di Edoardo Vezzi

 

Non c’è nessuno che pianta veramente chiodi nel pavimento con la fronte ma se qualcuno dei personaggi rappresentati sul palco lo facesse non sarebbe neanche la cosa più strana da vedere. Con un testo di Eric Bogosian e per la regia di Pino Quartullo, l’accattivante Paolo Biag porta sul palco del Trastevere una miriade di personalità, nate come una critica agli Stati Uniti degli anni ’90 ma facilmente traslabili sulle persone di ogni società odierna, come anche quella italiana.

Sono un po’ la verità e un po’ il diverso che ci spaventano nella vita, e la verità è che ci sono tante personalità diverse da noi con cui dobbiamo fare i conti e questo è ciò che quotidianamente ci mette in soggezione. Tutte queste proiezioni sociali dell’uomo, queste declinazioni dell’umano figlio del capitalismo e del consumismo sono riversati sulla scena del Trastevere alternando momenti di lucida follia e follia meno lucida. In effetti l’unica costante è che in qualche modo siamo tutti un po’ folli, e manco è colpa nostra.

Per esempio, quando siamo in metro, di sera, magari da soli e vediamo il senzatetto che ubriaco vaga infastidendo le persone, siamo impauriti e affascinati da quell’esistenza così lontana da noi, come lui è affascinato dall’esistenza nostra così lontana dalla sua. E il senzatetto è il primo personaggio che appare. È uno squinternato che riversa ogni fluido corporeo su ogni angolo del vagone, ma lo fa con orgoglio sperando di poter attaccare questa sua condizione al classico uomo borghese che invece se ne torna a casa dopo una giornata lavorativa. Il liberal gli direbbe di trovarsi un lavoro, il socialista che è un prodotto del capitalismo sfrenato, a lui ormai non frega nulla di nessuno dei due e nella più infima e divertente delle trasposizioni Biag lo impersona con crudezza, provocando disturbo e sbalordimento. È la trasposizione teatrale di un personaggio di un film che dire di nicchia è un eufemismo. Ricorda un po’ il senzatetto di Crazy Murder, pellicola degli “eccessi” che vede un homeless newyorkese con problemi psichici vagare per la città facendo ogni tipo di schifezza, con la differenza che questo del film è anche un assassino. Nello spettacolo il senzatetto iniziale è sicuramente uno dei personaggi migliori dell’attore.

La critica all’America passa anche per il fattone che sbraita contro la borghesia, il paziente solo e insicuro, il dottore che prescrive farmaci che hanno effetti collaterali più distruttivi della malattia stessa, il presentatore narcisista, l’angelo nero della morte che sentenzia sull’inadeguatezza dell’uomo di fronte alla vita (dai connotati vagamenti ligottiani), fino all’impiegato esaurito, che odia il mondo intero, anarchico a parole, incazzato e pronto ad esplodere. È lui l’altro personaggio più bello della serata.

La critica contro la società odierna è spietata, sicuramente già vista e sentita, ma avviene attraverso personaggi talmente diversi ma allo stesso tempo simili che fanno in modo che questo aspetto passi in secondo piano. Tra ironia ed ira, ogni personalità riversa sul palco lo sdegno per questo mondo in maniera esplicita o implicita. Sono tutti prodotti dell’esistenza di oggi, da cui non si può scappare e che prima o poi affrontiamo anche noi nella vita, se non siamo proprio noi stessi uno di questi personaggi. Uno dei leit motiv principali è il sesso, come trainante della vita delle persone, brutto e goffo, che delimita le caratteristiche dell’uomo.

Paolo Biag è bravissimo. Mostrare diverse anime in un’ora non è per niente semplice. Alcune interpretazioni sembrano forse più simili fra loro, ma altre sono sono emblematiche delle vite che affollano questo mondo. “Piantando chiodi nel pavimento con la fronte”, andato in scena al Teatro Trastevere, è sicuramente uno spettacolo da vedere.

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