di Sara Formisano

 

Piazza San Domenico Maggiore a Napoli è stata la cornice di una nuova intervista, ma sarebbe riduttivo definirla tale. Si è trattato di una conversazione con uno dei migliori autori presenti nel mercato letterario contemporaneo. Lui è Alessio Forgione, già autore di Napoli mon amour e Giovanissimi con il suo terzo romanzo in cantiere, e ambisce a “non esistere”come personaggio, perché lui parte dal presupposto che tutto ciò che dice al di fuori dei suoi libri non dovrebbe esistere. Un pensiero chiaro, netto e con la sua forza, se non fosse che a noi giornalisti ogni tanto tocca andare a disturbare gli autori e farci due chiacchiere. Così ho avuto l’onore di conversare con Forgione e non solo di letteratura.

 

Quanti anni avevi quando hai scritto il primo romanzo?

Era il 2016, ne avevo 30, Napoli mon amour, uscito poi nel 2018.

 

Prima di Napoli mon amour avevi scritto altre cose?

Prima di questo romanzo ho scritto praticamente per tutta la vita ma si tratta di cose che sono rimaste nell’hard disk. Scrivevo per capire come si fa ad arrivare alla fine di una storia. Erano cose per me più che per il mondo. Questo metodo funziona anche oggi, nel senso che parallelamente alle cose che scrivo faccio esercizi per le cose che ho intenzione di scrivere in futuro.

Quindi il mio “esordio” di scrittore è ufficialmente iniziato inviando una mail che ha avuto riscontro positivo ma da un punto di vista personale è iniziato tutto un giorno in cui ho preso dalla libreria di casa dei miei nonni Io e lui, di Alberto Moravia, uno dei pochi libri presenti in casa.

Quando ho letto Io e lui fu un approccio ad una certa letteratura in cui vi erano anche parole proibite per un bambino della mia età. “Cazzo” per esempio era una parola che ritornava spesso nel romanzo in questione, si tratta di un dialogo appunto fra il protagonista e il suo membro. Fu una scoperta per me perché capii che le parole normalmente proibite nel quotidiano erano accessibili nei libri.

Pensai che se leggevo un libro in cui vi erano le parolacce, le persone intorno a me erano felici perché comunque stavo leggendo. Mi convinsi che leggere significasse sfuggire al controllo degli altri, essere in qualche modo libero.

 

Quindi possiamo dire che la tua passione per la scrittura è passata prima dalla lettura?

Assolutamente sì.

 

Moravia è tra i tuoi autori preferiti?

Abbastanza, non mi piacciono tutti i suoi romanzi, preferisco Elsa Morante.

 

Hai mai letto la storia d’amore tra i due?

Non sono molto interessato all’uomo dietro lo scrittore. Saranno delle persone qualsiasi come lo siamo tutti. Forse Elsa Morante mi interessa di più di Moravia perché dietro ci vedo un’idea di grandezza che gli altri non hanno. Secondo me Morante scrive in maniera più pesante, più personale, più libera. È più viscerale ma allo stesso tempo leggera. È consapevole di avere quella grandezza, per cui potrebbe scrivere anche la lista della spesa, sarebbe comunque una cosa grande.

 

Tu hai detto che per esordire ufficialmente ti è bastato inviare una mail, questo significa che con Napoli mon amour sei riuscito a pubblicare al primo colpo? Come è andata la storia della pubblicazione del tuo esordio?

L’ho mandato a diverse case editrici, non molte, circa una decina. NN editore in quel momento era la mia prima scelta, anche perché aveva la migliore veste grafica, mi piaceva molto. Sono stati loro i primi a cui ho inviato la mail. Pensai che con una casa editrice più piccola di NN non avrei pubblicato. Volevo che uscisse bene, il lavoro, altrimenti lo avrei lasciato nel cassetto.
Oggi in Italia escono tantissimi romanzi in un anno, di cui la maggior parte non vende, escono e vanno al macero. Io pensai di non voler scrivere una quantità di cose intime e poi affidarmi a un lavoro editoriale sciatto. Pensai: se deve uscire, deve uscire bene, altrimenti non esce.
NN era molto interessata, il romanzo piacque e mi fu proposto di incontrarci per discuterne.

