di Sara Formisano

 

Tra i molti nomi che affollano il panorama teatrale/performativo/artistico napoletano, Luisa Corcione è uno dei pochi a racchiudere tutte queste realtà. Una voce originale, “giovane con esperienza” come mi ha raccontato, amante dell’arte al punto da non voler scindere la pittura (e l’arte in generale) dal teatro. Luisa è di quegli artisti che non permette alla convenzione e al regolamento di imporle un’identità precisa: o fai teatro o fai arte, entrambi non ti è concesso.

Di solito è questa la cosa che ci si sente ripetere se si hanno più interessi. Questo accade perché nel contemporaneo c’è ancora l’esigenza di etichettare ogni cosa e di incasellare tutti. Se ti interessano più cose sei strano, oltre che difficile da inquadrare.

Ho incontrato Luisa e la sua compagnia composta da Enrico Manzo, sua sorella Rosaria e Federica De Filippo. Eravamo nel centro storico, in un pomeriggio di questo maggio odoroso con il vento a farci da accompagnatore, più precisamente ci siamo ritrovati in Piazza Bellini, storicamente conosciuta per essere uno dei punti di ritrovo principali per le bevute (e non solo!) in compagnia di amici vari ed eventuali. Piazza Bellini è anche un crocevia culturale con via San Sebastiano e i suoi negozi di musica, la libreria Brau della Federico II e diverse librerie dell’usato situate a Port’alba e che conducono a piazza Dante. Insomma la location ideale per una conversazione sull’arte.

Luisa Corcione è reduce dalla vittoria del Roma Fringe Festival con lo spettacolo Ca/1000 omaggio a Camille Claudel, di cui ha curato la regia. Lo spettacolo si è aggiudicato anche il premio Alessandro Ferine per la ricerca e l’innovazione e miglior drammaturgia. Tanto che avrà diritto a 12 date italiane e una estera.

Presentato da Estudio Associazione Artistica Culturale, fondata dalla stessa Luisa, l’allestimento per drammaturgia di Enrico Manzo si è avvalso della presenza, in scena, di Noemi Francesca, con le voci di Lino Musella e Giacinto Palmarini, il sound design e le musiche di Marco Vidino, le musiche di Peppe Voltarelli, le opere scenografiche di Luisa e Rosaria Corcione. 

Ca/1000 ha portato sul palco la storia di un’anima attraverso i momenti salienti della vita di Camille Claudel, artista di fine ‘800, dall’arrivo in manicomio a Monfavet alla sua “uscita”, vittoriosamente perdente. Nelle sue opere l’artista francese è riuscita a scolpire l’animo umano, cogliendone la bellezza ma anche la crudezza oltre a tutti quegli aspetti solitamente taciuti. Il coraggio e la forza la resero profonda e autentica, ma fu anche logorata per aver ceduto, in seguito, alle contingenze economiche insuperabili per una donna sola in quell’epoca. Ca/1000 ha evidenziato quanto le vicende dell’esistenza personale e gli esiti della sua opera siano, inestricabilmente, fusi nel comune fallimento.

 

Come avete iniziato e qual è la vostra poetica?

Luisa: Io ho una formazione accademica, ho studiato all’Accademia di Belle Arti e lì mi sono formata come pittrice, poi ho lavorato per molti anni come aiuto di un regista teatrale napoletano e ho seguito diversi laboratori. Quello che da sempre ho cercato di portare è stato il mio incontro con la pittura insieme al teatro. Avevo una spinta interiore, il teatro non mi bastava per raccontarmi, per portare fuori le mie visioni e la pittura da sola non bastava, quindi li ho messi insieme. Alla fine si completavano, anche se ho avuto molti problemi da questo punto di vista perché le persone mi dicevano che dovevo scegliere, ma io ho sempre pensato che il mio linguaggio era quello che univa entrambe le forme d’arte, mi sentivo di tradirmi.

Così ho fondato questo progetto di teatro che si unisce all’arte visiva dove non vi si trovano solo i miei lavori, i miei appunti visivi, i miei quadri ma questi sono piuttosto come una traccia che mi fa da spunto. I miei personaggi nascono dai quadri e qualche volta i quadri stessi entrano in scena.

Mi sono detta poi, perché non incontrarmi con altri artisti? È così che è nato questo progetto con gli altri (riferendosi ai presenti) e mi sono unita con musicisti, danzatori, artisti tra cui mia sorella Rosaria. Questa cosa non fa del nostro lavoro un pastiche, ma un incontro che nasce dal desiderio di confronto su certe tematiche per esempio, oppure indagare un certo tipo di pensiero. Questo perché in funzione della ricerca ci piace incontrarci e proprio l’incontro è la nostra parola chiave ed è alla base del progetto teatrale che abbiamo messo su.

