di Giorgia Leuratti

 

 

Il profilo di un uomo avvolto nella densa penombra, le mani strette al foglio, le gambe soggette ad un tremare convulso: è la lettera dell’assassino, del condannato che invoca perdono in punto di morte.

Tratto da “L’oscura immensità della morte” (2004) di Massimo Carlotto, in streaming su Rai Play, “Oscura immensità” (2014) di Alessandro Gassman, è un racconto a due voci: una vittima, un carnefice, un dolore violento che ne confonde i contorni, scaraventandoli al di là di un ruolo che a nessuno dei due sembra appartenere del tutto.

La morte è una ferita infetta, il ricordo del proiettile una scia rovente che non dà tregua: nessuna traccia di perdono attraversa il volto di Silvano Contin, l’odio si connatura a lui assumendo i tratti di una lucidità agghiacciante.

Quella di Clara è una presenza fuoricampo, l’immagine della morte prende forma nella voce di una donna che è ricordo, di una donna morente, dei suoi occhi spalancati sul buio: con tale frequenza rimbomba il suo timbro agonizzante, da acuire il vuoto, voragine che si colma di vendetta, di violenza.

Altro buio, altro luogo, un colpo di tosse, emissione rauca, gracchiante: il fumo avvolge i lineamenti del carcerato, il tintinnio di un coltello tra le sbarre; forse la grazia è solo uno specchietto per le allodole, forse la durezza è l’unico antidoto al terrore dell’inferno.

Articolandosi nell’alternanza tra due flussi di coscienza, l’opera ne palesa l’inimmaginata somiglianza, mostrandoli come declinazioni oppositive di una sola lacerazione: trasfigurato dal dolore, ossessionato dalla verità di un nome, l’innocente non conosce pietà la sua disperazione è accecante come quella del colpevole tra le sbarre che, con durezza, grida per nascondere il rammarico.

Se nell’interpretazione di Giulio Scarpati, emerge in Contin, tanto la traboccante indignazione, quanto la bramata sete di giustizia; meno vivido risulta in lui il tratto del dolore e della perdita, determinante tanto nel romanzo dello scrittore padovano, quanto in alcuni segmenti della sua vicenda biografica: sebbene progressivamente espresso nel corso della rappresentazione, esso appare talvolta pacato tanto da lasciare spazio al sarcasmo e all’ironia del protagonista.

Diversa appare la resa di Claudio Casadio che riesce a far propria la grettezza di Raffaello Beggiato, il suo linguaggio, il febbrile ripetersi delle azioni, in oscillazione tra rimorso, paura della morte e voglia di fotterla.

Entrambi impossibilitati da sé stessi ad ottenere il completo riscatto dalla propria esistenza, i due uomini si affermano ugualmente marchiati dall’ombra che li precede, ma si muovono in direzioni differenti: mentre il primo si dimostra irrimediabilmente abbrutito da un trascorso mai dimenticato, il secondo sembra per un attimo intravedere la luce flebile del pentimento.

In un meccanismo registico che alterna il monologo alla videografia (Marco Schiavoni) e che utilizza quest’ultima per l’evocazione dei ricordi dei personaggi; decisivo risulta l’utilizzo delle luci ad opera di Pasquale Mari: nel buio totale, metafora dell’abisso della sofferenza, la luminosità si focalizza solo sui personaggi, osservati in alternanza, e descritti così nella divergenza dei luoghi che li ospitano.

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