 

Quando ho letto il tuo romanzo mi colpì molto, sembrava una fotografia dei nostri tempi e della nostra generazione. Questo senso di insicurezza, il precariato esistenziale che stiamo vivendo, l’inconsistenza della vita, una sorta di nichilismo, no? Questo arrancare verso un obiettivo che dovrebbe essere uno status sociale quanto meno accettabile: stabilità lavorativa, una relazione soddisfacente, tutte cose che sono ancora adesso molto presenti. Il libro è uscito tre anni fa ma il tema è ancora molto caldo. Ti voglio chiedere appunto una riflessione sulla materia del romanzo.

Il romanzo è stato definito molte volte, tanto in Italia che in Francia, “generazionale”, anche se non era nelle mie intenzioni scrivere una storia generazionale. La mia intenzione era quella di scrivere di me, dei miei amici e della relazione che avevo in quel periodo. Se è generazionale la storia, lo è mio malgrado perché vuol dire che siamo veramente inguaiati. Significa che la condizione che ho raccontato è molto diffusa ed io stesso non lo immaginavo, forse non mi interessava nemmeno. Non ho mai investigato sulla condizione altrui. Per me scrivere quella storia significava scrivere della mia situazione. La scrittura è un po’ questo no? Tu scrivi una cosa talmente personale che poi diventa universale, perché entri così tanto nel dettaglio che quando ci riesci spogli l’essere umano. Togli tutte le sovrastrutture e ti rivolgi all’essere vivente che ne rimane. Lì siamo tutti uguali, anche meschinamente. Forse quando nessuno ci guarda siamo tutti delle brutte persone e allora se riesci a dire quella cosa lì nella maniera più sincera possibile, senza calcoli, che poi ti resta quella situazione angosciante di vergogna in cui pensi “ho detto troppo” e te ne vergogni, te ne penti ma continui. In questo caso accade qualcosa. Questo però è stato il mio caso…

 

Era autobiografico il romanzo?

A questa domanda rispondo sempre il 73 %, è un numero assolutamente arbitrario, perché è una cosa irrilevante, qualsiasi romanzo è almeno in parte autobiografico e anche se non lo fosse, ti trovi a scrivere una storia e la tua vita comincia a somigliare a quella storia. È un gioco, non può non essere almeno in parte autobiografico e dal momento che è scontato che sia così la domanda in un certo senso è senza punto interrogativo.

Oggi è alla moda scrivere memoir, per me un memoir ha ragione di esistere se è un memoir di Napoleone, ma se non sei Napoleone per raccontare la tua storia hai bisogno di un romanzo, perché la realtà è noiosa e quindi serve l’artificio della narrazione per renderla interessante. È quello che diceva Hemingway: per scrivere un romanzo bello si devono togliere le parti noiose della vita. Ed è vero.

Per me i romanzi si dividono in buoni romanzi e cattivi romanzi e i memoir dal mio punto di vista sono molto spesso dei cattivi romanzi che non si prodigano neppure nell’artificio della narrazione perché l’artificio è qualcosa che si deve imparare.

 

Tu come l’hai imparato?

Leggendo. Solo ed esclusivamente con la lettura.

 

Poco fa hai parlato di gioco, quindi tu la scrittura la vivi come un gioco? Quando hai tirato fuori la storia e hai scritto il romanzo cosa accade dopo? Che tipo di sensazioni provi?

