di Giorgia Leuratti


Nel fondale di “L’Oreste” uno spazio interstellare, nel proscenio un uomo che piange. Si muovono le stelle, i pianeti, le galassie, al canto di “Parlami d’amore Mariù” che accompagna la prima scena dello spettacolo di Giuseppe Marini  su testo di Francesco Niccolini al Teatro Due di Roma fino al 28 novembre.

Oreste sogna e blatera nel suo letto di clinica, evoca un babbo cosmonauta, una fidanzata lucchese, progetta un viaggio in Russia, poi uno sulla luna.
Un delirio allucinato è l’oggetto del discontinuo flusso di coscienza dove al monologo struggente si alterna il sofferente dialogo con figure immaginarie.
Marilena è morta e parla solo di notte, Ermes è solo una vivida creazione della coscienza: costruita sulla sovrapposizione tra fumetto (Imaginarium Creative Studio) e rappresentazione dal vivo, l’opera rievoca lo spazio angusto del Manicomio dell’Osservanza di Imola, la stanza solitaria del suo protagonista.

Non siamo spettatori onniscienti, non conosciamo la cronologia della vicenda, viviamo nello stesso presente claustrofobico dove Oreste ci conduce, e con lui percorriamo il doloroso disvelamento delle rimozioni, riscoprendo le tappe di un passato di violenza e abbandono.

Un legame di tragici destini unisce Oreste di Imola a quello dell’Orestea di Eschilo. Un comune matricidio, il macchiarsi di un crimine che nella famiglia trova le sue ragioni più celate e profonde.

Può davvero questo rappresentare un vincolo indelebile per la vita dell’uomo? Può la sofferenza insita nella famiglia condizionarne l’esistenza e l’esclusione sociale?

Collocandosi in un tempo storico immediatamente successivo alla Legge Basaglia del 1978, l’opera si pone come indiretta analisi della personale inadeguatezza, delle conseguenze sociali della libertà personale.

A vivificare i tratti di una rappresentazione dai tratti tragico- grotteschi, è la presenza scenica dell’ attore Claudio Casadio. Sono la mimica espressiva, il peculiare linguaggio del corpo, il timbro; le dirette e deflagranti manifestazioni della solitudine, della sua vischiosità e del suo abisso.

 

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