 

Avete fondato una compagnia?

No ma io ho fondato un’associazione che si chiama Estudio e si occupa di teatro, promozione culturale e formazione. Per cui le cose che organizziamo spaziano dal teatro, alla mostra, al concerto passando per la formazione dei giovani. Abbiamo fatto laboratori con delle scuole di teatro, pittura, scultura. Rosaria per esempio ha proposto un laboratorio interessante destinato alle periferie, in particolare la terra dei fuochi. Il progetto unisce uomo e natura per fare una sintesi tra i due.

Ci tengo a precisare che siamo un gruppo libero, senza gerarchie e che porta avanti un lavoro sincero. Tutto parte dalle viscere, da quello che il singolo sente il bisogno di esprimere e può funzionare, altrimenti sarebbe qualcosa di “posticcio”. In nome dell’onestà, prima di tutto con noi stessi, siamo molto selettivi e ci chiediamo sempre “perché?” quando stiamo iniziando un nuovo progetto. Questo perché abbiamo l’esigenza di essere sinceri.

Rosaria: La nostra sincerità di base credo sia la nostra forza, il fatto di innamorarci prima di tutto noi di un lavoro. Noi siamo innamorati dell’arte in tutte le sue forme e forse la voglia di mettersi insieme nasce proprio dal bisogno di goderne in prima persona.

Il progetto che ho realizzato per la terra dei fuochi e che parla delle periferie, racconta di quanto il nostro corpo sia prezioso e possa essere di ispirazione nell’arte. Ho realizzato una serie di opere che parlavano di fibre, tessuti che si connettevano alla natura. Le mie opere sia per forma che per contenuto sono molto viscerali…

Enrico: …così come i miei scritti sono viscerali. Molte cose possono sembrare casuali ma spesso capita di ritrovarci, nel momento del confronto in cui ci ritroviamo a pensare alla stessa cosa, nello stesso modo. Siamo uniti da un percorso che ci rende simili, rispettiamo il valore dell’altro e in questo incontro alla fine viene fuori ciò che realmente vogliamo dire. Il nostro bisogno è quello di dialogare in questo modo.  Si viene a creare così una coincidenza emotiva, proprio a partire dalla sincerità che riserviamo innanzitutto alla forma d’arte che ciascuno di noi produce. 

Rosaria: Luisa ci guida in questo progetto, mi ha coinvolta nello spettacolo di Ca/1000 addirittura facendomi fare delle lezioni di scultura all’attrice così da farla entrare nello spirito artistico di Camille Claudelle.  Ci siamo divertiti molto. Io realizzerò un quadro per ogni messa in scena dello spettacolo che sarà distrutto in scena ogni volta, in omaggio al dolore e alla perdita di Camille.

Enrico: il tema dello spettacolo è la riconferma dell’artista sulla supremazia del patriarcato. È la donna artista ad essere al centro dell’attenzione, Camille all’epoca passava semplicemente come amante di Rodin ma era molto di più. Camille parla proprio dell’affermazione di sé, della propria identità.

Luisa: Rispetto alla scenografia, per esempio, non facciamo una scissione tra quest’ultima e l’opera. Cerchiamo di realizzare delle vere e proprie opere per gli spettacoli che mettiamo in scena e non si tratta di stampe. In Camille ci sono dei quadri a olio, c’è voluto tempo per realizzarle.

Rosaria: …i quadri hanno dialogato in qualche modo con il palco, nel momento in cui Camille strappa la tela, lo spettatore viene reso partecipe del rito e lo stupore è forte, anche se viene dichiarato che l’opera di cui si parla è unica, realizzata apposta per quell’evento e poi distrutta.

 

Mi state dicendo che il pubblico ha parte attiva nello spettacolo?

Enrico: ….si tratta di una messa in scena frontale ma il pubblico viene chiamato a provare la stessa privazione di Camille che si priva delle proprie opere. Lo stupore questo atto violento verso l’opera d’arte è grande e inaspettato malgrado ci si arrivi. Il pubblico entra subito in empatia.

Rosaria: …credo che la mossa geniale sia stata proprio questa, far sentire la sofferenza dell’artista.

Luisa: Il Fringe per noi è stato una grande occasione, una spinta per continuare a credere nel nostro progetto. È stato il Festival adatto a noi, perché siamo davvero indipendenti. Non prendiamo fondi, è tutto autoprodotto. Come singoli artisti produciamo lavori dal cui ricavato produciamo gli spettacoli. Ci autoproduciamo con l’arte. Ciò è importante dal momento che non accediamo ai fondi pubblici. È l’arte che finanzia l’arte…

Rosaria: …ciò non perché siamo giovani artisti, siamo tutti abbastanza navigati. È il concetto di base di non scendere a compromessi a caratterizzarci, senza mai far sbiadire il sogno di fare qualcosa di concreto.