La scrittura non è un gioco, anzi, è l’attività più noiosa che esista sulla faccia della terra ed è anche la più distruttiva per l’esistenza, secondo me. La vita continua e tu ne stai creando un’altra in laboratorio e le persone intorno a te vivono, si innamorano, si sposano, viaggiano e tu invece sei davanti a un laptop e quello è, quello rimane. Secondo me non esiste niente di più difficile che scrivere per una persona che sappia scrivere. È la cosa più difficile in assoluto, a volte anche per scrivere un messaggio su whatsapp sono lì che penso alla formula migliore da usare per ciò che intendo dire. Si tratta di avere attenzione per le parole e ciò è alla base di tutto per lo scrittore. È una cosa che fa così parte della mia indole che nella sua assoluta stranezza per me è la normalità. Non vivo la scrittura né come una cosa speciale né come una cosa bella o arricchente. La vedo come qualcosa che ti impoverisce sotto qualsiasi punto di vista, tanto economico quanto umano e sentimentale. È una cosa che stanca a livello psicologico, perché è come se una persona parlasse costantemente a se stesso e ciò è deleterio. Per esempio se tu hai un lavoro d’ufficio, esci di casa vai lì, discuti con i colleghi, prendi la metro ed è uno schifo, vai a fare la spesa e la cassiera è scostumata, torni a casa e hai qualcosa di cui lamentarti. Io che sono stato a casa tutto il giorno a scrivere, di cosa devo lamentarmi se non di me stesso?

Il problema alla fine della giornata sei sempre tu, ruota tutto intorno a te e mi rendo conto anche di non avere più tempo per le persone che mi danno fastidio.
Sono sempre stato un collezionista di aneddoti e situazioni particolari ma oggi non ne ho più tempo.

 

Prendi spunto da quello che osservi?

A me non serve perché l’ho già fatto. Sono stato dietro al bancone di un bar per tutta la vita, più di dieci anni. Fare il cameriere è di per sé un lavoro estremo e farlo nelle condizioni in cui l’ho fatto io è anche peggio. Per sei anni sono stato con una compagnia di catering che lavorava sulle navi, quindi non tornavo a casa per sei mesi e lavoravo tutti i giorni dalle 16 alle 18 ore e facevo cinquemila scontrini al giorno. Incontravo non so quante persone per poche manciate di secondi alla volta. Mi sono quindi abituato a osservare la gente e credo di poter indovinare il profilo psicologico di una persona da come ha abbottonato la camicia, per esempio.

Si dice sempre che il miglior modo per scrivere una storia è fare questo lavoro oppure che so, il tassista, ma queste cose le dicono quasi sempre le persone che non hanno mai fatto né il barista né il tassista. È in parte vero ma sono anche consigli che vanno di moda, in un certo senso, che fanno spettacolo.

 

Se tu dovessi consigliare a qualcuno che vuole fare lo scrittore, cosa gli diresti?

Il mio consiglio è quello di comprare un paio di cuffie insonorizzate che ti isolino dal resto del mondo. Solo questo e leggere il più possibile. Non esiste altro. Se ci pensi l’attività del raccontare le storie è tale da sempre ed è connaturata nell’essere umano. Siamo tutti così, anche una barzelletta è una storia. Anche internet è una storia. L’unica cosa che serve è capire qual è il modo per raccontare quella storia nella maniera più avvincente possibile. Perché un romanzo è intrattenimento, così come lo è un film o un’opera teatrale. L’intrattenimento ha delle regole, per rendere una cosa coinvolgente per il pubblico che legge devo adottare delle regole. Senza queste regole una storia diventa semplicemente una telecronaca di calcio. Ma se io prendo quella telecronaca e inizio a riplasmarla, anche mettendoci una sola cosa, un dettaglio e poi ne aggiungo un altro, quella cosa diventa avvincente. Tutto dunque sta nel modo.
Quanti romanzi parlano di qualcosa che magari non ci interessa, non incontra il nostro gusto ma la troviamo divertente, ci piace, ci appassiona per come è scritta?

La maggior parte dei lettori poi vuole riconoscersi nelle cose che legge, io per esempio non voglio questo. Voglio segnali di un’esistenza simile a quella che conduco io ma non voglio specchiarmi in quella esistenza.

 

Vuoi scoprire qualcosa di nuovo…?

Qualcosa che mi sproni, che mi sproni a uscire dalla traiettoria che mi impongo. Secondo me quando due parti sono uguali, due persone la pensano allo stesso modo, c’è un impoverimento, si finisce per non avere più molto da dirsi se si porta avanti la stessa tesi. Se invece siamo in disaccordo può nascere una discussione. La mia visuale si allarga quando guardo il mondo con gli occhi di qualcun altro. Quello che mi fa paura dello stato del mondo attuale da quando sono arrivati i social network è che tutti pensiamo di avere una voce e non è così e poi tutti pensiamo che le cose funzionano solo se ci riconosciamo negli altri e neanche questo è vero. Anzi, si dovrebbe incentivare la diversità, siamo diventati molto più intransigenti da quando esiste internet. Con la dinamica dei social c’è stato un impoverimento del linguaggio.

