di Paola Tiriticco

 

 

E’ disponibile su Rai Play un piccolo film, delicato, etereo, fatto di minimi dettagli e di una storia che è solo un pretesto, un canovaccio su cui scrivere tanti racconti diversi.

Si tratta di Lontano lontano, ultima opera di Gianni Di Gregorio, che ne è il regista ed anche uno dei protagonisti, insieme a grandi interpreti come Giorgio Colangeli, Roberto Herlitzka, Galatea Ranzi, Daphne Scoccia e Ennio Fantastichini alla sua ultima pellicola prima della prematura scomparsa.

Gianni Di Gregorio ci ha abituato a film lievi, molto autobiografici e testimoni del suo mondo, della sua generazione e di una certa romanità, quella vera e generosa, scanzonata ed ironica di Trastevere, con un piccolo universo chiuso fatto di amici incontrati al bar di Piazza Santa Maria, di chiacchiere e di solidarietà, di una società trasversale dove il professore di latino e greco, interpretato da Di Gregorio, modesto e dignitosissimo, aiuta il suo amico con la pensione minima ed è pronto a condividere vita ed avventure con Ennio Fantastichini- Attilio, ex giovane irrequieto e vagabondo, che è riuscito a ritrovare un rapporto con la figlia abbandonata da piccola per seguire i suoi viaggi in moto, ma che nel suo profondo non ha perso la voglia di cambiare vita.

Un film che parla di anziani, di pensionati che non arrivano alla fine del mese, del miraggio di un paese dove tutto costi poco, con poche tasse per potersi godere finalmente la vita.

Tuttavia non è mai triste e nemmeno rassegnato, l’ironia e il disincanto, tipici di certa romanità, pervadono tutta la pellicola, fanno sorridere, fanno tenerezza, a tratti commuovono, per arrivare al finale, intuibile fin dall’inizio ma con un risvolto generoso e imprevisto.

Man mano che il film avanza, anche noi pensiamo che non ci può essere mondo migliore di quello in cui vivono gli anziani protagonisti, con gli affetti, le relazioni sociali, l’aiuto reciproco e le fughe per i pranzi fuori Roma, il confronto continuo con il popolo della piazza e del bar.

Tutte cose impagabili, ben descritte e rappresentate da attori a cui basta un gesto del volto per spiegare tutta una filosofia di vita, un loro sguardo ci apre un mondo di sentimenti, di relazioni e di rapporti antichi che per noi romani sono il pane quotidiano e più di mille parole ci rappresentano.

Quell’ironia feroce, la visione disincantata dei fatti della vita, quella pigrizia sottile che non è mai rassegnazione o staticità ma solo accettazione di una realtà che non si può cambiare, immutabile ed eterna come la città ed i suoi riti. Tutto convive però con l’altruismo ruvido, con la condivisione e con l’essenza stessa di comunità.

Un film molto romano, dunque, ma anche con tematiche ampie, e che è in sintonia, anzi ne è quasi la continuazione, con la narrazione a cui Di Gregorio ci ha abituati con i suoi precedenti lavori Pranzo di Ferragosto (2008) e Gianni e le donne (2011).

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