Labbra che bruciano d’amor perduto

Al Belli, lettere di una nipote per otto voci femminili

La stagione del Teatro Belli si apre con Il tuo nome brucia sulle mie labbra, testo epistolare tratto dal libro di Marie-Victoire Rouillier «Un corps en trop», tradotto e messo in scena da Alessandro Sena. Il libro contiene quaranta lettere scritte da una narratrice senza nome, durante la Quaresima, a sua zia, monaca di clausura in un convento. La suora è la sorella della madre della nostra protagonista, che avrebbe dovuto prendersi cura della piccola rimasta alla nascita orfana di colei che l’ha partorita; ma la zia, dopo poco, abbandona la bambina preferendo ritirarsi a vita monastica.

Sono quaranta suppliche d’amore, in cui lei, ormai ragazza, grida il desiderio di vivere e di amare, a una donna arida di sentimenti, incapace di restare fedele all’impegno preso per crescere la figlia di sua sorella gemella. Sono quaranta appassionate richieste d’essere accolta tra le braccia di chi l’ha rinnegata. La voce di chi scrive è la voce ferita di un animo tradito che reclama l’identità di una propria coscienza emotiva.

Alessandro Sena, di queste quaranta invocazioni, ne porta in scena soltanto venti, la metà, togliendo forse al racconto epistolare della Rouillier, alcuni passaggi che avrebbero probabilmente chiarito dubbi e lacune che la riduzione teatrale invece lascia sospesi. La storia, infatti, risente di alcuni tagli che purtroppo accendono qualche confusione nello spettatore, e che noi, però, non avendo letto il testo integrale, non possiamo approfondire. In un paio di occasioni, nel grido della giovane nipote abbandonata, si scorge netta una passione corporale, si direbbe un richiamo sessuale, che poi però sfuma decisamente in una più ingenua necessità d’affetto materno. All’urlo rabbioso della ragazza si sovrappone il pianto disperato di una bambina maltrattata. Improvvisamente poi s’accende anche una lampadina sul quadro storico – siamo nella Spagna franchista, un momento sociale e politico molto critico, difficile per la popolazione, con la presenza di una Pasionaria attiva in terra iberica fino al 1939 (quindi la ragazza che scrive è nata prima di quell’anno) – che però non trova valido sostegno nello stato d’animo esacerbato della protagonista, restando avulso dal contesto letterario (almeno quello della riduzione teatrale).

Anche la regia risente di alcune leggerezze: non spiega, per esempio, la scelta di alternare le battute di un solo personaggio, colei che dà vita alle lettere, tra otto diverse voci femminili. Sembra una libertà registica un po’ arbitraria, senza una precisa logica drammaturgica. Sono otto giovanissime attrici (Angela Di Domenico, Erika Fusini, Chiara Iannaccone, Francesca Mele, Marta Porfiri, Micaela Rago, Sara Morassut e Sania Ricchi), troppe per il piccolo palcoscenico del Belli che le obbliga spesso ad impallarsi l’un l’altra, le quali si dividono singole frasi, o brani più lunghi, intervallati da musiche, da un ballo moderno, e da una canzone. Naturalmente tra loro c’è chi è più brava a cantare, chi è una ballerina istintivamente dotata e chi riesce a intonare le battute recitando con timbro capace di conquistare il pubblico. Al critico sarebbe piaciuto dar nome alle singole maestrie, ma il coro assemblativo in cui esse sono state poste in locandina ne impedisce il riconoscimento, e a nulla è valso l’appello eseguito in ribalta dal regista, al termine dello spettacolo, perché coperto dal frastuono festoso degli applausi di una folta platea.

Anche le tonalità delle loro otto voci sono state poco curate: con il risultato che una stessa epistola, letta con un differente panorama timbrico, toglie equilibrio alla fluidità della comprensione. I toni di due strumenti che suonano le note di un unico spartito, devono seguire precise regole musicali, anche quando si recita.

Le labbra, di cui ci parla Sena, bruciano di rancore per un amore perduto e ormai irrecuperabile, nei confronti di chi ha scelto la compagnia di Dio, invece di quella di sua nipote bisognosa d’affetto. Sono labbra a volte furenti che urlano vendetta contro l’amore perfetto (quello divino) che per ben due volte ha strappato la sorgente d’amore in una bambina rimasta orfana di quei sentimenti primordiali. Ora che è cresciuta, lei vede in Dio una luce che non brilla, una luce spenta, insomma, un semplice proiettore che sbatte su una quinta nera senza via d’uscita. Senza speranza. Dietro quella luce c’è la sterile rappresentazione della vita monastica di una zia che dovrebbe fare le veci di madre, ma che invece preferisce il silenzio fatuo delle preghiere che nascondono egoismo e timori. Una clausura dei sentimenti. Un’esistenza chiusa dietro un muro invalicabile che, per chi resta vivace nel mondo degli uomini, significa assenza, negligenza, perpetua rinuncia alla vita, quindi a Dio stesso. Sono queste le più evidenti scomode e forti contraddizioni focalizzate da Sena sul testo di Marie-Victoire Rouillier che ha scelto le parole di «Un corps en trop» per uscire di scena a soli 42 anni.

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Il tuo nome brucia sulle mie labbra, tratto dal libro di Marie-Victoire Rouillier «Un corps en trop». Con Angela Di Domenico, Erika Fusini, Chiara Iannaccone, Francesca Mele, Marta Porfiri, Micaela Rago, Sara Morassut e Sania Ricchi. Traduzione e regia di Alessandro Sena. Teatro Belli, fino 1° ottobre

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