“Nero come un canarino” al Manzoni di Roma

In un mondo anestetizzato e completamente circondato di plastica, c’è ancora spazio per i sentimenti?  La domanda è il fil rouge del testo che Aldo Nicolaj ha scritto per Nero come un canarino, in scena al Teatro Manzoni di Roma fino a domenica 19 febbraio. Uno spettacolo – produzione Centro Teatrale Artigiano diretto da Pietro Longhi – che nei contenuti anticipa futuri scenari plausibili, verosimili. Nella realtà di oggigiorno gli abitanti della Terra, ingarbugliati dalle logiche del capitalismo sfrenato chiedono, chiedono, con evidente ritardo, di riparare alle reazioni di una Terra ammalata e spremuta. Tante parole, ma pochi interventi, con il tema della salvaguardia del pianeta che rimane in forte hype.

Sul palcoscenico di Via Monte Zebio, al contrario, lo scenario allestito da Mario Amodio e illuminato a giorno da Marco Macrini è di segno opposto: materiali sintetici danno forma e sostanza agli arredi, all’ambiente esterno, e persino gli umani sono frutto di manovre in laboratorio. Manichini inerti, sullo sfondo,  personificano cloni scientificamente prodotti e replicati in serie come soggetti di consumo, privi di emozioni e orientati alla pacifica accettazione di un malvagio ordine costituito, dove governatori senza scrupoli – il sindaco interpretato da Maria Cristina Gionta e il pluridecorato compagno scienziato, Luca Negroni – hanno il solo compito di tenere sotto controllo ogni più piccolo segnale di ribellione. L’azione più diffusa è l’igienizzazione compulsiva di questo microcosmo, con operatori bardati in tuta bianca ed erogatore alla mano che, una volta in scena, riportano alla mente certe immagini, inquietanti, del periodo di lockdown. Nessuno si ammala, nessuno delinque: tutto appare così asettico e confezionato.

Tuttavia qualcosa sfugge, la regia di Silvio Giordani lo suggerisce. Per esempio l’assenza di piante, debellate perché “cassate” come inutili, paradossalmente, non permette all’aria di ripulirsi e così gli uccelli hanno tutti un piumaggio nero, il colore dello smog. Di nero, il colore del lutto, è vestita anche Gilda (Maria Letizia Gorga e nell’ultima settimana di repliche Claudia Portale), che alleva neri canarini e coltiva fiori colorati e profumati. Affascinante, romantica sognatrice, innamorata dell’amore – forse l’unica persona di questa città sintetica ad aver mantenuto una sensibilità del vecchio mondo – la donna porta con sé il dolore di aver perso, uno dietro l’altro, 3 mariti. Periti per cause esterne, oppure da lei assassinati? Alla domanda tenta di dar risposta il commissario Pietro Bon (Pino Ammendola) arrivato per indagare sulla vicenda. Funzionario esperto e fiero servitore della giustizia, Bon ha un canarino (giallo) e un cuore. Incontra Gilda, la indaga, cerca la confessione. Ma nel contempo rimane colpito dallo charme della signora – a sua volta non indifferente a Bon – e, presto, si troverà di fronte al bivio più importante, quello tra ragione e sentimento. Con il rischio di divenire, lui, la nuova vittima di Gilda.

La drammaturgia funziona, la commedia ha venature di giallo e di noir. E il fuoco della passione divampa, nonostante il “sistema” voglia omologare e spegnere ogni velleità. La Gionta, che si districa anche nel personaggio della donna indipendente e libera da legami, in realtà non è insensibile alla corte del calciatore sfigato Giuseppe Renzo. Al contrario, la caricatura della guardia (di nuovo Negroni) che supporta in ufficio il commissario, è esempio del cittadino che non pensa e facile da indirizzare nella gestione del proprio quotidiano. Insomma, lo spettacolo è una lente di ingrandimento efficace per interpretare le dinamiche che ci circondano. Ma anche per ridere e viaggiare con la mente e con il cuore, sulle note del sentimento principe: l’amore.

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