Ho letto un articolo su Linus di questo mese, scritto da Loredana Lipperini, che dice che inizialmente Facebook si rivolgeva a noi in terza persona. Quando mi capita di rivedere i ricordi di Facebook, agli albori effettivamente scrivevo di me stesso in terza persona. Oggi scriviamo tutti in prima persona. Lo scrivere in maniera artificiale, per essere vero, per raccontare una verità, quindi comporre un artificio narrativo, è esattamente come realizzare un film. Metti le luci in un certo modo per raccontare lo spaccato di un mondo che non è una fotografia del reale. È proprio questo il bello della scrittura e della narrazione in genere.

 

Di solito si dice che lo scrittore quando non scrive è perché sta vivendo, è felice…

No, in realtà quando non scrivo, sto scrivendo lo stesso. Mi è capitato di dover scrivere un monologo teatrale, Fine primo tempo, è stato il mio addio al calcio di cui non scriverò più. Perché nei miei primi due romanzi ho inserito il calcio nella narrazione e nel nostro Paese se ripeti più di una volta uno schema ci si abitua e ci si aspetta da te la stessa cosa per sempre.
Il prossimo romanzo inizierà dal finale e il calcio non ci sarà e non ci saranno neppure le scene di sesso, dal momento che nei primi due romanzi le ho inserite e qualcuno aveva finito per identificarmi con questi contenuti.

 

Quindi è questa l’impressione che hai avuto?

No, devo dire che i miei lettori sono sempre piacevoli, e attenti. E in un modo o nell’altro mi interessa sapere l’opinione del lettore e molto spesso sono responsi positivi.
Ho avuto anche commenti negativi di persone che mi hanno scritto sui social per dirmi che ne pensavano del mio romanzo.

 

Qual è stata la critica più stupida che hai letto?

Quella di un signore che lasciò una recensione online su ibs, in cui diceva: mi è piaciuto il romanzo, mi è piaciuto lo stile, anche la storia, solo che non sembra Napoli perché non ci sono i vicoli. Questo perché ormai è dato per scontato che noi napoletani siamo bassi, grassi, con la canotta sporca di pomodoro, con una pizza in una mano e lo spritz nell’altra e che balliamo e cantiamo.

 

…Chi parla così senz’altro non vive a Napoli…

…Sicuramente non vive a Napoli, credo che il 75% delle persone non abbia capito cosa sia Napoli e credo che neppure gli interessi, e aggiungo un giustamente alla fine di questa frase. La vivono come un posto qualsiasi e poi dicono che Napoli è unica. No, non è unica, è degradata, è diverso. Pago le tasse come tutti, i servizi e i suoi disservizi.
Mi sono anche stancato di parlare di Napoli, mi sembra che non esista altro di cui parlare a Napoli e fuori Napoli.
Me lo spiego sicuramente con il fatto che Napoli è l’unico prodotto culturale che in questo momento l’Italia esporta. E il napoletano è nel mondo una lingua più parlata dell’italiano, e il napoletano è bilingue.

Io per esempio non ho deciso di scrivere di Napoli, sono nato qui e la mia famiglia è napoletana da generazioni, ho vissuto a Londra e ho poi lavorato sulle navi per anni, e gli occhi con cui guardo il mondo sono gli occhi di un napoletano. È questa la mia cultura, la mia indole, il mio tratto caratteriale.

 

Quali sono i tuoi autori napoletani preferiti?

Quelli che non riconducono la napoletaneità a un discorso culturale, o a un discorso caratteriale, ma all’indole.
Sandor Marai diceva che i napoletani sono quelle persone che accendono le sigarette con la dinamite e secondo me è una bellissima definizione, perché i napoletani sono effettivamente così ed è proprio questo aspetto che mi interessa. Per questo motivo, i miei due preferiti sono Anna Maria Ortese e Domenico Rea.

