La Venere messa al rogo dall’ignoranza

Nell’antichità alla Venere di Milo, per un motivo del tutto accidentale, caddero le braccia, ma l’amputazione, pur se vistosa, non riuscì a intaccare la dolcezza delle forme e la sua delicata bellezza. Bellezza ellenistica, classica, sicuramente eterna. Oscar Wilde, che di cose belle se ne intendeva, racconta che quando l’eco di cotanta bellezza raggiunse le coste del nuovo continente, un ricco possidente americano, inebriato dal fascino delle favolose descrizioni di chi l’aveva vista da vicino, ad occhi chiusi ne ordinò una copia e se la fece spedire; ma non appena ricevette l’opera, a grandezza naturale, protestò con veemenza contro la compagnia navale lamentando che la statua gli era stata consegnata priva delle braccia. La questione finì in tribunale e una sciagurata corte d’oltreoceano condannò la società dei trasporti a risarcire il cliente per gli oggettivi danni arrecati alla statua durante il viaggio.

Benché l’episodio narrato dal genio irlandese non trovi alcun riscontro realistico, resta un esemplare cameo letterario sulle assurdità create dall’ignoranza quando si trova di fronte a un’opera d’arte. A leggere le parole di Wilde, naturalmente si è sospinti a sorridere sia grazie al suo stile umoristico, che per la sua scaltra e caustica critica al mondo statunitense: un universo che ancora, alla fine dell’Ottocento, era considerato dall’alterigia degli intellettuali anglofoni, per lo più un territorio di pellirossa, di cercatori d’oro e di noiosi mormoni. Ma cosa avrebbe scritto Wilde se avesse saputo che a Napoli, culla di civiltà del Mediterraneo, dalla Magna Grecia all’illuminismo importato dall’abate Galiani, un devastante scempio ha distrutto un’altra Venere, quella di Michelangelo Pistoletto?

Non ha resistito nemmeno quindici giorni l’installazione in piazza del Municipio della Venere degli stracci: all’alba di martedì 12 luglio è stata messa al rogo da vandali, presumibilmente del loco (nb: ho orrore perfino a scrivere che siano stati napoletani, prego affinché il dubbio si trasformi in errore!). La scultura era stata inaugurata il 28 giugno scorso, provocando, come spesso accade in una cittadinanza di migliaia di osservatori, scetticismo e clamore. D’altronde, questo, è l’unico scopo che si prefigge di raggiungere un artista, ecco perché è stata esposta in una delle piazze metropolitane più affollate e di passaggio. Oltretutto, una statua, bella o brutta che sia (come un dipinto), non gode di possibilità di movimento, quindi resta immutabile, pertanto così è oggi e così sarà per sempre, per l’eternità, proprio come la Venere di Milo che pure, per un caso eccezionale, un cambiamento lo subì. Ed è comprensibile che sia difficile intendere ai più che l’immobilità di un’opera d’arte, la sua disumana fissità, ne denunci la sua innocenza, la sua sincerità, la sua benevolenza – ripeto, bella o brutta che sia.

Napoli, quel che resta dell’opera di Pistoletto in piazza del Municipio

Michelangelo Pistoletto nel 1967 ideò il prototipo di quest’opera, sulla riproduzione della Venere con mela di Thorvaldsen che così volle celebrare il mito della Venere di Milo che, pare, porgesse a Paride il pomo dorato. Da quello ne furono fatte alcune copie, una delle quali raggiunse già Napoli ed è conservata tuttora nel Museo d’arte contemporanea a Palazzo Donnaregina. Si tratta di un’opera altamente simbolica, e non è difficile intuirlo: la dea della Bellezza nascosta da una montagna di stracci, ossia deturpata dai rifiuti, elementi che rappresentano lo strapotere del consumismo odierno in contrasto con il classicismo ellenico, quando i rifiuti erano di  tutt’altro genere e non c’era bisogno di donare spazi verdi alle discariche. La delicatezza artistica di Pistoletto sta tutta nella folle colorazione che ha donato alla sua creazione. Quegli scarti rappresentano certamente immondizie, rifiuti, ma contengono la vivacità immaginifica della nostra quotidianità. L’opera fu realizzata nell’anno in cui nacque la cosiddetta «arte povera» e cosa c’è di più povero di un cumulo di stracci?

Povertà, immondizia, miseria, sembrano soggetti strappati alle pagine più crude di un romanzo di Francesco Mastriani o da un articolo del Ventre di Matilde Serao, argomenti con i quali Napoli s’è sempre misurata. Una parte del popolo partenopeo riuscì nei secoli a sfamarsi con la sua stessa miseria, a vestirsi di stracci senza mai perdere la dignità dei suoi natali e l’orgoglio di appartenere alla bellezza della sua terra. Terra storicamente ricca di una vivacità popolare, artistica e intellettuale. Terra concimata spesso a malavita, ma che ha saputo dare al mondo intero prelibati frutti filosofici e poetici.

Tuttavia qualcosa è cambiata. La stessa ignoranza che ha provocato La morte della bellezza, annunciata già quarant’anni fa da uno dei suoi figli più lungimiranti, oggi ha messo al rogo la dea della bellezza, il simbolo del senso gioioso della bella giornata, vista da Palazzo Donn’Anna, la strafottente vita dei leoni al sole, e le loro ore trascorse a tuffarsi nelle acque di Mergellina, di Marechiaro, di Trentaremi. Le fiamme alla Venere sono il simbolo di una decadenza ferita a morte e senza possibilità di ritorno sulla via del mare, altro simbolo di una civiltà primordiale ormai dimenticata, quando fenici e greci erano costretti a proteggersi dalle incursioni saracene.

Il disgusto di quelle incursioni barbare le ho patite, a seguito dell’atto vandalico, leggendo sui social – specchio di brame tanto misere quanto violente del nostro tempo – commenti inopportuni sull’artista, frasi canzonatorie ai danni di un’opera d’arte che non c’è più, paradossi sul dove e sul perché sia stata installata a piazza del Municipio e non altrove: tutti effetti di una ignoranza infernale. Ora, è vero che i social offrono l’opportunità a chiunque di sfogare le proprie frustrazioni e le proprie infelicità anche sull’innocenza immobile di una statua, ma è sconsolatamente drammatico che di fronte a un’azione incivile si preferisca esprimere un giudizio estetico sull’oggetto distrutto dalle fiamme e non condannare l’operato malefico dell’incivile ignoto. E fa ancora più male sapere che questi commenti vengano non da gente del popolo basso, ignorante per devozione, ma da quella borghesia che a Napoli ha sempre fallito negli intenti più nobili per la sua maledetta diseducazione civica, per la sua abietta concezione di cultura cieca e balbettante e a buon mercato. Troppo pochi gli strilli che hanno condannato lo scempio. «Non ci meritiamo niente», ha urlato una voce quasi solitaria. Ma nessuno ha capito che un’opera d’arte ha il potere di sopravvivere alla sua morte: la Venere degli stracci è nata come simbolo di povertà ed è stata uccisa come simbolo della morte di una bellezza che non risorgerà mai più.

In questa landa di devastazione civica e culturale, torna alla memoria un verso di Wilde, poeta raffinato e colto esteta: «Datemi una notte e per amante la Venere della piccola fattoria di Milo … per mischiarmi a quelle membra e ritrovare in quel petto il mio rifugio».

Foto di copertina: «La Venere degli stracci» di Michelangelo Pistoletto

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