di Giorgia Leuratti

 

Sul palcoscenico l’unica fonte di luce  che è quella di uno schermo bianco, illumina un uomo avviluppato fra le pareti strette di un baule, si muove in preda alle convulsioni e attende la sua nascita: questo l’agghiacciante inizio di “Peng” di Marius Von Mayenburg ospitato in Prima Nazionale al Teatro Vascello di Roma per la regia Giacomo Bisordi.

“Finché non nasco, non accade nulla” – dapprima quasi del tutto buio, lo spazio incorpora progressivamente altre presenze: prima solo una profonda voce fuori campo, poi le esuberanti figure di due genitori (Gianluigi Fogacci e Sara Borsarelli) che parlano da un più grande schermo sospeso al centro del palco, inalberandosi su disparate disquisizioni che spaziano dalla necessità di un parto naturale all’influenza del patriarcato nella società contemporanea.

E poi, la nascita. Dapprima mediata attraverso due schermi televisivi, la parola è ora affidata a corpi reali che occupano il fondale al di là di un muro invisibile di strisce di plastica: l’atroce visione consiste nel parto mostruoso di un individuo già adulto che emerge sanguinoso dal corpo della madre e compie nascendo, il prematuro omicidio di un feto gemello.

La scena assume tinte grottesche quando da quell’orrore si passa all’autopromozione del neonato e quello che fino a quel momento appariva un omicida, viene visto da tutti come un infante prodigio: la carneficina è infatti spacciata dai media come sacrificio trascurabile dinanzi alla genesi di un bambino fuori dal comune che diventa invece, oggetto di una diretta televisiva.

Coadiuvato dall’intervento di un reporter d’assalto (Giuseppe Sartori) che porta in televisione l’assurda daily life della famiglia, lo spettacolo si presenta dunque come documentario teatrale che nell’alternanza tra schermo e presenza, nella voluta ridondanza dell’allitterazione espressiva, nella trasversalità di argomentazioni volutamente politically correct, fonda la sua struttura esplosiva e dinamica.

Dinamico ma anche dinamitico, lo scenario si fa luogo di un viavai assordante dove ai protagonisti subentrano altre dieci presenze (Anna Chiara Colombo e Francesco Giordano) le cui azioni appaiono controllate in maniera crescente dallo sparo di una pistola, quella del protagonista.

Se infatti la madre del bambino si annichilisce nell’estenuante promozione di sé e il padre si dibatte nel rigoroso mantenimento di un’autorità formale; è Peng, (Fausto Cabra), carnevalesco, violento, perturbante e ipnotico, ad assumere il dominio delle circostanze trasformandosi gradualmente in un leader politico che alterna i vagiti del suo essere bambino  alla smania di potere del suo essere individuo in una società degenerata e arrivista.

Tale impalcatura, volontariamente mostruosa, assume i connotati di una terrorifica metafora politica dove la violenza, la frustrazione, il delitto domestico, necessitano un mascheramento. Nel realizzarsi di una distopia trasfigurata, si manifesta la denuncia all’ipocrisia, spazio neanche troppo immaginario e degno significante alla tesi di Mayenburg quando afferma: “il teatro dovrebbe essere un luogo in cui non sentirsi al sicuro”.

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