 

Personalmente apprezzo quando in un libro ambientato a Napoli non mi accorgo di Napoli, perché non si mette l’accento su una certa napoletaneità, ma la città viene raccontata come una qualsiasi altra città nel mondo…

A me interessano le cose che sono riconducibili all’indole e non al tratto caratteriale, per esempio ultimamente ho letto Il primo che passa di Gianluca Nativo, il suo esordio, e si parla di un napoletano di cui non si sa dove viva. L’omosessualità del protagonista poi è riconducibile solo ed esclusivamente all’indole.

 

…E in questo caso hai notato che si strizzava l’occhio alla comunità LGBTQI+?

…No, affatto. Mi sembra che tante cose stiano migliorando e che la strada è ancora molto lunga, ma vedo anche molta determinazione. Le strizzate d’occhio che noto sono quelle degli eterosessuali, se così vogliamo chiamarli. In questo momento storico le persone che si reputano progressiste, e che in realtà non lo sono mai davvero, reputano questo l’argomento di conversazione…

 

…diventa una questione…

…si parla della condizione delle donne, della condizione degli omosessuali e sono sicuramente argomenti di cui discutere, ma credo che non debba essere io a doverlo fare. Credo che innanzitutto sulla questione delle donne, siano prima di tutto le donne a doverne parlare, fare la loro dichiarazione di guerra e capire come comportarsi. Ma io, uomo, che arrivo e dico: “avete il mio supporto”, quello è paternalismo. Ma che se ne fanno del mio supporto? A che gli serve la mia opinione?
E invece sono assolutamente convinto che si debba senz’altro partecipare alle battaglie degli altri ma devono essere gli altri a chiedere: ti va di partecipare con me?
In quel caso vi è un dialogo, un discorso giusto e ampio. Io uomo arrivo di mia sponte e dico la mia sulle donne o sulla condizione omosessuale, a che serve? Se hanno bisogno del mio aiuto ne hanno bisogno da un punto di vista pratico, non sui social con le mie parole. Queste cose oggi si fanno perché è diventato un topic, un trend e personalmente ci vedo molta malafede.

Certo, la mia opinione è frutto della mia storia, ed io sono un uomo che è stato cresciuto da donne combattive e determinate, che sono state e sono i miei punti di riferimento. E quando sto davanti a una donna, in un qualsiasi momento della vita, non penso mai che sia un essere debole, che ha bisogno del mio supporto, del mio aiuto, della mia collaborazione. Penso di trovarmi di fronte a una persona che molto spesso è più intelligente e più profonda e anche più calcolatrice di me. Gli uomini sono dei cani e le donne sono dei gatti, io la vedo così. Mentre un cane ha bisogno dell’aiuto di qualcuno, un gatto non ha bisogno di nessuno.

Mi sento anche molto libero, nei miei romanzi mi permetto di chiamare le donne “Femmine”, perché so che è posto in un discorso più ampio e so che i lettori non prenderanno male quella semplice parola. Perché di fatto le parole non hanno una connotazione negativa in sé, l’accezione negativa deriva dall’uso che ne facciamo. Io non credo sia vero che non siamo liberi di dire certe cose, credo che non siamo più liberi di dire le cose sbagliate, è diverso.
Se tu vuoi dire qualcosa di giusto argomentando, è possibile, invece arriva la mannaia della scorrettezza quando stai dicendo qualcosa di veramente sbagliato.
Non credo che esistano esseri che vadano protetti. Magari tra vent’anni tutto verrà comunemente accettato e non sarà un problema per nessuno. Me lo auguro, dovrebbe essere così dall’alba dei tempi.

L’unica cosa veramente positiva di Napoli, di cui godo, è che viviamo in una società dove le madri, all’interno dei nuclei domestici, sono incredibilmente più autorevoli dei padri, e poi nell’assoluta indifferenza verso i gusti sessuali altrui. Per Napoli i gusti sessuali sono come quelli delle pizze: a me piace la Margherita a te piace la Quattro stagioni. È l’unico modo giusto di viversela.