 

L’arte è la protagonista costante dei lavori che fate e il coinvolgimento dello spettatore è fondamentale affinché sia vivo l’atto creativo. Avete mai fatto lavori al di fuori dello spazio teatrale propriamente detto? Avete pensato di uscire dalla sala teatrale? È già accaduto?

Luisa: Sì questo del luogo non deputato è un tema molto attuale perché i nostri lavori possono anche vivere fuori dalla “scatola” teatrale. Proprio adesso, per il prossimo progetto che è ancora in forma embrionale ma già scritto, stiamo pensando di portarlo in luoghi non deputati, perché vogliamo ricucire un rapporto con il pubblico.

Ci sarà un laboratorio qui a Napoli a giugno in cui i fruitori saranno dei professionisti attori-danzatori, e la novità sarà l’apertura a una serie di persone rappresentative di certe figure e categorie della società, le quali si confronteranno con gli attori. Vogliamo capire insieme a loro lo stato delle cose. Dopo la pandemia una domanda importante che ci siamo fatti è: qual è il nostro pubblico? Vogliamo conoscerlo dal momento che abbiamo una certa responsabilità nei suoi confronti, siamo stati elitari per molto tempo. Oggi io sono definita una giovane, nonostante i diversi anni di esperienza…

Enrico: …siamo giovani navigati, la polvere si deve togliere e se le assi non sono forti c’è la base per costruire qualcosa di nuovo in cui i “vecchi” lasciano spazio ai giovani.

 

Spesso viene chiesta un’opinione sempre alle stesse tre, quattro persone dell’ambito…

Tutti: Noi vogliamo smontare questa cosa…

Luisa: …di certo non vogliamo essere polemici, vogliamo ricucire un rapporto con il pubblico e lo vogliamo ricucire costruendo qualcosa insieme a loro. Proprio in questi giorni abbiamo incontrato alcune persone che rappresentano le parti della società che lavoreranno con noi in questo laboratorio di cui ancora non possiamo svelare il nome perché non è ancora ufficiale.

Enrico: …possiamo dire però che il tema del nuovo lavoro è la propagazione dell’azione…

Luisa: …tante volte in questo periodo ci siamo chiesti quali siano le conseguenze che le azioni hanno nel tempo…

Enrico: …cosa succede quando hai tanto tempo per scegliere? Come è capitato per esempio nel periodo di fermo del lockdown. Tutto questo tempo dove va a finire? Non si conclude mai un’azione, una volta eseguita nel tempo, durerà per sempre. Come l’opera dell’artista dura nel tempo anche dopo la sua morte, così l’azione del singolo. Non c’è mai la morte, tutto nasce dalla propagazione dell’azione. Se si continua a studiare ciò che è vecchio e non la conseguenza del vecchio, si finisce per essere sempre vecchi.

Luisa: … Un altro progetto collaterale a cui stavo lavorando, Lievito madre, è ancora in divenire ed è nato proprio durante la pandemia. Si tratta di un lavoro scritto dal nostro gruppo ma insieme alle donne napoletane. A un certo punto abbiamo cominciato a chiedere alle donne della città, madri e non, di scriverci una lettera legata alla tematica dell’abbandono, immaginando di poterla mettere nella ruota degli esposti. Tutto parte da una riflessione su Vincenzo Gemito, però dal punto di vista delle due donne che hanno accompagnato la sua vita, Anna e Matilda, e che furono anche le sue modelle. Nel nostro percorso abbiamo sempre indagato la figura dell’artista ma il punto di vista della modella è anch’esso interessante.

