di Giorgia Leuratti

 

“Con la macchina fotografica io ho fatto ordine nella mia vita perché riuscivo a registrare quello che avveniva e a tenerlo per me” – in mostra alla Galleria del Cembalo di Roma “Letizia Battaglia “Vintage Prints”.

Il percorso espositivo, composto da quaranta stampe in piccolo formato, è risultato di un’accurata selezione. Operata dalla stessa Letizia Battaglia a partire dal proprio archivio, si costruisce sulla collaborazione con Alberto Damian e a Matteo Sollima, curatori della mostra, per protrarsi fino al prossimo 9 aprile.

Testimone dei complessi anni di piombo ma soprattutto di una terra natia, la Sicilia, tanto aspra quanto vitale, la fotografa considera l’atto fotografico come ciò che la ha salvata da una catastrofe psichica, da uno scombinamento tra emozioni e disperazione.

I fotogrammi crudi, accentuati dal frequente uso del grandangolo, si mostrano nella loro veridicità straziante: sono immagini-documenti, spesso in serie di due o tre fotografie, in grado di raccontare una storia.

Non solo fatti di cronaca universalmente noti, come quello dell’omicidio del Presidente Piersanti Mattarella da parte dei mafiosi, o del triplice omicidio di Sant’Oliva, ma anche lo strazio della gente comune, il pianto delle donne, il dolore dei bambini.

Due differenti scatti per “Donna che piange la sua miseria” (1980) ritratta a distanza di pochi istanti. La trasformazione del suo volto in seguito al dolore. Altrettanti fotogrammi per E’ stato ucciso mentre andava a prendere la macchina (omicidio Sciuolo)” – 1976. Il corpo di un uomo riverso a terra, dapprima il vuoto intorno, poi il noncurante camminare di un passante.

Così come l’immagine, anche il titolo è narrazione, appunto dell’artista necessario talvolta ad aprire un’ulteriore spiraglio sulle circostanze.

La mafia, ma non solo: una seconda, decisiva serie di fotogrammi fa riferimento al soggiorno dell’artista presso gli ospedali psichiatrici di Palermo e di Madrid.

Ed ecco, lo sguardo si sposta sul trittico “Carcere femminile, reparto psichiatrico” (1987), poi su “Gita a Mondello dei ricoverati dell’Ospedale Psichiatrico” (anni 80), scatti tra i più suggestivi dell’intero percorso espositivo.

Così come le donne, soggetto trasversale dell’intero percorso fotografico, anche i bambini sono soggetti prediletti dallo sguardo della fotografa.

A renderne testimonianza è la serie di quattro scatti “Ragazzini a rischio” (anni 70), alla quale vanno ad aggiungersi “Il bambino gioca con il fuoco” (1986) e “La donna e i suoi bambini stanno sempre a letto. In casa non ci sono né luce né acqua”(1978).

Un universo visivo che spazia dal dolore della morte alla poesia di un volto. Dalla povertà alla ricchezza.

Una fotografa che dichiara di essere innanzitutto persona, donna. Afferma infatti: “La fotografia è una delle grandi cose della mia vita ma ne ho fatte tante”.

 

 

 

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