 

Parliamo di Giovanissimi, raccontami la storia di questo romanzo. Si parla di adolescenti, che tipo di esigenza avevi in quel caso?

I due discorsi fondamentali erano quello di parlare dell’adolescenza, le storie adolescenziali mi piacciono quando sono scritte bene. Penso che l’adolescenza sia universale, gli adolescenti sono molto conformisti, è un periodo in cui cominci a capire la persona che sei e la persona che diventerai e ti ritrovi catapultato nel bel mezzo del nulla e poi nel mondo degli adulti. Intorno a te dicono: dovresti fare questo, dovresti fare quest’altro, e poi li vedi e ti accorgi che non hanno fatto un granché della loro vita e allora ti domandi: perché mi danno dei consigli?
Inoltre penso che gli adolescenti siano tutti simili tra loro perché il loro è un modo di proteggersi dalle cose. Mi interessava indagare questi aspetti e poi a maggior ragione rispetto a Napoli mon amour, che è la storia di un trentenne qualsiasi, e rispetto a quella storia volevo indagare come abbiamo fatto a diventare i trentenni che siamo.


Cosa è successo prima?

La mia fortuna è quella di essere un sottoproletario istruito e che sa scrivere e credo sia arrivato il momento di parlare di me stesso e delle persone come me. Tralasciando quelli che si affacciano in periferia, la descrivono, te ne parlano, ma sono solo dei visitatori e il più delle volte non hanno capito cosa sta succedendo davvero. Provano a dargli un contesto razionale di causa/effetto ma i sottoproletari non sono così.

 

…descrivono in maniera asettica e quasi scientifica la periferia…

…è un po’ il vizio di forma che abbiamo tutti rispetto alla vita. Pensiamo che nella vita le cose accadano per causa ed effetto, ma non è così. I sottoproletari sono i veri anarchici. Una cosa che mi ha insegnato Pasolini è che la sola anarchia possibile è quella del potere ma credo che sia altrettanto vera l’anarchia di chi non ha nessun potere. Io non ho niente, alla fine della giornata non avrò niente e alla fine della mia vita non avrò niente, così come non avranno niente i miei figli. Quindi sostanzialmente che me ne fotte? Non ho nulla da costruire perché è tutto distrutto. Quando ho scritto Giovanissimi mi interessava anche questo fatto.
Come vengono raccontate le periferie in Italia che sia da un punto di vista cinematografico o da un punto di vista letterario, nella stragrandissima maggioranza dei casi, opinione mia, è merda, perché è solo la prima dimensione, non hanno nemmeno una prospettiva. Mi interessava quindi rompere questo schema. Penso che chi scrive un libro lo scriva sfidando tutti gli altri libri che sono stati scritti, come diceva Cortazàr.
Con Giovanissimi quindi ho pensato: voglio parlare delle periferie perché non mi piace nessuno come lo fa.

In più, volevo parlare del mio quartiere, Soccavo, dove non c’è niente. Soccavo, Pianura e Rione Traiano insieme fanno 170.000 abitanti, e non c’è un teatro, non c’è un cinema, una libreria, non c’è nemmeno una piazza dove riunirsi. Le persone crescono in cattività e guarda caso le persone diventano cattive. Oppure cercano di avere una vita decorosa, in una casa brutta, posta in una strada brutta ma la casa odora di candeggina, perché l’unica cosa che hai la possibilità di fare è di tenerla pulita. Quella è l’unica forma di decoro concessa.

I libri vengono letti da persone istruite e invece Giovanissimi dovrebbe essere letto da persone non istruite. Quando mi è riuscito di far leggere il libro al ragazzo della tabaccheria, o alla cassiera o al ragazzo che vende il fumo, hanno capito, hanno detto “è così”.

 

A quale romanzo diresti che assomiglia di più Giovanissimi?

