di Riccardo Bramante

 

E’ recentemente uscito, per i tipi della Mondadori, un libro dal titolo “La fine del secolo americano”; l’autore è George Packer, giornalista del “The Atlantic”, rivista statunitense di cultura, economia e politica estera, ma soprattutto grande amico di Richard Holbrooke, diplomatico e ambasciatore presso l’O.N.U., di cui racconta la vita politica prendendolo come simbolo dell’uomo che ha incarnato i vizi e le virtù di un Paese, gli Stati Uniti, passato, attraverso le guerre “inutili” in Vietnam, Bosnia ed Afganistan, da protagonista su scala globale all’attuale ruolo di comprimario sullo scacchiere internazionale insieme a Cina e Russia.

Ne emerge un quadro impietoso sia dell’uomo Holbrooke sia, soprattutto, del lento declino del potere americano nel corso di quest’ultimo cinquantennio.

Per quanto riguarda Holbrooke si sa che era un uomo dalle ambizioni smisurate, alquanto psicotico, che per quaranta anni lavorò vicino al potere sognando la poltrona di Segretario di Stato senza mai raggiungerla, né con la presidenza Clinton, né con quella di Obama, rappresentando, da una parte, il coraggio e la generosità  ma, dall’altra parte, la arroganza e gli eccessi di un Paese che allora si considerava “Nazione indispensabile” per il mondo intero, come affermava Madeleine Albright, Segretario di Stato durante il secondo mandato di Clinton. Uomo di grandi risorse potenziali e di assoluta lucidità di analisi, Holbrooke viene, comunque, ricordato come l’artefice dell’unica vittoria della diplomazia americana nel dopoguerra, gli accordi di Dayton del 1995 che posero termine alla guerra nei Balcani.

Ma ancora più importante è la ricostruzione fatta da Packer, attraverso la carriera diplomatica di Holbrooke, della lenta fine del cosiddetto “secolo americano” (in realtà poco più di mezzo secolo), in cui la Nazione è passata da prima forza militare al mondo, piena di ottimismo e fiduciosa nei propri mezzi a un inatteso ripiegamento su sè stessa.

Tutto è incominciato –sostiene l’autore- con la caduta del Muro di Berlino e la conseguente fine del bipolarismo che, comunque, assicurava al Paese un ruolo preminente negli equilibri mondiali; sono arrivati, poi, la caduta delle Torri gemelle, la guerra in Iraq, la crisi economica e gli Stati Uniti hanno pian piano iniziato a ritirarsi dal palcoscenico internazionale secondo un processo che non sembra ancora terminato ma che, anzi, con l’attuale presidenza Trump sembra accelerare i tempi, accontentandosi di “gestire” il proprio declino nel nostalgico ricordo di una èlite che ha smarrito se stessa e che ha rinunciato al leggendario “sogno americano”.

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