro Belli di Roma “Poco più, poco meno”, monologo ironico e straziante al tempo stesso interpretato dall’intensa Francesca Bianco.

“Da quand’è che sono qui?” – rivolgendosi a un interlocutore indefinito, la donna ammette di esser senza memoria risalendo a fatica al momento in cui questa perdita sembra aver avuto origine.

Una macchina verde oliva, una lunga attesa consumata su una sedia pieghevole al bordo della strada, un individuo furibondo che si scopre medico pronto ad accoglierla nella propria clinica: indistinti, quasi spettrali nella foschia del non-ricordo i pochi elementi a disposizione sono i primi e unici riferimenti di un’esistenza cancellata dall’amnesia.

Eppure la memoria è identità e l’identità si costruisce sulla consapevolezza del proprio passato: si potrebbe per questo affermare che una donna che ne è priva non esiste?

Al cospetto di un’esistenza vuota, dove ogni riferimento sembra trasformarsi in fantasmagoria illusoria, l’ unica prospettiva possibile sembra l’osservazione minuziosa del proprio volto, dello sguardo restituito da uno specchio, e da essi fare un passo indietro, ipotizzare la loro forma passata.

Nel corso del soliloquio la mimica facciale si trasforma nel veloce passaggio dal riso al pianto, cresce il senso d’angoscia, spingendo l’opera a mutar tono nella sua seconda parte: se in un primo momento l’attrice sembrava reiterare la sua personalissima, sebbene circoscritta, gamma espressiva, nella parte finale compie un salto stilistico che la conduce ad una sempre crescente empatia con il suo personaggio.

Dal sentimento di inutilità al senso di impotenza, dall’amarezza all’emergere di realtà parallele che si sovrappongono andando a ospitare simulacri e contesti fantasma elargiti forse dalla memoria, unica arma di fronte all’oblio che li racchiude.

Qualche volta mi guardo e mi sembra di vedere un’estranea” – sebbene il dubbio persista, sebbene la fantasia galoppi pur di non arrendersi, un cambio di rotta sembra assumere spazio nella mente della protagonista spingendola a rivolgersi ora ai suoi ascoltatori.

Non l’amnesia ma il senso di smarrimento è motore della sofferenza: chi può allora ammettere, fra i “presenti”, di possedere una piena coscienza di sé, mai intaccata da lacune o interrogativi di senso?

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