Lo hanno associato a Pasolini ma da lui non ho preso nulla. Credo che spogliato di tutto Giovanissimi assomigli a L’isola di Arturo. È un ragazzo orfano di madre che vive con il padre e non conosce le donne, ma cerca di scoprirle e cerca di capire chi è egli stesso. Fa parte di questo filo rosso secondo me anche la storia di Pinocchio. Carlo Cassola è stato un altro riferimento e Pasolini rientra nel discorso della critica rispetto a questo romanzo perché ha parlato delle borgate.
A me spaventa questa indicizzazione…

 

…è un vizio tutto italiano cercare dei riferimenti, associare un autore a un altro. A chi assomiglia questo autore?

….Infatti dell’Italia mi spaventa che noi Italiani siamo dei distruttori. Se tu sei a Londra e metti un italiano e un inglese vicini e li fai parlare del proprio Paese, noterai che l’inglese ne parlerà bene e riporterà le cose belle e l’italiano, invece, dirà solo le cose brutte dell’Italia. Non sono convinto che noi italiani abbiamo i mezzi per interpretare culturalmente le cose che ci accadono.

 

…Noi italiani non perdoniamo il successo altrui ma neanche l’insuccesso. Guardiamo nell’orticello altrui per vedere cosa ha fatto il nostro vicino e se lo ha fatto meglio di noi. Non ci apriamo alla condivisione…

…è disturbante anche perché in realtà accadono molte cose rilevanti. In questo periodo stanno uscendo libri belli e per la letteratura italiana è un buon momento quello attuale. I libri delle persone nella mia fascia di età sono molto buoni e molto sinceri. È anche un po’ il tema di Napoli mon amour, questo precariato esistenziale che ci troviamo a vivere e che non è il precariato dei nostri genitori, ma che forse poteva essere quello dei nostri nonni. Oggi è già tanto procacciarsi la propria sussistenza, l’idea di fare una famiglia è qualcosa che fai perché lo vuoi davvero, in questo periodo storico, non perché gli eventi ti portano a farlo.
Il buttarsi di oggi è più sincero di 25 anni fa e questa cosa la vedo anche nei libri, quando due personaggi si incontrano in un libro, oggi, si innamorano di più e in una maniera che riconosco come sincera e che non ha alternative.
Nei romanzi del futuro ci saranno meno divorzi. I problemi stanno cambiando, non sono più quelli di una volta. Un lavoro che non sia assolutamente deprimente, avere un minimo di soddisfazione personale in un mondo difficile. Oggi scrivo, ma se domani mattina i miei libri non dovessero più vendere nemmeno una copia, un paio di anni di paracadute ce li ho ma poi mi toccherà tornare a fare il cameriere. Oltre questa cosa dei libri non c’è nulla.

 

Cosa ne pensi dei paragoni che di solito fanno fra i tuoi libri e quelli degli altri autori?

Non mi spaventano, mi infastidiscono. So di far parte della tradizione della letteratura napoletana, una letteratura di cui non si riconosce neppure l’esistenza. Nell’ambito della cancel culture ci metterei anche la letteratura napoletana. Se tu entri in libreria, a parte Anna Maria Ortese che è pubblicata da Adelphi, un’editoria illuminata quindi, eccetto Ermanno Rea, pubblicato da Feltrinelli, tutti gli altri sono irreperibili. Domenico Rea ha vinto lo Strega nel 1993 e se oggi entri in libreria, in una di quelle di catena, se lo cerchi non trovi nulla. Neppure Ninfa plebea per cui ha vinto lo Strega. Oppure cerchi Michele Prisco? Marotta? Incoronato? Non li trovi. E come loro molti altri.

 

Ti hanno proposto di trarre un film da uno dei tuoi romanzi?

Sì, sono stati entrambi opzionati. Per Napoli mon amour inizialmente rifiutavo le proposte perché mi si proponeva di spostare l’ambientazione in un altro luogo, finché non ho accettato la proposta migliore, che innanzitutto non comprendeva lo spostamento di luogo.

Con la possibilità di due film all’orizzonte basati sui due romanzi di Alessio Forgione, sì conclude la nostra conversazione. Sentiremo senz’altro parlare di questo autore e molto presto lo ritroveremo in libreria con il suo terzo romanzo. Non mi resta che augurarvi una buona lettura e la scoperta di una visione onesta di Napoli e non solo.

 

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