Camille stessa è stata modella e in qualche modo il lavoro su di lei è collegato a questo, tutti i nostri lavori in effetti sono collegati tra di loro.  La modella è un corpo che contribuisce all’atto creativo e in qualche modo il suo è anche legato al ruolo dell’attore. Ritornando alla questione della ruota degli esposti, Gemito per primo parte dalla ruota e così ho fatto visita alla chiesa dell’Annunziata, dove è presente la ruota degli esposti e ho provato un grandissimo senso di abbandono. Un abbandono che mi ha portata a pensare all’allontanamento delle istituzioni che credo sia più grande di quell’abbandono lì. Mi sono chiesta, dove è andato a finire tutto quell’amore? Quello delle madri che abbandonavano i figli, e poi ho pensato che anche noi ci sentiamo abbandonati dalle istituzioni, soprattutto in questo periodo.
Per mettere qualcosa insieme ci vuole grande energia e forza e secondo me le donne insieme possono molto.  Per questo ho voluto dare voce alle donne napoletane che secondo me potranno ricucire questo dolore, chiedendogli di scrivere delle lettere.
Le stiamo ricevendo adesso, ne abbiamo lette alcune. Gli abbiamo chiesto di parlare dell’abbandono non solo dal punto di vista dell’abbandonato. Molte tra di loro hanno scritto di parti di sé abbandonate, alcune hanno scritto lettere di incoraggiamento per i figli che non hanno mai conosciuto. Sono partita dal mio palazzo perché ho pensato che non conoscevo le persone del mio stesso palazzo, del luogo in cui abito. Se non partiamo da dove abitiamo, da quello che facciamo quotidianamente da dove partire allora?
Così ho pensato a una passeggiata che in qualche modo diventa fantastica. Ho pensato ad una scenografia che rappresenta una grande ruota, proprio come quella degli esposti, all’interno di essa vi si trova anche il pubblico, una vera e propria scultura gigante di ferro che gira e in cui vi sono interni ed esterni.

Con questo progetto abbiamo partecipato al Premio Leo De Berardinis anche se non siamo stati selezionati ma questa cosa non ci ha fermati. Abbiamo intenzione di portare avanti il nostro pensiero comunque.

Rosaria: …A proposito del fatto di sentirsi abbandonati dalle istituzioni, voglio aggiungere che non è facile per le nuove generazioni fare arte oggi, entrare in certi meccanismi, perché è veramente dura, devi scendere a compromessi con tante cose, a volte ti senti escluso, ti trovi a scegliere delle strade che non avresti mai battuto, fare cose in cui non ti riconosci. Se questo lavoro sarà di spunto per i giovani, loro potranno capire che solo con l’energia dell’amore e di quello che hanno dentro potranno fare qualcosa. Non dovranno scendere a compromessi ma continuare ad amare. Lavorare, studiare e partire da sé piuttosto che aggirare l’ostacolo pensando che vi possano essere delle scorciatoie. È un lavoro che sta su di te e che riconosci su te stesso e dopo tutto questo, alla fine ti senti di essere arrivato a qualcosa.

Enrico: … ti senti gratificato per te stesso innanzitutto perché lo hai fatto per te.

Rosaria: …l’arte spesso viene dal sacrificio, dalle privazioni, dalla solitudine e dalle incomprensioni ma vinci quando hai una risposta a tutto questo.

Luisa: sono cresciuta nel centro della città, a ridosso di Forcella, il teatro mi ha dato una possibilità altra di vita. I miei erano molto spaventati quando siamo arrivati al centro, all’epoca era una zona molto violenta. Io non uscivo nemmeno di casa, sono stata tenuta al riparo. Nel mio quartiere si sparava e questa cosa me la sono portata dentro perché sento che mi ha tolto un pezzo della mia gioventù. L’arte e il teatro sono stati importanti. Ho sempre avuto una spinta interiore che non ho capito subito cos’era, mi sono avvicinata a tante cose e poi c’è stato il teatro che mi ha accolta. Il primo incontro è avvenuto a scuola, ero piccola, ho avuto una visione, mi sentivo a casa, in una dimensione intima e personale. Il teatro era il luogo del possibile. Ho pensato: i sogni ce li ho in tasca, posso andare avanti.

Enrico: Io ho capito che stavo facendo la cosa giusta quando gli altri mi dicevano: non ti capisco.

Luisa: con Enrico tra l’altro ci siamo conosciuti a scuola, eravamo al liceo insieme e abbiamo scoperto di avere un sogno in comune. Per 12 anni circa ci siamo separati e poi ci siamo ritrovati…

Enrico: …da quel momento è stata una costante crescita. Siamo tre ambienti che si uniscono in un punto unico che è il teatro.

L’arte nel futuro, secondo voi…

Federica: Io credo in un ritorno alla semplicità, per me questo sarebbe un gradevole futuro. Vorrei che il tempo rallentasse, paradossalmente. Si va ancora troppo veloci, c’è un accumulo eccessivo di cose.

Rosaria: Io immagino un ritorno alla natura

Enrico: per me l’arte del futuro è adesso. L’arte stessa è adesso.

Luisa: Io penso che l’arte rispecchi i tempi, tante cose sono brutte perché i tempi che stiamo vivendo sono brutti. Spero in opere belle che ci possano riempire e spero che i tempi cambino.

Con la speranza quindi di un futuro migliore in cui l’arte possa renderci liberi e continuare a darci felicità, alziamo i calici di vino in un brindisi che sia di buon augurio per i giovani navigati come Luisa e la sua compagnia.

 

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