L’arte de “I FAVOLOSI ANNI ’60 E ’70 A MILANO testimone dello spirito di un’epoca.

Provate a calarvi nell’Italia degli anni ’60 e ’70. In quegli anni che seguono la faticosa ripresa del dopoguerra e vedono una rinascita economica che porta con sé nuove prospettive sotto mille aspetti. Sono gli anni del “boom” in cui tutto diventa alla portata di tutti, saltano gli schemi sociali e culturali, cambiano le aspettative. Una vitalità che si riflette inevitabilmente anche nel mondo dell’arte: quel periodo per Italia ha rappresentato un momento vera svolta. A Roma ci sono i pittori e gli scultori di Via Margutta, la Scuola di Piazza del Popolo, con Tano FestaMario SchifanoRenato Mambor… Stimolati anche da nuovi mezzi: la crescita di Cinecittà, in un dialogo continuo con Hollywood, porta con sé un nuovo impulso creativo dettato non solo dalle nuove tecnologie, ma anche delle avanguardie americane, la Pop Art a fare da guida. E Milano non è certo da meno: l’Accademia di Brera diventa il fulcro dei nuovi artisti, che si proiettano nella seconda metà del secolo con i tanti e diversi “manifesti”, vere e proprie dichiarazioni programmatiche. Come Enrico Baj tra i firmatari del “Manifesto Nucleare contro ogni stile” che aprì le porte al monocromatismo. O Luciano Fontana con il suo “Manifesto sullo Spazialismo” a spiegare la fusione tra pittura e scultura, dove la tela diventa materiale grezzo da scolpire: ecco i suoi buchi e i tagli sulle tele.

  Una Milano proiettata verso l’Europa e le avanguardie di Parigi, Bruxelles, Amsterdam, Copenaghen… Ecco: è questo il clima euforico, stimolante e spesso sorprendente, che ci avvolge visitando le tre sale dell’Auditorium della Conciliazione a Roma dove sono esposte fino al 20 novembre una trentina di opere: “I Favolosi anni ’60 e ’70 a Milano”. Sì: Roma omaggia Milano città d’arte, superando dispute e mancati riconoscimenti, e quel sottile antagonismo che ha sempre caratterizzato il rapporto tra i due poli. Ma oltre a voler creare un legame, la mostra ha il merito di portare a Roma opere mai viste nella Capitale: uno su tutti “Archeologia” del 1973 di Emilio Tadini. I lavori esposti sono organizzati in quattro sezioni nello splendido catalogo, spiegandone così la scelta: Arte Materia e Spazio Verso Lo Zero, Nouveau Réalisme tra Italia e Francia, Nuclearismo e Astrazioni, Nei Mondi della Nuova Comunicazione. Ordine non seguito nell’allestimento, che asseconda invece un gusto estetico, mescolando, invece di ordinare, per dare una maggiore fruibilità, con la chiara volontà di far tornare un tempo, una stagione esaltante con la sua magica atmosfera. Ecco allora le tele tridimensionali e monocromatiche di Paolo Scheggi, Enrico Castellani e Agostino Bonalumi su una stessa parete; e Bruno di Bello che gioca con le lettere, accanto a Michele Zaza che usa interi brani scritti; o i coloratissimi fiori di Bruno Nespolo accanto al giocoso “Personaggio” una sorta di collage di Enrico Baj. Tra tante tendenze e tante visioni, è come passeggiare immersi in una libertà creativa e polifonica che ci spinge ai cambiamenti, all’apertura e al dialogo.

Teatro Roma
Elena Salvati

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