di Giulia Pernaselci

 

Un’enorme casa rosa si adagia imponente su una distesa azzurra frammentata in pezzettini di quello che rappresenta il vetro che invade il palco del Teatro Vascello di Roma, ed è la scenografia dalla quale vengono a galla le controversie dei Wingfield, residenti nel Missouri. L’ambientazione ingloba il compimento degli accadimenti intricati de  “Lo zoo di vetro”, spettacolo andato in scena dal 22 al 27 febbraio 2022.

Il vetro è lo stesso delle preziosissime statuine, raffiguranti animaletti, di Laura, Anahì Traversi, una ragazza claudicante dalla timidezza incontrollata, colei che le tiene al riparo come le sue debolezze che non lascia trasparire se non sul finale. Al suo fianco, il fratello Tom, Tindaro Granata, subisce l’ozio di giornate e lamentele ripetitive. A badare ai due c’è la madre Amanda, Mariangela Granelli, una donna inquieta che cerca di attutire gli umori dei figli, orfani di un padre deceduto troppo presto. Un’altra presenza che entra a far parte dello zoo è Jim, Lorenzo Bartoli, l’uomo che busserà alla porta della famiglia portando con sé un’ondata di imprevedibilità.

Gli attori sono ben amalgamati e puramente in linea con delle interpretazioni dei ruoli che attingono da un riconoscimento di timori comuni, merito del fatto che recitano insieme dal 2019, l’anno in cui la compagnia debuttò al LAC, Lugano, Arte e Cultura.

“C’è molto trucco e c’è molto inganno, il dramma è memoria, è sentimentale, non realistico” sono le parole di Tom, che denotano la rivoluzionaria svolta registica adottata da Leonardo Lidi che ha riadattato la classica opera teatrale di Tennessee Williams in un testo che diventa inverosimile e moderno non discostandosi dalla storia originale.

I personaggi sono ricoperti da un trucco bianco e dei nasi rossi, hanno i volti da clown ma si relazionano non dissimilmente dagli umani. Sotto le maschere si nasconde però un’infinita tristezza che si impossessa delle loro persone… così la finta apparenza giocosa che li dipinge esteriormente perde ragione d’essere tale.

Dallo zoo di vetro si vuole scappare, con l’intento di allontanarsi definitivamente dalla quotidianità assordante che rimbomba inesorabile senza evitare nessuno. Ciò che riserverà l’ultimo atto è che lo zoo si frantumerà irreparabilmente assieme alle ambizioni dei protagonisti, travolti dalle macerie di vite inermi, bloccate in un punto di non ritorno. Questa mancata acquisizione di libertà permette allo spettatore di constatare che per tenere lontano il dolore bisognerebbe concedersi sempre una possibilità.

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